Fiabe tradizionali inglesi

 
La riduzione fiabesca volgarizza e semplifica gli antichi miti ad uso dei bambini, presentando loro modelli di condotta e prospettando soluzioni possibili alle intricate vicende umane. “L’orribile, il violento, il sensazionale non turbano affatto l’equilibrio psichico infantile perché non sono elementi sovrapposti dall’esterno, ma al contrario scaturiscono spontaneamente dall’inconscio stesso del bambino e debbono essere esteriorizzati, drammatizzati, raccontati per facilitare il distacco da essi e quindi la rassicurazione e l’equilibrio; ma tale processo si verificherà soltanto se il racconto avrà alte qualità artistiche”, scrive ancora Carloni 3, ispirandosi anche a Freud 4.
L’“arte” di raccontare le fiabe non consiste necessariamente nel padroneggiare un registro stilistico alto; è piuttosto una specie di gioco riuscito, in cui chi narra mitiga crudezza e sdolcinatezza, in un clima di risonanza affettiva e contatto emotivo col bambino. Quando, a Londra, nel 1918, la Steel pubblica la raccolta English Fairy Tailes 5 è già una scrittrice nota, studiosa di storia, attivista del movimento di liberazione della donna.
 
Ha vissuto a lungo in India, ne parla lingua e dialetti; all’India è dedicata larga parte della sua opera letteraria. Non scrive da folklorista e la sua narrazione non pretende l’oggettività; per narrare le fiabe della tradizione inglese, l’Autrice sceglie di non ricorrere alla lingua letteraria alta, come fecero, per esempio, Basile, L.B. Alberti, Collodi (che tradusse le fiabe di Perrault) e Puškin, che scrisse fiabe in versi, ma di seguire lo stile della narrazione orale. Le fiabe sono scritte con linguaggio semplice, avvincente. Sono volute le oscillazioni fra verbi al tempo presente e passato per esporre la stessa azione, le frasi che iniziano con: “allora…”, “e poi”. La leggerezza di questo linguaggio è la Leggerezza (ponderata) auspicata nelle Lezioni americane da Calvino, che, infatti, scrive le Fiabe italiane proprio con questo stile.
 
La traduzione della Muschio coglie lo spirito dell’originale e lo rende in Italiano. Si ha l’impressione che se la Steel avesse scritto le fiabe in Italiano, le avrebbe scritte così. Ogni fiaba veicola verità psicologiche profonde: se leggiamo “Sbrindellina”, vedremo gli effetti del lutto non elaborato; ne “I tre stupidotti”, quelli dell’ansia anticipatoria. Attraverso “La pianta di rose” capiamo che c’è bisogno di denunciare e di ripetere, finché ambiguità, ingiustizia, grumi di dolore e di rabbia non siano sciolti…
 
 
A cura di Nelly Cappelli 
 
 
 
2 Carloni G. (1968). Rivalutazione psicoanalitica della fiaba. “Contributi dell’Istituto di Psicologia dell’Università di Bologna”, 1-12.
 
3 Carloni G. (1963). La fiaba al lume della psicoanalisi. Rivista di psicoanalisi, 9, 169-186.
 
4 Ne Il poeta e la fantasia, opera del 1907 (O.S.F., 5, 375-383), Freud individua nel “carattere formale ed estetico” dell’arte, quel quid “dietro al quale e a nostra insaputa si soddisfano determinate tensioni psichiche” . Tramite il “piacere preliminare”, l’artista riesce a mascherare il contenuto egoistico, la “fantasticheria privata” e ad evocare qualcosa che appartiene a tutti gli uomini.
 
5 Steel F.A. (1918). English Fairy Tailes. London, Macmillan &Co.