Fiabe Indiane dei cinque fiumi

La versione italiana è opera di Carla Muschio, che sa rendere, nella traduzione, lo stile narrativo, coinvolgente e lieve, ma profondo e colto, dell’originale.

Le illustrazioni sono di John Lockwood Kipling, (padre di Rudyard): con accuratezza, attraverso gli stilemi dell’Inghilterra contemporanea, l’artista raffigura un’India incantata, scenario ideale per lo svolgimento delle storie.

“Ma sono davvero tanto diverse le fiabe Indiane da quelle Europee, o da quelle Africane?”, mi sono chiesta, leggendo. Se si scende sotto l’onda di superficie, data dalla diversità dei paesaggi, dalla presenza di animali tipici di certe zone e non di altre, o anche da temi narrativi legati a tradizioni locali, credo che la risposta sia “no”. Intendo dire che, nel suo significato simbolico, la fiaba ha caratteristiche universali: è anonima perché la mente di ogni bambino è animata dalle stesse istanze; popolare perché i suoi contenuti furono narrati prima dell’esistenza di ceti e classi sociali e così ogni bambino può godere dei suoi motivi essenziali; è tramandata oralmente perché ogni bambino possa “sentire le parole” (come scriveva Mancia) e così possa sentire parlare di sé. Ogni bambino ha bisogno di una mente adulta che lo aiuti nella revêrie…

Come il nostro mondo interno, l’universo della fiaba è illimitato e atemporale (Carloni, 92) e c’è una sorta di “reciprocità ermeneutica” fra fiaba e sogno. Desideri, bramosie e orrori delle fiabe appartengono al mondo interno di ciascuno di noi; sono l’archeologia del nostro mondo onirico: per questo i bambini non si spaventano alle storie, talvolta truculente, delle fiabe.

Ma, ora, silenzio! Vi leggo alcune righe: “[…] dal tramonto all’alba, quando nessuno può lavorare, le lingue si sciolgono, eccome, perché quello è il tempo delle storie. […] si leva la voce di un bambino che racconta una storia, vecchia oppure nuova, storie che si narravano all’alba del mondo e verranno narrate al suo tramonto. Il piccolo auditorio ascolta, sonnecchia, sogna, e ancora l’astuto sciacallo trova qualcuno che gli tiene testa, oppure Bopoluchi, coraggiosa e fiera, ritorna ricca e vittoriosa dal covo dei briganti. Udite! E’ la voce di Kaniya e i sonnolenti ascoltatori hanno un fremito di attesa quando attacca con la vecchia, antica formula: “C’era una volta…”.” (17)

Dal tramonto all’alba della storia individuale… dall’alba al tramonto della storia dell’umanità. C’è una fiaba che si intitola “Il Piccolo Astragalo” (l’astragalo è un osso del tarso; era anche il dado usato nell’antichità, fatto appunto con l’osso del tarso di alcuni animali). Dunque, c’era un povero bambino rimasto orfano che era andato a vivere con una zia avara e senza cuore. Il bambino portava il gregge al pascolo e camminava scalzo tutto il giorno in lungo e in largo per la pianura, suonando un piccolo flauto. Arrivò un  lupo famelico, che gli chiese se volesse essere mangiato lui o le sue pecore. Il bambino lo chiese alla zia e la zia gli rispose che avrebbe dovuto farsi mangiare lui, che diamine! Il piccino pregò allora il lupo di risparmiare, almeno, il suo astragalo, di infilarlo su una cordicella e appenderlo a un ramo sopra lo stagno. Il lupo che, per quanto feroce, non poté evitare un briciolo di compassione per il pastorello che suonava così bene il flauto, così fece. Il Piccolo Astragalo suonò un nuovo flauto, con musica così dolce che tutti gli animali della foresta accorrevano ad ascoltare e lo stagno si riempiva di latte. Questo e altri prodigi giunsero all’orecchio del re, che volle avere solo per sé il Piccolo Astragalo, a tutti i costi. Dopo tanti inseguimenti, il  Piccolo Astragalo dovette arrendersi, ma una volta catturato, la sua musica diventò così struggente che anche il cuore del re si colmò di pietà e lo lasciò andare. Il piccolo suonatore tornò al suo posto accanto allo stagno. Da allora suona il flauto per tutti gli animali della foresta e per tutti gli uccelli dell’aria. Se qualcuno si perde nella pianura sconfinata, sente il flauto e dice: “Quello è il Piccolo Astragalo, mangiato da un lupo tantissimo tempo fa!” (139).

Ecco, questo, forse, è il nocciolo della vera eredità, la linfa vitale che circola fra gli esseri umani: la capacità di trasformare, di passare dal concreto al simbolico, di sognare i sogni, avendo, dentro, quella sorta di ombrello protettivo che permette di sentirsi garantiti in tutte le esplorazioni possibili (Ferro, 2005).

A cura di Nelly Cappelli