“Freud dopo l’ultimo Freud” di P. Campanile. Recensione di S. Vecchio

"Freud dopo l'ultimo Freud" di P. Campanile

FREUD DOPO L’ULTIMO FREUD

Per una psicoanalisi sempre nuova

di Patrizio Campanile

(FrancoAngeli editore, 2021)

Recensione a cura di Sisto Vecchio

 

«Ciò che hai ereditato dai padri, Riconquistalo, se vuoi possederlo davvero», (Freud, 1913)

 

Il titolo del lavoro di Patrizio Campanile – Freud dopo l’ultimo Freud – merita attente considerazioni perché, come scrive l’autore, sarebbe riduttivo «far riferimento agli ultimi anni della sua vita». Una definizione su base cronologica sarebbe, infatti, del tutto insoddisfacente a definire la complessità dell’operazione teorica che Campanile fa in questo testo. Egli non si dispone a prelevare dall’archivio-Freud una parte dell’elaborazione teorica del padre della psicoanalisi e identificarla come il lascito vero, la sintesi più significativa del lavoro di una vita e rigettare, quindi, come superate le complesse elaborazioni che, pur nelle discontinuità, l’hanno preceduta, e di cui essa stessa è opera. L’autore ci invita a fare un’operazione diversa: un’operazione complessa, profondamente impegnata a far emergere l’attualità del pensiero freudiano, facendo interamente suo l’aforisma derridiano «L’eredità non è mai un dato, è sempre un compito». Campanile fa suo questo compito e costruisce-ricostruisce un laboratorio ricco, fecondo, in cui sottrae gli scritti freudiani ad uno sguardo museale e ci guida a ritrascrivere i dispositivi teorici che in essi si sono via, via depositati in una storicità vivente: quella di Freud al lavoro. L’assunzione di questo vertice genealogico-evolutivo consente di osservare nel movimento del pensiero freudiano, nei suoi passaggi e nelle sue traversate delle dinamiche dell’Inconscio, l’emergenza di concetti e dispositivi teorici aperti all’interrogazione della pratica che, in una sorta di riempimento progressivo, ne  ridefinisce i confini e al tempo stesso ne svela il non pensato nelle sue aperture a nuove forme di intelligibilità. Ne risulta una rilettura che, pur mossa da un’esigenza di ricomporre in modo fecondo il suo lascito, non è mai semplicistica e riduttiva, ma porta alla luce le complesse stratificazioni, l’intreccio dinamico, i rinvii a livelli diversi di astrazione di nodi teorici che, com’è caratteristico del pensare freudiano, dicono quel «tenere insieme» (Zusammenhang) elementi contraddittori del «vero e proprio psichico» in cui «ogni cosa è alla frontiera del suo contrario». Questo «tenere insieme», tuttavia, come sottolinea l’autore, non può prescindere dall’esigenza di una rigorosa definizione concettuale. Un doppio movimento, una doppia esigenza, dunque, segna il passo di una scrittura che senza mirare ad una esegesi della parola del maestro, persegue lo statuto di un’oggettività testuale su cui fondare «un laboratorio di riflessione sull’evoluzione del pensiero freudiano, […] un ripensamento di concetti formulati in contesti teorico-clinici precedenti, ma anche sullo sviluppo che gli spunti, le ‘novità’ e le questioni che da allora sono rimaste aperte potrebbero avere in prospettiva per far dialogare, sulla base di un quadro teorico da ricomporre, la realtà odierna delle ‘molte psicoanalisi’»,(pag.9).

È questa la cornice in cui l’autore si muove, consapevole di «portare … con sé  qualcosa che lo lega a ciò che vuole comprendere», con uno sguardo, certo, in cui si respirano le «sue intime predilezioni» e la sua passione per la psicoanalisi, invitandoci ad «andare a vedere Freud», non solo per essere, come raccomanda Pontalis, giusti con Freud, ma per poterlo «usare» creativamente in una pratica che ne attualizzi le potenzialità e riapra schemi interpretativi consolidati. Andare a vedere significa, infatti, avere a distanza, la distanza necessaria per dare la maggiore oggettività possibile al testo, ai concetti, perseguita con una puntuale ricostruzione storica. Una necessità epistemologica, quindi, ma anche etica, l’etica di un pensiero che rifugge sia dalla feticizzazione della teoria trasformata in dottrina col risultato, come scrive Fedida, di una «cadaverizzazione della metapsicologia», sia da derive semplicistiche, prêt-à-porter, di parole bauli sempre più designificate, che sono la vera minaccia della psicoanalisi. Così, Campanile si mantiene nella prossimità di Freud e, al tempo stesso, «preserva quel ritiro necessario» per un’appassionata e rigorosa rivisitazione dei nodi significativi di una teorizzazione in divenire, sottolineando la necessità di non «trasformare una teoria in un monumento». «Non si dà in tal caso» scrive l’autore, «solo la fine di quella teoria, ma della possibilità stessa di contrastarla in modo utile. Trasformare gli oggetti di investimento in monumenti e cioè in oggetti idealizzati è un pericolo che corrono in realtà tanto coloro che ne sono i sostenitori, quanto coloro che li fecalizzano per poterli gettare. Tanto in un caso, quanto nell’altro saremmo vittime – e uso la prima persona plurale consapevole che il rischio ci riguarda tutti – delle dinamiche che ostacolano sbocchi creativi nei passaggi generazionali risultando confusi in modo inerte ed ambivalente più che identificati con i padri per questo trasformati in monumenti o impossibilitati a conoscerli e riconoscerli per fondare la differenza»,(pag.186).

