“Cambiare l’acqua ai fiori” di V. Perrin. Recensione di D. Federici  

“Cambiare l’acqua ai fiori”,

di Valérie Perrin

(ed. E/O, 2019)

Recensione a cura di Daniela Federici

“Where did this all begin to change

the lockdown memories can’t sustain

this glistening, hanging free fall

I turned away from the glorious light

I turned my head and cried

whatever waiting means in this new place

I am waiting for you.”

Michael Stype No time for love like now

Violette è nata bambina senza vita e senza nome, battezzata nella cianosi da un’ostetrica e appoggiata su un termosifone, ha inaspettatamente ripreso colore e respiro. Cresce da una famiglia in affido all’altra, con la disciplina come un tutore lungo la spina dorsale. Si invaghisce del bello dannato che la fa risplendere e conduce una vita all’ombra, fino a diventare la guardiana di un cimitero in Borgogna, dove coltiva con sentimento fiori intorno alle tombe e accudisce gli animali che rifiutano di separarsi dai loro padroni. Nella casa di due stanze ai bordi del camposanto, la sua cucina offre ascolto e ristoro a chi si ferma a raccontare di sé e dei propri cari. Raccoglie con cura le storie degli altri, da testimone attenta e discreta: i vivi reinventano spesso la vita dei morti, per scongiurare il destino del passaggio del tempo, per aggrapparsi ai ricordi.

In una scrittura che tesse impromptu letterari e sfondi musicali, l’intreccio dei piani narrativi dà voce a personaggi ben miniati e suggestivi di varia umanità, commoventi e ironici nelle loro bizzarrie, delineati in vite semplici o sgorbiate, luminose d’affetti o torbide d’inganni. Il racconto si dipana come strati intorno alla vita di Violette con toni delicati e interiori, che dischiudendo via via la trama dei segreti oltre ciò che appare, assume le tinte ocra dell’indagine alla ricerca di verità.

“Sono stata molto infelice, addirittura annientata, inesistente, svuotata. Sono stata come i miei vicini ma in peggio. Le mie funzioni vitali continuavano ma senza me dentro, senza la mia anima.”

Una vita di risulta la sua, che si è fatta bastare stille d’acqua dentro le spine del deserto o in un libro dove ritrovare le fogge del proprio desiderio di possibilità, per mano a chi le ha offerto un senso e le ha insegnato a coltivarlo dentro, come le piante lente a crescere ma dal fusto che regge il vento e gli inverni.

“Ogni giorno bisogna togliere le erbacce, altrimenti si bevono tutta l’acqua, si prendono la vita.”

È un libro che sa evocare senza svenevolezza l’energia che rinnova ingovernabile la vita dopo ogni catastrofe, qualcosa cui si può restare aggrappati, continuando a seminare i fiori di un investimento di senso sul breve passaggio che la vita ci presta, o perderne la presa.

Di ciò che promette di durare l’orfano è avido.

Violette raffigura la capacità di tenere accesa una luce a supplire la presenza di chi se ne va, di stratificarla nella memoria come un ceppo, è l’ostinato acume vitale dei germogli nelle crepe, la forza tratta dal prodigioso e inesausto gioco di scoprire qualcosa di sé attraverso l’incontro con gli altri e della parola che fa esistere ciò che – senza cura – tenderebbe a dissolversi.

Amore è conoscere qualcuno che ti da notizie di te.

Violette indossa l’estate sotto l’inverno, i vestiti scuri destinati agli altri su quelli colorati da tenersi per sé, un cuore nascosto al riparo, una vita ridipinta varie volte, cambiando l’acqua ai fiori per non farli marcire nell’abbandono. La vita che si guadagna in una manutenzione continua, le fatiche e i costi delle amputazioni e delle compensazioni che organizzano l’esistere nel mutare delle stagioni, la capacità di restare aperti e in attesa, accanto a ciò che muore, in sé o al di là della nostra finestra. Quella casa sul limitare del camposanto, con una doppia porta aperta sul dentro e sul fuori, è un’efficace metafora degli spazi interstiziali e dei suoi passaggi indispensabili.

Vincitore del premio della Maison de la Presse, il libro della Perrin, letto in un tempo come questo, dilata come un plusvalore la sua capacità di far risuonare corde di archetti profondi: il saper sostare e far spazio per accogliere quel che resta insieme a ciò che è andato perduto, in una coinvolgente mescola di lacrime e sorrisi, di nuovi slanci e precipizi. Mi ha fatto pensare a un’altra storia di cui ha scritto anche Laura Imai Messina nel libro “Quel che affidiamo al vento” (Piemme Ed., 2020). Sul fianco della montagna di Kujira-yama, nell’immenso giardino di Bell Gardia, accanto a uno dei luoghi più colpiti dallo tsunami dell’11 marzo 2011, un uomo ha installato una vecchia cabina telefonica non collegata dove ogni anno migliaia di persone si recano per lasciare le loro voci nel vento a raggiungere chi è di là. A proposito del tempo che occorre e dell’importanza delle aree sensibili dei passaggi, oggi che ci ritroviamo sferzati in un’improvvisa eclissi di condivisione e ritualità a contenerci.

E nel mestiere del prendersi cura e trasformare le angosce, oggi che siamo terra compatta rimasta senz’aria per l’emergenza che ha cambiato i nostri modi di stare accanto e divelto i nostri basamenti, che ci ha reso talee fra le talee nello smarrimento dell’incertezza, nel lento ritrovare parole da seminare come fiori sui lembi dei crepacci ammutoliti, Violette è il bel racconto di un’immagine di speranza, delle capacità umane a cauterizzare le ferite, a ritrovare pian piano la pervietà dei metabolismi integrativi e dell’oblio, sullo sfondo di un senso da dare alla vita, nonostante tutto.

 

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