Intervista ad Alba Donati

Le donne che scrivono. Intervista ad Alba Donati

A cura di Rossella Vaccaro

Introduzione. Si legge per pensare, sosteneva Vittorio Alfieri, oppure, come scriveva Italo Calvino, per “affrontare qualcosa che sta proprio cominciando a esistere”. Si legge per rubare tempo al dovere di vivere, ci dice Daniel Pennac, per legittima difesa, parafrasando Woody Allen.

albadonati copertina_libroQuando i libri diventano una parte importante della propria vita, la lettura prende la forma di una sorta di doppio della propria esistenza. Il libro che si sta leggendo, che sia un romanzo, un saggio o un libro di poesia, diventa una sorta di altro fisicamente assente ma silenziosamente presente nella nostra mente durante lo svolgersi dell’ordinario quotidiano. Per chi scrive, ancora di più: “Quando si scrive si fa una cosa di cui gli altri non sanno niente, e non se ne può parlare, si torna di continuo al proprio mondo segreto per poi fare cose diverse nella vita normale” (Alice Munro, Nobel per la letteratura 2013). Qualcosa d’intenso e assolutamente privato allo stesso tempo.
Possiamo leggere perché molti amano scrivere e questo perché la scrittura continua a essere la forma migliore per comunicare. Leggere è un grande piacere, tante volte coerente supplemento del piacere di scrivere. Si scrive per esprimere un modo di pensare e di vivere, per far conoscere una situazione, un’idea e ciò che si sente nel cuore.
In Italia si legge poco ma si scrive molto. I bambini e i ragazzi leggono più degli adulti. A scrivere sono più gli uomini ma a leggere sono più le donne.
C’è anche chi pensa che scrivere sia un affare da uomini, perché tutti i più grandi poeti italiani, e non solo, delle origini della letteratura erano maschi.
Eppure nel corso dei secoli proprio la scrittura è stata usata da tante donne per conquistare una libertà negata altrove. Basti ricordare l’incredibile invenzione del nushu, una scrittura inventata in Cina esclusivamente dalle donne nella regione dello Hunan, a cui veniva negato l’accesso all’istruzione, e che risale a circa 2.500 anni fa.
Trasmesso di madre in figlia, il nushu nasceva dal bisogno delle donne di comunicare e condividere i pensieri più intimi di una vita per loro assai dura. Si è trattato di una vera e propria invenzione rivoluzionaria poiché utilizzava un sistema sillabico laddove l’unico sistema di scrittura, esclusivamente utilizzato dagli uomini, era, ed è ancora in parte, ideografico.
Non si trattava di una scrittura segreta, ma di un sistema di scrittura “ignorato” dagli uomini perché sottovalutata, come inferiori erano ritenute le donne. Laddove la parola era negata, la scrittura la riabilitava.
Sono 13 le donne che hanno vinto il premio Nobel per la letteratura: nel 1926 lo vinse un’italiana, Grazia Deledda. Certo, rispetto a quello assegnato agli uomini, è un numero esiguo. D’altra parte non è infrequente che le donne si trovino nella condizione di doversi dimostrare parecchie volte più brave di un uomo per ottenere stima e reputazione.
Una donna deve essere tenace, combattiva ma non aggressiva, deve amare molto il suo lavoro e non lasciarsi scoraggiare dalle tante discriminazioni che possono accompagnare le sue passioni.alba donato_foto_1
Certamente sono molte le donne che scrivono e che lo sanno fare bene, molto bene, legando con raffinata capacità il pensiero all’esperienza e alle emozioni e sentimenti umani.
Paul Auster, prestigioso e notissimo scrittore contemporaneo americano,ha di recente dichiarato che “scrivere è una questione di dare, dare, dare senza tregua”.