Freud, dopo l’ultimo Freud è un lavoro complesso in cui l’autore si fa interprete della processualità del pensiero freudiano, della sua evoluzione non riducibile ad una semplicistica successione di paradigmi ma ad una loro coimplicazione che, in tal modo, attinge un livello diverso di complessità. Il lavoro che ne risulta ha la struttura di un ipertesto; con uno stile insistito, serrato e sempre puntuale, a testimonianza di una profonda conoscenza dell’opera freudiana, Campanile si muove con agilità negli scritti del maestro ricostruendo i nessi di una trama, di una matrice concettuale che Freud ha costruito via, via con una sapienza artigianale, e «osserva[re] ciò che di nuovo man mano o ad un certo punto emerge, i problemi che risolve e quelli che pone (e di tutto ciò fa[re] tesoro)»,(pag.17).

L’ultimo Freud è, infatti, per l’autore un «punto di arrivo ma contemporaneamente punto di partenza per ulteriori sviluppi … egli [Freud] si trova di fronte a qualcosa di familiare … ma al tempo stesso a qualcosa di completamente nuovo e sorprendente. Nuovo e sorprendente, nella misura in cui cose familiari e ovvie, una volta guardate nel loro insieme, consentono di vedere ciò che prima non si vedeva ed in particolare la struttura d’insieme che emerge dall’operazione del riunire i pezzi. Emergono allora nuove nozioni, anch’esse nominate di sfuggita … e non riprese poi in modo sistematico. Si pensi a due locuzioni/nozioni che compaiono ne Il disagio della civiltà: costituzione psichica e permanenza nello psichico. Inedite, esse denominano teorie generali sui cui principi possono cercare/trovare fondamento le teorie psicoanalitiche dello sviluppo e la psicopatologia»,(pag.16).

Queste mi sono parse, almeno in parte, le ragioni di questo lavoro che nella sua tessitura porta allo scoperto quel modo di procedere caratteristico del pensiero freudiano che si muove superando e conservando concetti con cui costruisce l’«impalcatura» della vera realtà psichica.

Non cercherò di fare una mappa del testo di Campanile, né di suggerire percorsi di lettura,  e non perché non vi sia nella sua architettura quel movimento che caratterizza l’argomentazione dimostrativa della tesi assunta che procede per tappe successive, ma perché, e questo, per me, è motivo di apprezzamento, ogni capitolo, ogni argomento scelto come un nodo significativo del discorso, seppur mette a fuoco una dimensione locale, mostra, evidenzia le connessioni, i rimandi, la rete concettuale in cui si inscrive in modo significativo. Così ogni parte, ogni argomento può essere letto come un tutto in qualche modo autonomo.

Il testo è suddiviso in due parti; come egli stesso scrive nell’introduzione, nella prima  «mette al lavoro l’idea che Il disagio della civiltà sia da considerarsi un momento di svolta ed apra una stagione di pensiero identificabile come l’ultimo Freud», (pag.17). «Ne Il disagio della civiltà (1929) infatti arriva a compimento la teoria della genesi e del funzionamento del Super-io. È stato necessario rimettere mano o, meglio, mettere mano in modo nuovo ad una teoria dell’aggressività. Questo ha consentito a Freud l’ulteriore approdo. Per lui l’aggressività era sempre stata l’espressione della forza della pulsione e comunque ha continuato a pensare che ciò che sul piano fenomenico qualifichiamo come aggressività sia riconducibile alla forza della pulsione (delle pulsioni). Ma, per usare le sue parole, con Il disagio riconosce di aver fatto un passo avanti dando statuto specifico alla distruttività in quanto espressione della pulsione di morte» (pag.17).

