Intervista a Elisabetta Rasy

A cura di Ana Juraga

 

Elisabetta Rasy vive e lavora a Roma.  Ha pubblicato numerosi romanzi e racconti tra cui: Ritratti di signora (finalista al Premio Strega 1995), Posillipo (Premio selezione Campiello 1997, Premio Napoli 1997), L’ombra della luna (Premio Donna città di Roma 2000; Premio nazionale letterario del libro d’amore 2001) e Tra noi due (2002, Premio Flaiano 2003).  Ha scritto per diverse testate giornalistiche e attualmente collabora con “Il sole 24 ore”. 

Nel suo ultimo libro Memorie di una lettrice notturna (2009, Rizzoli) ci propone di condividere un viaggio particolare nel mondo delle sue scrittrici preferite.  L’autrice racconta che la sua passione per la lettura ha avuto inizio negli anni dell’infanzia, e ci dice che “i libri non mi sono serviti per evadere della realtà”.  Al contrario, i libri sono stati un tuffo nel mondo dei sentimenti.   

Questo viaggio personale tra le sue scrittrici preferite, europee e nordamericane e la pittrice messicana Frida Kahlo, sembra una ricerca nei vissuti intimi e privati di queste donne del novecento vicine alla trasformazione del mondo e della società, trasformazione alla quale loro stesse partecipano in modo appassionato.  La parola scritta appare come strumento preferenziale nel comunicare le dinamiche interne, le emozioni, le passioni e il travaglio che rende  consapevoli.   Elisabetta Rasy sembra collegare la creatività femminile, il rapporto particolare della donna con il proprio corpo e i suoi vissuti, con una particolare capacità di introspezione. L’Autrice propone una frase di Anna Maria Ortese “uno scrittore-donna, una bestia che parla…” forse alludendo a qualcosa di profondo, misterioso, selvaggio.

 

D. Quando la lettrice notturna ha sentito che poteva, anch’essa, cominciare a usare la parola scritta?

 

R. E’ stato un cammino lento, l’affermarsi di un desiderio che stentavo a riconoscere. Non ho mai pensato: voglio fare la scrittrice, in realtà non ho mai pensato alla scrittura come a un mestiere, o allo scrittore come qualcuno che sceglie una professione o una carriera. A un certo punto ho realizzato che il mio rapporto con il mondo passava per la parola scritta, cioè che la parola scritta mi era necessaria per essere in relazione davvero con la vita. Ancora oggi faccio fatica a considerare quello dello scrittore un mestiere – anche se poi, di fatto, lo è – e non penso mai alla vita di uno scrittore come una carriera. Anzi, un eccesso di professionismo, cioè l’assunzione di un ruolo, in chi scrive non mi piace. Direi che quella della scrittura è una posizione, una postura che si assume nei confronti della realtà e della vita.

 

D. Lei parla della lettura non come evasione dalla realtà bensì il contrario, come un arricchimento emotivo e sentimentale. Cosa ne pensa di questo momento storico nel quale sono le immagini a predominare?

R. Non sono sicura che siano le immagini a predominare. Ci sono anche molte parole in giro: slogan, gerghi, frasi fatte che passano per pensieri. Il grande mondo della pubblicità che ci avvolge – messaggio semplificato, persuasivo, certo – e che è un po’ la chiave dell’attuale comunicazione, riguarda sia le immagini che le parole. Anche le immagini possono arricchire e nutrire il mondo dei sentimenti e della conoscenza. Io vengo da studi di storia dell’arte e amo molto guardare le immagini. Per spiegarmi: Piero della Francesca non mi dà minori emozioni di Tolstoij.

 

D. Dalla lettura di alcuni Suoi libri appare un interesse per gli aspetti psicologici profondi delle sue protagoniste in particolare nel rapporto con il dolore.  Mi chiedevo se Lei ha avuto rapporti e quali con la psicoanalisi…

 

Risposta: Sì, ho avuto rapporti con la psicoanalisi e con gli psicoanalisti. Voglio dire che sono stata in analisi e che mi sono anche molto appassionata, soprattutto negli anni della mia giovinezza, alla letteratura psicoanalitica. Però penso che il rapporto letteratura-psicoanalisi sia reciproco, come del resto già sosteneva Freud.

 

D. Nella vita di Frida Kahlo dolore del corpo e creatività sembrano caratterizzare la sua opera. Lei ritiene che  la sofferenza del corpo della donna funzioni come fonte di ispirazione…?

 

R. Sicuramente molti uomini hanno tratto ispirazione dalle sofferenze del corpo della donna… Io non credo che la sofferenza in sé sia fonte di ispirazione per chi la prova. Penso che sia proprio degli artisti o delle artiste trarne ispirazione, dare figura e parole a qualcosa di muto e sordo come la sofferenza. Per questo le immagini e le parole degli artisti possono essere di grande aiuto e di grande sollievo e naturalmente aiutarci a capire, cioè a dare vita alla vita. 

 

D. Le donne scrittrici-artiste da Lei scelte si caratterizzano per la loro autenticità, il loro anticonformismo. Una di esse esprime il seguente pensiero «per essere liberi ci vuole un interesse, un sogno […]».   Mi chiedo se Lei ritiene che questo pensiero sia solo femminile

 

R. No, ovviamente penso che la libertà, l’autenticità o anche l’anticonformismo, riguardino tutti gli esseri umani senza distinzione né di sesso né di “gender”. Credo però che spesso le donne – e in maniera più diffusa nel Novecento come sostengo nel mio libro “Memorie di una lettrice notturna”- abbiano avuto bisogno di uno scatto di libertà di pensiero in più, della spinta dell’anticonformismo, o se si vuole di un sogno, per riuscire a essere se stesse o semplicemente a essere.

D. L’ultima domanda. Quando parla della differenza tra donna e uomo fa riferimento al mistico; potrebbe darci ulteriori chiarimenti?

 

R. Posso solo rispondere che io parlo della differenza tra uomo e donna da scrittrice, cioè ne parlo nel terreno della letteratura che è il luogo preciso delle differenze, dove tutto si gioca – dalla sintassi alla trama -sul terreno delle differenze. E queste sono sempre incarnate in situazioni concrete, situazioni che variano e che magari si contraddicono. Voglio dire che, come le altre, anche la differenza tra uomo e donna è per me una differenza mobile.

Settembre 2010