alba donati_ritrattoAlba Donati sa dare, dare molto. E’ stata definita uno dei migliori esempi della poesia italiana contemporanea comparsi negli ultimi vent’anni, una poesia in cui coesistono, simultaneamente, felicità, amore e dolore. La sua raccolta di poesie “Idillio con cagnolino” (Fazieditore, giugno 2013) è stata recensita, e sempre molto favorevolmente, da tutti i quotidiani più importanti (http://www.fazieditore.it/Libro.aspx?id=1313).
L’idillio con una bambina intenta a scoprire e a conoscere il mondo è la cornice in cui Alba scrive i suoi versi e dove ogni parola esprime il suo stare su una linea di confine tra pubblico e privato. La linea conduttrice della sua raccolta è il legame con la figlia e allo stesso tempo quello con l’anziana madre, sguardi intimi sulla magia della continuità quotidiana in cui ritrovarsi ogni giorno. Passato, presente e futuro sono rappresentati dalle tre protagoniste tra le quali s’incontrano una saggezza antica e una contemporaneità foriera di avidità che tutto consuma e niente conserva. Un pensiero quest’ultimo che Alba esprime attraverso lo sguardo di una bambina che parla ai suoi giocattoli: “Siamo ricchi, abbiamo un pesce rosso, un cucciolo di cane e tanti libri….mi difettano i folletti, gli gnomi, le streghe, di cui ho paura”.
Nei versi di Alba Donati la violenza è un fatto storico e non metafisico e le sue parole sul male estremo, la violenza sui bambini, richiamano alla responsabilità del male. E proprio con alcuni versi tratti dal suo poemetto sui bambini di Beslan che lascio lo spazio all’intervista che Alba, con la grazia e la semplicità che la contraddistinguono, ci ha gentilmente rilasciato.

Da “Pianto sulla distruzione di Beslan”
In “Idillio con cagnolino” Fazi, 2013

38. Caro sole così presto tramontato
o bella mezzaluna
così presto spente le belle stelle d’oriente!

39. I tre fratelli, Alina, Umar e Azamat, sono rimasti uniti.
I fiori per la maestra sul banco.

40. “Ognuno tenti di ricordarne uno solo,
uno che è stato o uno che sarà.
Può darsi che la somma dei nostri pensieri
e del nostro lutto si avvicinerà a quello
che noi dovremmo veramente piangere”.

41. E chi non piangerà
per tanta rovina

chi non dispererà
per tanti morti

chi non proverà pietà
per tanti piccoli
sovrani uccisi?

42. Adesso non ci sono canti nella città
nè suoni.

Cè un eterno pianto dove prima c’era la gioia.

Non doveva accadere:
la coscienza individuale,
il diritto internazionale
la civiltà del male,
questa bestia sconosciuta, sopravvalutata,
Soccombente.

43. E per questa ragione si chiami
dunque “del principe leone”
il giorno uno e due e tre
del nono mese

perché è qui che si banchettò nella città di Beslan.

* Beslan deriva etimologicamente dal turco Bij-Aslan ovvero “principe leone”

Intervista

1) La prima domanda, visto il tema è d’obbligo: esiste una scrittura delle donne? Un diverso modo, rispetto agli uomini, di affrontare la scrittura? Lo stile è un fatto personale o di genere?

In linea di principio direi che non esiste una questione di genere, ma se poi scendo sul campo delle esperienze reali vedo cose particolari. Vedo ad esempio una leggerezza, una libertà, un rovesciamento del punto di vista che appartiene al midollo della scrittura di certe poetesse. Penso a Wislawa Szymborska e prima di lei a Emily Dickinson, o, per stare in Italia, a Vivian Lamarque, o all’inglese Carol Ann Duffy. Tutte unite da una marcata ironia nello sguardo sul mondo. Eppure questa ironia, l’ironia di chi si vede esclusa dal mondo dei vincenti, in differente grado, diventa spazio condiviso, terreno di sorrisi comuni con altri esclusi, mentre l’ironia, nel mondo maschile, spesso si fa strumento di distacco dal mondo, allontanamento (penso a Montale).

2) Alba, da dove nasce questa tua riuscita passione per lo scrivere, scrivere poesie?

Nasce da una bambina infelice che aveva molta voglia di leggere, di conoscere. Nasce sul mio atlante di bambina, alla scoperta di re e regine, costumi antichi, terre lontane, invenzioni scientifiche, nasce in una soffitta dove mi chiudevo a leggere pomeriggi interi. Nasce dai libri che arrivavano per caso in casa, grazie a una zia che faceva la domestica in città e ogni tanto portava un Cronin, un Dickens.

3) Al centro della tua Raccolta ci sono tre generazioni: una nonna, una madre e una figlia. Un transgenerazionale femminile. E aggiungerei che la tua è una poesia dove gli affetti familiari tessono preziosi fili fra la campagna e la città, tra temi di grande importanza sociale e le pieghe della quotidianità umana.