Il sisma metapsicologico, nelle parole di Assoun, determinato dalla ipotesi speculativa della pulsione di morte formulata in Al di là del principio del piacere, a partire dai fenomeni della coazione a ripetere e dalla reazione terapeutica negativa, riapre il cantiere freudiano evidenziando, non senza resistenze, come Campanile ricostruisce sapientemente, la strutturale necessità della pulsione di morte nella logica freudiana. Il Disagio della civiltà rappresenta, dunque, per l’autore, il prodotto di questo cantiere, il punto di arrivo di una riflessione «durata dieci anni» e, al tempo stesso, una svolta che offre snodi teorici che meritano di essere ripresi ed ulteriormente rielaborati in una attualizzazione dei paradigmi che orientano la nostra pratica clinica. La pulsione di morte che ha ridisegnato un nuovo dualismo pulsionale rendendo necessaria l’elaborazione della teoria strutturale, trova, infatti, in questo saggio «il posto che [le] spetta nell’interpretazione della vita». Alla distruttività viene, quindi, riconosciuto uno statuto specifico in quanto espressione della pulsione di morte di cui viene indicata la presenza ubiquitaria con un «chiaro riferimento alla distruttività di sé e dell’oggetto, dove l’attacco all’oggetto e la sua distruzione da una parte ed il piacere della distruzione, dall’altra, si intrecciano fino all’autodistruzione» (pag.28).

Campanile, in questa rilettura dell’ultimo Freud, assume, come si vede, il vertice del dualismo pulsionale, dei suoi destini, e delle «indispensabili modificazioni della teoria» che esso rende necessarie e, in un andirivieni tra i testi freudiani, ne rintraccia i punti essenziali, evidenziando «possibili aperture di riflessione e ricerca». Ne deriva una scrittura che definirei multisequenziale, reticolare, che, per esempio, nel capitolo già citato, intitolato Il disagio della civiltà, una svolta per una teoria dell’aggressività, rielabora le tracce di un percorso che attraversa i testi che vanno dal 1920, (Al di là del principio di piacere), al 1938 (Compendio). Seguono, nella seconda parte del testo, i capitoli Ripensare l’Odio freudiano (in cui un paragrafo molto significativo è, per me, quello dedicato al nesso odio-narcisismo); L’odio che ci fa e ci disfa; Il trauma psichico; Verità storica: un nome alla cosa; Sublimazione: solo una nozione obsoleta che lascia interrogativi irrisolti?, un argomento poco trattato dalla letteratura, ma tutt’altro che trascurabile e di poco conto. Il sesto e penultimo capitolo, Costituzione psichica. La teoria freudiana rivisitata dopo il Compendio, si dispiega in circa sessanta pagine e, da solo, varrebbe la pubblicazione. Dopo aver delineato il concetto di costituzione psichica e il vantaggio teorico di assumere questo concetto per guardare alla realtà psichica nel suo insieme e nelle sue possibili configurazioni dinamiche, ne individua i vertici da cui ripensare l’architettura «organizzata sulla base di tre principi (nirvana, piacere e realtà), un dualismo pulsionale (pulsione di vita-pulsione di morte) cui è connesso il postulato dell’impasto-disimpasto; una doppia ripartizione delle pulsioni, cioè il loro poter essere dirette nella direzione del soggetto stesso o al di fuori di esso; una doppia polarità attivo-passivo e, infine, una doppia disposizione sessuale (bisessualità) che con la precedente si salda» (pag. 169). I fondamenti di questo edificio sono rintracciati nelle due tendenze, attrazione e repulsione, «la prima di una serie di coppie fondanti ed euristiche». Il convincimento della necessità di dover partire dall’ultimo Freud per comprendere il dopo Freud è l’auspicio con cui Campanile chiude questo capitolo che, per la ricchezza delle argomentazioni, tanta parte occupa nell’economia del testo. Segue il settimo capitolo dal titolo significativo Per chiudere… e riaprire. È l’annuncio di una promessa? Conoscendo Patrizio Campanile, credo che il suo amore per la psicoanalisi, la sua passione, non smetterà di farsi opera con cui ci inviterà a riflettere sul nostro modo di rispondere al compito di far nostra la meravigliosa eredità di un modo di pensare la vita al servizio della vita, nella consapevolezza che non c’è presente e futuro senza il passato.

Come ho cercato di dire in questa recensione assai incompleta, lo sguardo di Campanile è rivolto al presente, ai problemi che investono la nostra pratica, una pratica che certo si mantiene necessariamente aperta ad aggiustamenti e variazioni dettate dalla clinica, ma che al tempo stesso non cede a derive che in vario modo minacciano dall’interno e dall’esterno la specificità del metodo psicanalitico e, al tempo stesso, pongono problemi ineludibili sulla sua praticabilità.

 

Bibliografia:

J. Derrida, (2001), La bestia e il sovrano, Jaka Book, Milano

P. Fedida, (1978), L’absence, Gallimard, Paris

S. Freud, (1912-13), Totem e tabù, OSF, vol VII

 

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