Figure del femminile

A cura di Amalia Giuffrida (2009)

Collana Monografie/Rivista di Psicoanalisi

Roma, Borla, pag. 192, euro 24.00

 

Recensione di Francesco Carnaroli 

A gennaio 2008 si è tenuto a Roma un convegno su Figure del femminile, oggi (a cura del Committee on Women and Psychoanalysis – Cowap). Dalla rielaborazione delle relazioni di quel convegno (e con alcuni contributi nuovi) è nato Figure del Femminile, a cura di Amalia Giuffrida. In questa recensione, per esigenze di spazio, potrò fare riferimento soltanto ad alcuni dei testi presenti nel libro, e soltanto ad alcuni dei percorsi tematici che lo attraversano.

Per quanto la parola oggi non sia più presente nel titolo del volume pubblicato, vorrei sottolineare che forse l’aspetto più interessante di questo libro è che esso riesce a coniugare psiche e storia, riuscendo a mostrare alcune trasformazioni nel mondo interno femminile nel corso delle ultime generazioni.

Nel convegno del 2008 sul Femminile oggi sono emersi spontaneamente alcuni temi convergenti. Avendovi partecipato ed essendo stato uno dei relatori, mi sono sentito stimolato dalla percezione di una non voluta, non cercata, non concordata convergenza. Come se si parlasse di qualcosa che davvero esiste nella realtà, e che riguarda il nostro presente storico.

Come ha scritto Amalia Giuffrida nella sua Nota introduttiva al volume, «possiamo chiederci con Green (Le catene dell’Eros, 1997) se i cambiamenti di costumi e le trasformazioni culturali avvenute nell’epoca attuale potranno a lungo termine produrre dei rimaneggiamenti significativi nelle configurazioni fantasmatiche inconsce a noi note. L’inconscio potrebbe allora modificarsi nella sua essenza stessa e questo non solo nel registro dei suoi meccanismi regolatori difensivi, ma, soprattutto, nel registro dei suoi contenuti rappresentativi» (5).

Cercherò di attraversare le pagine del libro seguendo due assi che continuamente si intrecciano: il rapporto di identificazione conflittuale fra generazioni; le diverse modalità di coabitazione fra tre aspetti dell’identità (sessuale, materna, lavorativa).

Il dialogo fra le figlie e i genitori non è soltanto quello esplicito, che si svolge in superficie, ma anche quello che avviene per così dire sottotraccia, implicito, per lo più non detto, che abita i sogni e le fantasie (consce e inconsce). Spesso le percezioni, i vissuti, le fantasie che una figlia ha rispetto a entrambi i genitori e a loro come coppia non vengono mai a far parte del dialogo e del confronto fra i componenti della famiglia.

Lo spazio dialogico della psicoanalisi si pone in ascolto di questi vissuti silenziati ma fondamentali nell’indirizzare, emotivamente e praticamente, l’esperienza della persona. Dunque, la lettura onirica della propria identità incastonata nella realtà familiare (la “sacra famiglia interna”, come si è espressa in un sogno una paziente) potrebbe costituire un importante contributo della psicoanalisi nella cooperazione delle varie discipline che si interessano delle trasformazioni identitarie.

Se la madre si è chiusa nel lavoro, rinnegando attraverso di esso lo spazio degli affetti, intendendo con ciò il rapporto di coppia e l’empatia accudente verso la figlia, la figlia – carpita nell’identificazione primaria del primo rispecchiamento materno – può trovarsi privata di un linguaggio che l’aiuti a codificare il suo desiderio di coppia e di accoppiamento procreativo, e attraversare la vita con un costante rabbuiato “nervosismo”, la cui fonte non può che essere attribuita alle difficoltà nel lavoro, poiché le altre aree di senso non sono dicibili in quanto non codificate, rappresentate. Così, da un punto di vista terzo si può dire che l’iper-investimento di quella donna su un aspetto unilaterale della vita abbia costituito un surrogato rispetto ad altri bisogni non riconosciuti. Ma per quella donna quell’iper-investimento è stato fine a se stesso, surrogato di niente, perché le altre aree della vita sono rimaste invisibili a causa del bisogno rinnegato, non codificato.