Sì ci sono tre donne e tre generazioni, ovvero il nostro passato il nostro futuro e l’oggi. Una madre arcaica e una figlia digitale. Cosa conserverà di arcaico in sé questa bambina? Ecco, si può resistere alla mercificazione del mondo? Si può salvare il pianeta rivalutando ciò che la generazione di mezzo (la mia) ha sperperato, bruciato, ammazzato? Il dialogo su ciò che è necessario e ciò che è superfluo è fondamentale.

4) Qual è stato per te l’incontro più importante per la tua Poesia?

Tre incontri, tre donne, tre professoresse: Fidalma Borrelli alle medie, Maria Laura Vichi al liceo e Rita Guerricchio all’università. Tre teste originali, intelligentissime, ironiche. Aggiungerei anche una quarta donna, la mia analista. Con lei sono uscita dal cono d’ombra dove ogni ispirazione muore. Con lei ho ritrovato la bambina della soffitta, che avevo perso. E’ stata un’esperienza molto importante, far nascere la donna che sapevo esistere ma non si vedeva più. Amavamo entrambe Alice Miller, cioè condividevamo una visione della psicoterapia non punitiva e autocolpevolizzante di certa ortodossia di derivazione freudiana. Volevo dire: io ho sofferto perché qualcuno mi ha ferito. Un po’ come dire oggi: tu anche se ho la minigonna non sei autorizzato a violentarmi. Fare chiarezza su questo per me fu molto importante. Non era scontato venti anni fa.

5) D.Winnicott, prestigioso psicoanalista inglese, scriveva che “la creatività consiste nel mantenere, nel corso della vita, qualcosa che appartiene all’esperienza infantile. Scrivere può quindi far parte di quello che lui ha definito “area transizionale”, quello spazio che all’inizio della vita scaturisce da un buon incontro
tra il bambino e la madre. Queste parole ti sono familiari?

Molto complicato. Il mio non è stato un buon incontro credo. Mia madre ha un carattere opposto al mio. E’ di poche parole poco accogliente nei gesti. Io una “ceciona”. Forse la mia soffitta era proprio quella solitudine. Una pancia alternativa. Il mio percorso è stato proprio quello di scoprire l’umanità di una madre così, che non sa dare, non sa fortificarti, non crea autostima, però ti vuole bene. Capire anche la sua vita di donna rimasta sola con un bambino a vent’anni e con un marito ‘disperso’ nella guerra di Russia. Capire che eravamo donne sole e disarmate, entrambe.
Detto questo ‘mantenere lo spazio infantile’ è fondamentale, per me, nella scrittura. La capacità di vedere il mondo come per la prima volta, non percepire le differenze paludate, rovesciare le gerarchie, fare grandi le piccole cose, ecco sono cose che contanto.
La scrittura è stata, nei secoli passati, uno dei pochi spazi di libertà delle donne. In condizioni di emarginazione è attraverso lo scrivere che molte donne hanno potuto affermare ed esprimere le loro esistenze e il loro vissuto di mancanza e di dolore. Dal secolo scorso le donne abitano la scrittura in modo certamente più pieno ed efficace, e questo sempre di più fino ai giorni nostri.

6) La mancanza, il dolore, sono sempre correlati all’espressione della poesia come anche la gioia? Puoi affermare che per te la poesia è sia espressione della gioia sia elaborazione del dolore?

Esattamente, la poesia può, magicamente, essere tutte e due le cose. Intanto io credo che la poesia corrisponda a fasi della vita, e corrisponde ai pensieri, ai sentimenti di quella fase. Io nell’Idillio ho certamente dato voce alla mia gioia di essere madre, di ascoltare le meraviglie filosofiche enunciate da mia figlia piccola, ho tracciato un perimetro e lì, nel perimetro di questa gioia, ho scattato la foto che durerà per sempre. Poi, ultimo capitolo del libro, ho cercato di testimoniare l’orrore dei bambini della scuola di Beslan massacrati il primo giorno di scuola. Ma direi che qui non c’è elaborazione del dolore o del lutto. Il lutto rimane lutto, anche qui per sempre. La poesia non può farlo. Può solo dire una piccola parte di quell’orrore.

8 marzo 2014