Bentornata realtà – Il nuovo realismo in discussione

Mario De Caro e Maurizio Ferraris (a cura di) (2012)

Bentornata realtà – Il nuovo realismo in discussione

Torino, Einaudi, pp. 225

Un volume da non perdere, quello sul “Nuovo Realismo”, di poco successivo al “Manifesto del Nuovo Realismo” di Ferraris (Laterza, 2012). La psicoanalisi, dopo aver ampiamente accolto le istanze postmoderne, improntate alla tolleranza e all’indebolimento del concetto di verità, considerate in sintonia con il pluralismo teorico che la abita, non può ora non rivolgere l’attenzione a quello che si annuncia come un fisiologico “mutamento di paradigma” filosofico.
Il volume ospita contributi italiani e stranieri, non sempre consonanti, come nel caso della voce “dissonante” di Recalcati, ma convergenti nel loro insieme, per quanto in maniera aperta e problematica, verso il “realismo”. Un realismo “nuovo”, non tanto contrapposto all’idealismo, quanto piuttosto agli esiti più estremi del postmodernismo, la cui potenzialità liberatoria, se priva di contrappunto, rischia, in una sorta di paradossale cortocircuito, di divenire dogma. E il “dogma” preso di mira dagli Autori, in linea con la svolta “antiermeneutica” di Ferraris, è quello secondo cui non esisterebbero fatti, ma solo interpretazioni.

Una tesi che, se assolutizzata, contiene un principio antidemocratico: se non esistono fatti, ma solo interpretazioni, saranno la persuasione e la retorica, nel migliore dei casi, o la propaganda e la forza, nel peggiore, a stabilire quali interpretazioni saranno fatte valere come fatti. Nel suo saggio sul “realismo negativo”, che si segnala anche per la pacatezza e la maturità di pensiero che lo ispirano, Umberto Eco, di fatto prendendo le distanze dagli esiti più estremi del “pensiero debole”, corrente cui egli stesso aveva contribuito in passato a dar vita, traccia con chiarezza i “limiti dell’interpretazione”: esiste un reale che “resiste” e del quale non si può affermare ciò che si vuole, motivo per cui le interpretazioni non si equivalgono fra loro e un’interpretazione non vale l’altra. Nella stessa linea, con accentuazioni e sfumature diverse, si collocano i contributi, tutti notevoli, degli altri Autori. Non è possibile, in questa sede, darne conto in modo esaustivo, ma si possono brevemente richiamare alcune delle diverse articolazioni del tema di fondo: quello di un reale che “resiste, insiste e persiste”, per dirla con Ferraris, obbligandoci, nel momento in cui quotidianamente ci scontriamo, a livello pratico e teoretico, con esso, a rivedere le nostre interpretazioni. Dopo tutto, sono queste ultime che si devono adattare alla realtà, e non viceversa.Dopo tutto, obiettava il realista Moore, ricordato da Ferraris, all’idealista Bradley, se quella del tempo fosse una mia interpretazione, potrei sostenere senza timore del ridicolo di non aver fatto colazione questa mattina. 

Putnam, dopo aver argomentato in passato a favore del “realismo interno”, da alcuni avvicinato al relativismo, sente il bisogno di recuperare una nozione di realismo legata al senso comune, in ideale linea di continuità col realismo scientifico, quello, tanto per intenderci, che ci dice che atomi, protoni ed elettroni, quark e bosoni, esistono davvero. Nella stessa linea si colloca Marconi, già autore di un volume critico sul relativismo, con il suo recupero della nozione tarskiana di verità, quella per cui l’asserto “nevica” è vero “se e solo se” nevica, seguito da Di Francesco e Searle, filosofi della mente che in vario modo difendono la realtà degli stati e processi mentali in una cornice di naturalismo non riduzionistico.

De Caro, curatore con Ferraris del volume, si fa assertore dell’”ineludibilità” del realismo, tanto del senso comune che scientifico, mentre Bilgrami, radicandolo in quella che è forse la più tipica espressione del pensiero filosofico statunitense, ne propone una versione “pragmatista”. 

Un volume importante, ricco di contributi originali e stimolanti, che ridefiniscono in termini attuali una secolare tradizione di pensiero, lasciando aperta, tuttavia, una questione. L’avversario colpito e, a tratti, messo alla berlina è veramente l’antirealismo, inteso come altrettanto secolare tradizione di pensiero, variamente definita come idealismo berkeleiano, “classico” o fenomenismo, o semplicemente una sua particolare “interpretazione”, ossia il relativismo postmoderno nella sua forma più estrema e paradossale? Quella, appunto, per cui non esistono fatti, ma solo interpretazioni. In altri termini, è del tutto giustificato assimilare l’idealismo al relativismo e ritenere che la “confutazione” del secondo comporti quella del primo? E’ del tutto vero che per l’idealismo non esistono fatti, ma solo interpretazioni? La domanda rimbalza anche dalle pagine di Rovane, che oppone il realismo all’antirealismo, ma non al relativismo: se, da un lato, il realismo non è incompatibile col relativismo, dall’altro, l’idealismo, forse, non lo implica necessariamente.                                                                  

Giorgio Mattana

Gennaio 2013