La figlia è nata, la madre si è sposata, ha avuto rapporti sessuali, ha partorito, ma ha mantenuto un’anestesia emotiva rispetto a questi eventi (sia la coppia che la genitorialità), rapportandosi a loro in maniera concreta, estranea al contatto profondo. Tipiche le madri che dicono “ti ho dato tutto”, e con ciò non possono rappresentarsi altro che l’accudimento concreto, a partire dalla pressante prescrizione del buon cibo che la mamma produce: da tale configurazione possono svilupparsi nella figlia varie tipologie di schermi difensivi reattivi, dall’anoressia al guscio delle ruminazioni ossessive.

La figlia è cresciuta basandosi sullo zoccolo duro di una tale identificazione primaria, e ne è segnata: può apparire sessualmente emancipata rispetto alla madre, ma nella mente ha un buco laddove potrebbe esservi la rappresentazione di un rapporto di coppia stabile, affettuoso, generativo. Riguardo al desiderio di maternità, esso è impossibilitato ad emergere sulla base di un vissuto di maternità interiore.

E qui vi è uno dei luoghi di convergenza del libro: il rifiuto (o l’impensabilità) della maternità. Il libro ha il pregio di affrontare questo “buco nella mente” femminile senza alcuna sfumatura ecclesiale/moralistica. Si constata che là dove potrebbe affiorare il desiderio di essere madre (qualora se ne possedesse l’attrezzatura simbolica) appare invece un vuoto, alquanto disperato. Si parla di aborti “facili”, senza elaborazione del lutto.

Inserendosi in questa descrizione delle patologie del rispecchiamento materno, Malde Vigneri (“Essere donna oggi: l’attacco alla maternità”) racconta un sogno della paziente Sara, 35 anni, “una ‘ragazza’ sempre alle soglie della vita, immersa in un’aura adolescenziale”. Il sogno: «Vedevo mia madre salire su una scala e la vedevo vacillare, la vedevo perdere l’equilibrio. Io non mi muovevo e la vedevo cadere e farsi un male terribile. Mi avvicinavo a lei e le sussurravo astiosamente: scusami se non ti ho aiutato. Lei si trasformava in un forno a microonde che vomitava e divorava dei topini piccoli come embrioni rosa e senza pelle» (14). I sogni riassumono, condensando e metaforizzando, interi e stratificati percorsi emotivi, relazionali e riguardanti identificazioni volute o subite, confitte dentro come corpi estranei. La madre è odiata perché non ha saputo essere madre: potremmo dire scusati se non mi hai aiutato, se mi hai lasciato cadere e farmi molto male. La madre è odiata perché ha biologicamente partorito la figlia senza accudirla empaticamente fino alla sua nascita psicologica. La madre ha vomitato la figlia come un embrione rosa e senza pelle, e non ha avuto consapevolezza che una madre ha da essere, per un tempo relativamente lungo, una madre ambiente: dunque, è come se la figlia si fosse sentita espulsa come feci, e divorata con crudele indifferenza. La madre è inconsciamente odiata perché non ha dato modo alla figlia di interiorizzare la rappresentazione di uno spazio interno femminile procreativo. Ma inoltre, infine, da questa madre “forno a microonde” è difficile distaccarsi, perché è difficile la separazione quando essa è pesantemente gravata dal senso di colpa. Perché i bambini (le bambine) non sanno ancora fare un buon esame di realtà, e, se vedono la madre perdere l’equilibrio (fra i vari aspetti dell’identità), e cadere e farsi molto male, ne attribuiscono la colpa a se stesse. Questo tipo di colpa taglia le gambe a un’individuazione diversa e schiaccia la figlia su un destino simile a quello della madre, ma se possibile (vendicativamente?) più radicale, più radicalmente sterile.

Maria Teresa Palladino (“Antichi dilemmi e nuove declinazioni del femminile”) ci parla di due generazioni di pazienti: le vecchie madri che hanno avuto “difficoltà nell’espressione di sé nell’area sessuale […] [ma alle quali] è sembrata invece accessibile l’area legata alla maternità”; e le giovani donne, che appaiono «più libere tanto nell’espressione del loro desiderio sessuale, quanto nel permesso che si accordano di realizzarsi in ambito lavorativo, perseguendo anche obiettivi di alto profilo» (25).

La diffusione dei mezzi anticoncezionali ha permesso una distinzione fra sessualità e maternità, nel senso che quest’ultima può essere una scelta, volontaria e responsabile. Se da un lato questo nuovo scenario storico rappresenta ovviamente un dato positivo, dall’altro ad esso possono aggrapparsi parassitariamente delle problematiche fantasmatiche per cui la maternità non è distinta, bensì scissa dalla sessualità. In tal caso, il rapporto di coppia viene vissuto non come affettuoso spazio creativo e procreativo, ma come “storie brevi”, spesso con uomini sposati.

