“Figure” di R. Falcinelli. Recensione di D. Federici

"Figure" di R. Falcinelli. Recensione di D. Federici

FIGURE. Come funzionano le immagini dal Rinascimento a Instagram

di Riccardo Falcinelli

(Einaudi, 2020)

Recensione a cura di Daniela Federici

 

“Non si da percezione pura,

non esiste un’esperienza del vedere

che non sia interpretazione di quello che si vede,

e spinta del desiderio,

momento immaginativo basato sulle leggi della simpatia,

somiglianza o comprensione del dissimile.

(..) tutto il visibile esterno

non è più qualcosa che esisterebbe di per sé

anche se nessuno lo osservasse,

bensì è un mondo osservato che ha una forma

proprio perché qualcuno lo ha osservato,

abitato e raccontato con alfabeti che sono anche nostri.”

G. Celati Viaggio in Italia con venti fotografi, vent’anni dopo

 

Quest’ultimo libro di Falcinelli è un originale saggio di cultura visuale adatto a tutti i palati curiosi di farsi sorprendere da un vertice che spiazza l’ovvio del nostro osservare. Un divertissement colto e fruibile, un libro di figure di cui l’Autore non esplora i significati simbolici ma gli ingranaggi e le competenze tecniche che sottendono le immagini, che le costruiscono e le progettano verso specifici effetti.

Falcinelli, grafico editoriale e teorico del design, autore e divulgatore arguto che unisce in feconda sinergia saperi che spaziano dalla letteratura alla psicologia della percezione, sviluppa una riflessione analitica che smonta ciò che siamo abituati a vedere in modo naturale, prima con strumenti storici – i canoni delle rappresentazioni culturalmente determinati – e poi con strumenti compositivi e percettivi. Un itinerario condotto da uno stimolante punto di vista, che decifra le costruzioni visive come chi guardi dal retroscena la mise en scène dell’illusionista: cosa viene composto e come, perché lo spettatore veda ciò che vede.

Una prospettiva diacronica che dipanandosi fra la storia dell’arte, il teatro, la fotografia, il cinema, fino a Instagram, annota le trasformazioni delle rappresentazioni figurative attraverso le varie epoche e, dagli artifici della pittura barocca ai videogiochi, ci mostra come le strategie visive contemporanee si basano su regole antiche. Un’affascinante carrellata fra modi diversi di dare forma a una visione del mondo, in funzione dello spirito del tempo e di ciò che si chiede alla raffigurazione.

La figura suppone quindi prima di tutto una cornice, fondamentale perché ancora prima di essere un oggetto materiale, è un recinto psicologico che indirizza lo sguardo e gli da sensatezza.

Ciò che è centrato, per esempio (kentron dal greco, è l’aculeo del compasso intorno a cui si delimita la circonferenza), instaura un rapporto privilegiato con la cornice che lo circonda.

Ma la centratura come spazio scelto è effetto di una selezione, consacrata nel XV secolo dalla scoperta, di Leon Battista Alberti, della prospettiva: le linee convergono in un fuoco che corrisponde a un occhio ideale di chi si trovi di fronte, come seduto nel loggione centrale del teatro.

La prospettiva centrale non è il vedere naturalmente ma la sua astrazione.

Quelle linee di fuga materializzano nello spazio fisico il meccanismo dell’occhio per valutare la profondità, per costruire la terza dimensione.

È un modello culturale di tale successo da divenire l’unico per pensare l’immagine e che inventa lo sguardo moderno. È infatti il disegno prospettico a porre le basi per i dispositivi visuali che dalla camera oscura, alla macchina fotografica, al cinema, ai selfie, sviluppano l’idea quattrocentesca.

Antecedente concettuale della realtà virtuale, la finestra dello sguardo è un mirino, come in Shining, dove lo sguardo del bambino sul triciclo trasforma la prospettiva in un flusso ottico.

Spazi inventati per assecondare il desiderio famelico dell’occhio di maneggiare il mondo.

Punti di ingresso, puntatori, quinte, repoussoir, Falcinelli spiega tutti gli espedienti per indirizzare lo sguardo dell’osservatore, gli elementi secondari che mettono in evidenza quelli primari, gli stratagemmi per favorire l’identificazione. Ci illustra come ogni elemento dell’immagine, centratura o marginalità, proporzioni, orientamento, sottenda aspetti ideologici tutt’altro che neutri e risponda a una precisa volontà comunicativa. E figura dopo figura, ci accompagna a scoprire il rapporto fra le nature morte seicentesche e le collocazioni degli oggetti nelle foto pubblicitarie o nelle inquadrature dei film, le logiche delle geometrie, il bilanciamento, il ruolo del vuoto e l’aria, i tagli, la tensione che attraversa la forma e l’induzione che guida il legame degli elementi fra loro.

