“Il cielo nascosto. Grammatica dell’interiorità” di Antonio Prete. Recensione di Marina Breccia

Il Cielo Nascosto. Grammatica dell’interiorità

Antonio Prete

Bollati Boringhieri 2017

Recensione di Marina Breccia

Il cielo nascosto. Grammatica dell’interiorità lo potremmo considerare un viaggio della lontananza, per parafrasare un altro titolo di un libro di Antonio Prete, Il trattato della lontananza. Il viaggio è molto lungo , ma anche molto esteso, affronta gli aspetti dell’interiorità attraverso diversi spunti teorici e testimonianze di svariati  autori. E perché dunque tutto ciò è un viaggio della lontananza? Perché il punto di vista e il vertice di ascolto può essere solo continuamente allontanato e riposizionato in un movimento ricorsivo per ottenere questa quasi impossibile integrazione. L’operazione ha anche un aspetto paradossale perché è proprio la lontananza che avvicina l’autore a ciò che scrive e  “noi” al suo ascolto.

La grammatica, tecnica dello scrivere e del parlare, grafma-teknè, (grafma,grafo,segno) si cala  in questo volume a cercare una tecnica per lo scrivere e il parlare dell’interiorità.

Nella grammatica dell’interiorità, paragrafo che conclude tutti i capitoli del libro di Antonio Prete, la lontananza occupa  il primo posto e la solitudine il secondo, seguono: quiete, letizia e gioia , poi elevazione, che sia in poesia che in cosmologia implica una significativa possibilità di recarsi lontano, anche se la visione dall’alto, o meglio sarebbe dire dell’alto, è più poetica che cosmologica, per arrivare alla  ” grammatica  dell’ascolto e della lettura”. Ed è su questa grammatica che mi vorrei soffermare poiché è qui che l’incontro con il “noi “, che è quindi anche  un voi e un loro, gli altri, i lettori, si fa intenso e appassionato.

Il capitolo che raccoglie questa grammatica si intitola “Cura  di sé e arte del vivere”. Forse una recensione non basterebbe per analizzare la potenza e la vastità dei concetti che si sprigionano da ogni singola parola di questo enunciato. Sceglierò pertanto una strada breve, quella della scelta, che ci porta inevitabilmente a fare sempre i conti con il lutto di ciò che si perde.  In queste pagine Antonio Prete  ricorda che nel corso della formazione morale e dell’esercizio delle virtù il “detto” condensa in una frase una sapienza del vivere.

Ad esempio il gnothì seautònγνῶθι σεαυτόν – del tempio di Delfi. Il detto diventa  “uno scolpire, per così dire, sulla pietra della propria anima una lingua essenziale, fatta di poche parole, ma che vanno al segno. Perché si fanno memoria. Memoria che si attiva quando la circostanza lo esige” , il detto diventa anche un suggerimento. Di questo pensiero mi sembrano importanti tante le singole parole quanto la punteggiatura, che sembra appunto scolpire la frase nella mente e parlando del detto ne costruisce un altro sullo stesso, consentendone infinite edizioni.

L’associazione per uno psicoanalista è rapida e va all’interpretazione. Anche l’interpretazione cerca la sua efficacia nella forma concisa, a volte anche di una sola parola, anche essa cerca di fissare nella memoria qualche cosa di assolutamente importante perché emergente dall’inconscio, di cui porta con sé la stringatezza, il sincretismo, e alcuni aspetti grezzi che non vogliono farsi inquinare da un eccesso di razionalizzazione e densi di una carica affettiva, che non si può mai legare completamente alla rappresentazione. Sono aspetti, questi ultimi, che rimandano ad un residuo di condensazione, anche se lo scopo dell’interpretazione è quello di decondensare, decostruire, nel senso di smontare per rimontare e quindi trasformare, per accedere alla memoria e quindi all’oblio.

Una parola, quella analitica, che incontra molti ostacoli, non solo nelle resistenze del paziente,  che comunque in parte le ha superate se ha fatto sorgere una parola da una rappresentazione inconscia, ma anche nell’analista stesso. A proposito dell’interpretazione la Aulagnier sosteneva infatti che questa nasce nell’analista per un sovrainvestimento dell’elaborazione del conflitto, risvegliato nell’analista dall’ “inteso” del paziente, e verso cui l’analista non può mai essere neutro emotivamente. Le sue parole ci rammentano che il pensiero teorico non è mai  aconflittuale, a meno che noi non vogliamo negare le sue origini, e che ogni sua conseguenza ci insidia per la sua portata  edipica e conflittuale. Ma tutto ciò, appartiene al divenire, quel divenire che con Green appartiene all’alone della parola, quell’alone che vuole raggiungere attraverso la parola appunto la cosa, e a cui con l’interpretazione-detto cerchiamo di arrivare all’interno del setting psicoanalitico, cioè all’interno di una grammatica analitica del dire e dell’ascoltare le parole per farle divenire.

Il divenire del Wo Es war soll Ich verden freudiano.

In questo divenire c’è tuttavia  anche il male, la malattia e la morte, un’altra tripletta di temi affrontati in questo capitolo sulla cura di sé e del vivere a cui Antonio Prete si affaccia proponendo una meditazione sul confine e sottolineando che la meditazione è una forma di immaginazione. Una rappresentazione dunque senza parole? Un’immagine che non raggiunge ancora la soglia della rappresentazione, cioè , con Freud, la soglia del suo congiungersi ad una quota ideativa, ma si accende dei suoi colori e dei suoi profili fluttuanti?