Il diniego dell’importanza del padre e della coppia generativa – tanto da configurare un “legame mancante” (Britton, 1989) – si accompagna al diniego di un proprio spazio interno generativo. Il desiderio di maternità è cancellato, e se avviene un aborto non vi è lutto per il bambino non nato. «Questi aborti, che possono anche essere ripetuti, rimandano a espulsioni di materiale fecale, a confusioni tra feci e bambini, che occupano un interno in cui non c’è distinzione tra luoghi di creatività e luoghi di espulsione, tra vagina e ano, insomma» (29).

Carnaroli (“Nevrosi ossessiva, Super-io materno e diniego femminile del corpo erotico”, 70) sostiene che spesso nella fantasmatica famigliare il “legame mancante” si accompagna a un legame incestuale (Racamier, 1995) fra la bambina e uno dei due genitori: vi è un incesto senza agito, anzi con la condivisione di un patto denegativo (Kaës, 1994) secondo cui i genitali non esistono. Tale configurazione attiva nella bambina il diniego del corpo erotico.

La ricerca sulla sessualità si imbatte in forti limiti (come nota Thanopulos, “Il desiderio della donna e la responsabilità materna”) se si occupa del sessuale femminile e di quello maschile separatamente: come è possibile «disquisire su ciò che è caratteristico della donna o dell’uomo senza partire dalla loro assoluta interdipendenza e complementarità»? (45).

E’ vero che non si dia nella natura umana la possibilità di un dialogo erotico – che sia anche reciproco e paritario – fra le differenze? E’ vero che se il piccolo «Edipo parla, indaga», allora la donna (e prima fra tutte Giocasta, madre di Edipo) «non può parlare»? (Giuffrida, “Il silenzio di Giocasta”, 35). E’ vero che se l’uno parla e indaga l’altra deve sentire giustificato dai fatti il proprio silenzio? E’ vero che la donna non abbia altra scelta che essere “fuggitiva” se l’uomo la cerca e la insegue? Corrisponde al vero (nel senso non fantasmatico intrapsichico e transgenerazionale) che se la donna cercata rispondesse con paritetica reciprocità, con simmetrico desiderio al desiderio dell’uomo sarebbe relegata nel vicolo cieco del masochismo femminile (Thanopulos, ibid., 46)?

Oppure in questa complessa configurazione relazionale si dispiega l’intricata conflittualità fra identificazioni transgenerazionali e possibili identità nuove?

Giuffrida (“Il silenzio di Giocasta”) e Ferraro (“Catene di Thanatos: senso di colpa e sessualità femminile”) – facendo riferimento anche al libro di Parat (1999) sull’erotico materno – sottolineano quanto proprio l’eccesso pulsionale che caratterizza la sessualità femminile possa essere fonte del suo essere silenziata, ingenerando una non raffigurabilità che poi si irradia in una inibizione della creatività.

E qui finisco: restano fuori da questa recensione – che altrimenti sarebbe eccessivamente estesa – molti altri contributi di grande interesse e che invito il lettore a leggere e a compulsare con fertile calma e cioè quelli di Laura Montani (“Femminile: nuove emergenze nella stanza d’analisi”), di Paola Golinelli (“L’offerta”), di Gilda de Simone (“Il fantasma del femminile e l’inibizione a pensare”), di Franca Munari (“Il ruolo della bisessualità nel processo creativo”), di Gianluigi Monniello (“Pubertario femminile e sguardo del padre”), di Loredana Micati (“Rappresentazione del corpo femminile e sguardo del padre”), di Manuela Fraire (“Oblio del padre”). E infine le “Conclusioni” tratte da Francesco Conrotto.

Bibliografia

Britton R. (1989). Il collegamento mancante: la sessualità dei genitori nel complesso edipico. In Britton & al. (a cura di) (1989). The Oedipus Complex Today. Clinical Implications. Poi in Breen D. (a cura di) (1993). L’enigma dell’identità dei generi. Roma, Borla, 2000

Green A. (1997). Le catene di Eros. Borla, Roma, 1997

Kaës R. (1994). Patto denegativo e alleanze inconsce. Elementi di metapsicologia intersoggettiva. In Interazioni, 1994, 1, Milano, Franco Angeli

Parat H. (1999). L’erotico materno. Roma, Borla, 2000

Racamier P.-C. (1995). Incesto e incestuale. Milano, Franco Angeli, 2003