Chi inventa un’immagine è il mediatore di un complesso sistema di forze, dalle pulsioni inconsce alle memorie culturali.

Poi, certo, solo i grandi autori sanno vivificare le clausole tradizionali, trasformando la grammatica in poesia.

Così Falcinelli spiega anche come la foto della bambina vietnamita che fugge nuda e ustionata dalle bombe al napalm – che valse a Ut il Pulitzer e a molti la memoria iconica dell’orrore della guerra – si distinse emozionalmente da tutte le altre fatte in quello stesso contesto per la sensibilità del fotografo, che compie il gesto istintivo di abbassarsi mettendosi alla stessa altezza di quello sguardo disperato che gli corre incontro.

L’attenzione cui ci rimanda l’autore è a come guardiamo, e dal momento che ogni opera ha il suo modo di essere perlustrata e i movimenti oculari riflettono i processi del pensiero, le scoperte della psicologia sperimentale sulle valenze psicologiche che ci influenzano si sono messe a servizio delle strategie di marketing, per far si che ogni composizione sia un invito all’occhio a comportarsi in modi precisi. Così come i nuovi strumenti e mezzi espressivi – come la sconfinata galleria di simulacri di internet e le bacheche social – stanno orientando la produzione di immagini verso quel tipo di modalità osservativa e quel formato di meta-rappresentazioni.

È un andirivieni di reciproche influenze fra stimoli, elaborazioni e nuove creazioni.

Questo, nel succedersi delle epoche e degli stili, ha permesso agli sguardi di imparare a vedere l’astratto nel figurativo, ad apprezzare le immagini per il piacere estetico del movimento e del ritmo, dimostrando che più siamo abituati alla rappresentazione e più ci ragioniamo sopra.

Il libro di Falcinelli è un’educativa cassa armonica di questa processualità, perché offrendo il gioco spiazzante su ciò che non siamo abituati a pensare, insegna a guardare. Una saggistica intelligente e gustosa la sua, che ammicca anche ai non addetti ai lavori, con l’invito a sbirciare ‘il dietro’ di ciò di cui tutti, nel quotidiano, facciamo esperienza; ma non lo fa attraverso le forme ingessate di un manuale, piuttosto illustrando come funzionano modi diversi e consentendo al lettore di scegliere e coltivare i propri.

Perché il vedere da forma, è una sintesi sorgiva della nostra creatività.

Hautman considerava l’immaginazione visiva come un primo modo dell’organizzarsi di una pellicola di pensiero onirico-simile, un germogliante sviluppo verso la simbolizzazione.

Siamo esseri tributari dell’immaginazione, dalla matrice pittografica del pensiero al lavoro onirico, fino alle rêverie e alle figurazioni virtuosistiche con cui colmiamo l’insaturo e diamo corpo all’invisibile, al fantasticare, tradurre, indovinare di freudiana memoria, agli articolati salti dall’esperienza al pensiero speculativo.

Nelle Lezioni americane Calvino poneva la Visibilità fra i valori da salvare per richiamare il pericolo di perdere la funzione fondamentale dell’immaginazione: “Il potere di evocare immagini in assenza continuerà a svilupparsi in un’umanità sempre più inondata dal diluvio delle immagini prefabbricate?” – si chiedeva. E invocava una pedagogia dell’immaginazione per apprendere a elaborare le proprie visioni interiori, senza lasciarle soffocare sotto questo strato soverchiante di frammenti immaginativi né ammorbarle in un confuso fantasticare. Perché quelle epifanie cariche di significati che spesso fondano l’immaginazione letteraria – dalle visioni dantesche ai visconti dimezzati – si impari a cristallizzarle in una scrittura creativa che dia ordine e intenzione a quelle invenzioni.

L’appercezione creativa, l’accrescimento dell’attività psichica in grado di elaborare l’esperienza sensibile in una sintesi sostenuta dalla significazione.

Nella sua lezione Calvino descriveva entrambi i processi immaginativi: quello che dall’immagine arriva all’espressione verbale e il suo inverso.

Così risulta una sincronia squisita che fra le nuove uscite librarie si ritrovi anche il saggio di Peter Mendelsund: “Che cosa vediamo quando leggiamo” (Corraini Edizioni, 2020), un altro piacevole itinerario illustrato che attraverso immagini, frammenti testuali e grafici, costruisce una riflessione originale sui meccanismi immaginativi del lettore.

Leggere è guardare attraverso: guardare oltre… ma è anche guardare, con occhi speranzosi e miopi, verso

Le corse a perdifiato degli occhi, come le definiva Proust.

Così Mendelsund, art director editoriale, illustra il flebile dare forma ai personaggi e alle ambientazioni, i meccanismi per far dedurre intenzioni e sviluppi della trama ma anche per indurre specifici effetti nel lettore, le molte influenze di quel che viviamo dentro (emozioni, ricordi, immagini associative) e l’orbitare di vari elementi intorno, del ritmo e della musicalità della scrittura, fino ai codici e casting filmici che usurpano i gradi di libertà. Perché dal momento che ogni storia è fatta per essere tradotta con l’immaginazione, è l’insaturo ciò che consente a ogni lettore di mettere del suo e sentirsi toccato in modo idiosincratico da ciò che sta sotto le parole e ci obbliga a farci interpreti. L’esperienza della lettura colonizza il testo con ciò che conosciamo, una personalizzazione che fa del libro uno spazio di confine fra il fuori del mondo fenomenico e il mondo interno verso cui ci ritraiamo.

Gli autori sono curatori dell’esperienza. Filtrano il rumore del mondo, e da questo rumore estrapolano il segnale più puro che riescono a ricavare, a partire dal disordine, creano una narrazione.

E allo stesso tempo “un testo postula il proprio destinatario come condizione indispensabile non solo della propria capacità comunicativa concreta ma anche delle proprie potenzialità significative” scriveva Eco (1979). Perché la catena di artifici espressivi che orienta fino alle strutture semantiche profonde, per non rimanere lettera morta dev’essere attualizzata dal lettore attraverso una cooperazione interpretativa attiva (e non solo cosciente) e una precisa competenza dei codici.

C’è una storia che si chiama lettura. È una storia di immagini e immaginazione.

È un intreccio fra il presente che scorre lo sguardo, la memoria che conserva il pregresso e la prefigurazione di mondi possibili.

L’arte, più che riprodurre ciò che è visibile, rende visibile, diceva Klee. Immagini e parole ci muovono e ciò con cui risuoniamo ci colma di sostanza.

Falcinelli richiama le piccole collezioni iconografiche di foto, disegni, cartoline, locandine, biglietti, souvenir sparsi che abitano le nostre librerie, appuntate nei margini delle cornici dei quadri o sul frigorifero, o che giacciono come un fondale di ricordi nei cassetti. Sono parte dei paesaggi della nostra vita mentale, spesso non solo una galleria da contemplare ma madeleine proustiane evocative del nostro mondo interno profondo, luoghi dell’intimità, condensati di affetti e senso incisi nella nostra mente come strutture psichiche.

La scelta di quei frammenti sono una manifestazione di una vita interiore e di un’idea di mondo,

sottolinea l’Autore, e attraverso di essi costruiamo il nostro paradiso. Un luogo di riposo (a resting place of illusion, Winnicott), potremmo dire, con cui esprimiamo l’estetica e la poetica del nostro Sé.

In un’epoca dal tempo accelerato che allenta le nostre possibilità elaborative e un progresso che percorre sempre più diffusamente traiettorie a bassa risoluzione, come le descrive Mantellini,  misuriamo il forte rischio del disinvestimento psichico, del languire delle capacità di simbolizzazione, di passioni deboli che perdono il contatto con il proprio mondo interiore.

Fra queste geografie fragili che smarriscono la fantasia, ben vengano immagini e storie che ci vivificano piuttosto che lambirci esangui, dove perdersi e trovarsi, da scoprire e animare di potenzialità creative. E ben vengano libri che fanno riflettere su cosa sia vedere e pensare, che invitano con intelligenza al gioco di imparare a guardare in modi diversi e a metabolizzare il nostro incontro con il mondo per mezzo di modalità immaginative che ne fanno sostanza psichica.

Per imparare a vedere bisogna avere voglia di giocare e divertirsi. La sfida, insomma, non è diventare tutti storici dell’arte ma diventare tutti più consapevoli di come funzionano questi oggetti visivi che abbiamo intorno, che siano dipinti, film o pubblicità. L’alternativa è non vedere niente. ritrovarsi a vivere in un mondo che non capiamo davvero e che finiamo per subire.

 

Calvino, I. Lezioni americane. Mondadori, 1993.

Eco, U. Lector in fabula. La cooperazione interpretativa nei testi narrativi. Bompiani, 1979.

Hautman, G. “Immaginazione e interpretazione” In: Psicoanalisi Futura, a cura di G. Di Chiara e C. Neri. Borla, 1993.

Klee, P. Diari (1957) Il Saggiatore, 2004.

Mantellini, M. Bassa risoluzione, Einaudi 2018.

 

 

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