La meditatio mortis è dunque, con Lucrezio, un passarsi la fiaccola lungo i corridoi della vita, fiaccola testimone di luce di chi è passato per quei  cursores. Una meditazione per imparare a morire, ma per imparare attraverso la morte , con Montaigne, a meditare sulla libertà, un esercizio sulla libertà, come ci ricorda Antonio Prete parlando dell’origine latina del termine meditazione. Ma sulla morte non può mancare la ricchezza del pensiero leopardiano e l’Autore di certo non la fa mancare.

Leopardi, parlando del suo secolo, metteva in luce quanto la civiltà non sappia della morte, quanto produca la morte senza sapere di essa né del suo desiderio, e mai come ora queste parole possono essere attuali, e con questa attualità, che indica la tendenza all’atto, le sue parole credo risuonino in noi con una forza ancora maggiore  grazie alla distanza.

Un’ecologista ante litteram forse, ma sicuramente un ecologista della mente che aveva ben presente l’effetto devastante del conformismo quanto dell’individualismo sfrenato. E a modello della civiltà porta proprio la moda, altro aspetto che  mai come ora pare incarnato, cioè scolpito sul corpo, e voglio riproporre le parole iniziali di Antonio Prete. Scolpiti sul corpo stanno  i segni della morte in svariati modi: dai simboli dei tatuaggi, alla chirurgia che deforma nell’uniformare i volti in immagini  che allo sguardo talvolta paiono evocatrici dei quadri di Francis Bacon, da cui la sintesi leopardiana di civiltà come morte.

Prete riprende questo concetto e attraversando Baudelaire ecco che esso sembra rinascere a nuove possibilità espressive che includono la speranza, concetto spirituale anche in un pensiero laico, per l’idea di spingersi verso una meta, concetto quindi ben diverso dal più indefinito e indefinibile divenire, meta racchiusa nel suo etimo span, comune a più radici linguistiche (comune anche per esempio a spazio e a spontaneo, curiosa radice presente dal sanscrito all’ariano). Con Baudelaire, Prete ci ricorda, “la morte è avventura di slancio, stilla di speranza, porto che si dischiude all’odissea del viaggio (137) […] Un viaggio in cui l’attesa e la ripetizione si congiungono[…] e l’attesa verso l’ignoto è domanda di conoscenza, ricerca assoluta del nuovo” :

Au fond de l’Inconnu pour trouver du “nouveau”! Fino in fondo all’Ignoto per incontrare il nuovo.                        (traduce Antonio Prete).

Non per caso Freud ha parlato di lavoro del lutto in Lutto e melanconia del ’15, immediatamente successivo, e forse  completamento, di una sua opera miliare, La metapsicologia dello stesso anno.   Qui riprende la sua elaborazione delle letture de Il ramo d’oro di Frazer, il testo di antropologia più letto nel secolo scorso,  che ha goduto di alcune decine di riedizioni dal 1890 al 1915, e che aveva già affascinato Freud portandolo a scrivere nel ’13 Totem e tabù , la sua visione sugli albori della storia e dell’approccio psichico alla vita sociale e alla civiltà. Non poteva mancare in Freud uno studio sulla complessa elaborazione del lutto, che appunto chiama lavoro, evento umano impregnato di una grandissima carica emotiva e di dolore, riguardo alla perdita, ma anche di angoscia, piuttosto primordiale riguardo alla morte e alla sopravvivenza, come testimoniano la ricchezza dei riti apotropaici descritti in tempi relativamente recenti da Ernesto De Martino.

Da qui la meditazione come lavoro elaborativo di un mondo fantasmatico troppo primitivo e che per la sua concretezza, che è arrivata fino al cannibalismo, turbativo di uno spirito di elevazione dello sguardo.

Ecco allora l’incontro tra saggezza e meditazione e il desiderio incolmabile dell’incontro del nuovo anche nella morte, o forse soprattutto in essa.

La questione della meditazione sulla morte ci convoca inevitabilmente al lascito, questione che ogni scuola di formazione si pone, ma che ogni autore, nel momento in cui aliena da sé la propria opera ha in mente, anche se sempre a più livelli.

Si comprende allora e con nuove implicanze, che la nozione di eredità non è solo una riaffermazione nell’ambito di una duplice ingiunzione – chi dà lasciando e chi riceve –  ma  è  ( J. Derrida  2004, 21) “ a ogni istante – e ogni volta in un contesto differente – un’operazione di filtraggio, una scelta e una strategia. L’erede non è semplicemente  qualcuno che riceve, è anche qualcuno che sceglie, e che cerca di prendere una decisione.”

Conservare, mettere in salvo, e lasciar vivere presuppone il lasciare, e quindi anche  la perdita e l’abbandono, solo questo consente di vivere l’eredità scelta come un dono, un abbandono e un perdono.

E il libro di Antonio Prete è un grande dono.

Bibliografia

Aulagnier P.,( 1975), La violenza dell’interpretazione, Roma, Borla, 1994.

De Martino E., 2008, Sud e magia, Milano, Feltrinelli.

Derrida J., Roudinesco E., (2001) Quale domani?, Milano, Bollati Boringhieri, 2004.

Green A.,  (2002)  Idee per una psicoanalisi contemporanea,Milano, Raffaello Cortina, 2004.

Prete A., 2008, Trattato della lontananza, Milano, Bollati Boringhieri.

Frazer J., (1890), Il ramo d’oro, Torino, Einaudi, 1950.

Freud S., 1913, Totem e tabù, OSF 7.

Freud S., 1915, Lutto e melanconia, OSF 8.

 

 

Vedi anche: