“Giaguari invisibili” di Rocco Civitarese. Recensione di Anna Scansani

Giaguari invisibili

Di Rocco Civitarese (Feltrinelli, 2018)

 

Recensione di Anna Scansani

 

Giaguari invisibili non è la prima opera di Rocco Civitarese che è stato, nel 2016, tra i semifinalisti del Premio Campiello Giovani e ha ricevuto una segnalazione speciale al Premio Calvino.

Rocco, come il protagonista del suo romanzo, Pietro, ha diciotto anni, frequenta l’ultimo anno del liceo classico di Pavia, come lui è abruzzese e deve sostenere il test per l’ammissione alla facoltà di Medicina.

Il romanzo prende le mosse dall’insuccesso di Pietro Mazzoccone che il test non lo supera e dal lungo flashback cui quindi si abbandona per capire le cause del suo fallimento: ci racconta così l’ultimo anno della sua vita, e di quelle del gruppo dei suoi compagni e amici.

Lo fa con un ritmo incalzante, in un testo che gioca con un sottotesto fatto di pensieri che l’autore rivolge a se stesso.

Testo e sottotesto portano il lettore a contatto con il mondo di pensieri e sensazioni, progetti, tentativi e fallimenti dei protagonisti e lo toccano in modo umoristico, spassoso, tenero a volte e sempre in presa diretta con le emozioni che vengono narrate.

I protagonisti del romanzo sono alle soglie dell’esame di maturità, alle prese con gli umori, le passioni, delusioni e fatiche dei loro diciotto anni.

Ci vengono presentati con cura, capitolo dopo capitolo: con Pietro Mazzoccone, Davide “Golia” Bellassame, Giustino Butti, Jack Parisi, Anna Pettirosso e la sorella (anche i nomi sono importanti) Sofia, Laura e gli altri entriamo nel mondo dell’adolescenza, con tutta la sua vitalità, l’incertezza, la confusione e l’irruzione della sessualità.

 

«I neuroni di Pietro si erano ammutinati. Il testosterone, esposto  ai bombardamenti di fascino femminile, aveva tranciato sinapsi e sparso mielina come sangue finto in un film di Tarantino.» (p. 32)

 

I nostri giaguari invisibili (titolo tratto da un verso di W. Szymborska) si muovono in un’età di passaggio tra l’ultimo anno del liceo ormai quasi alle spalle e il dopo da conquistare con un balzo nel futuro. La crescita procede anche a balzi… Come i giaguari Pietro e i suoi amici devono fare un salto per diventare grandi, afferrare il futuro e districarsi nella giungla delle emozioni.

 

«È un mondo che pulsa davanti ai nostri occhi e in cui entriamo grazie allo sguardo e alle voci interiori dei protagonisti, che irrompono nella narrazione come un gioco di opposti desideri (spesso con effetto comico), fra attrazioni e separazioni, insicurezze e gelosie, partite di pallacanestro e feste notturne, baci improvvisi e risse.», come recita la terza di copertina.

 

Rocco Civitarese è capace di rendere efficacemente gli umori dei giaguari e le atmosfere del territorio in cui si aggirano: Pavia, anch’essa protagonista del romanzo con il fiume lungo le cui sponde si svolgono molti degli avvenimenti narrati, i luoghi degli appuntamenti, piazza Regisole in un tenero e spassoso episodio, le zanzare, la nebbia.

 

«Casa Mazzoccone era un palazzo giallino di tre piani che affacciava sulla riva destra del Ticino. Bersaglio del tiro a freccette delle zanzare in estate, lambito dalla nebbia del fiume nei mesi freddi.» (p. 25)

 

Protagonista nello sfondo c’è anche l’Abruzzo le cui radici Pietro Mazzoccone sente così profondamente, e che è presente anche negli autori citati da Civitarese.

 

«Perché era abruzzese, e quando c’è bisogno non solo di intelligenza agile e spirito versatile, ma di volontà ferma, di persistenza e di resistenza, io mi sono detto a voce alta…

Tu sei abruzzese.» (p. 26)

 

Ci sono dunque motivi validi per leggere con piacere il romanzo di Rocco Civitarese ma desidero anche sottolineare come sia interessante leggere un romanzo sull’adolescenza scritto da chi la vive dal di dentro.

È anche commovente seguire passo passo i protagonisti che sono “in divenire”, poterne cogliere le potenzialità, le sensazioni, i primi innamoramenti percorrendo il filo emotivo narrato da uno di loro. E narrato, qui è la scrittura a essere protagonista, in modo vivido e libero da sovrastrutture e inibizioni, con un ritmo che ci cattura dalla prima pagina.

Si respira la magia dell’essere in-divenire, quando tutto è possibile, confuso anche, da chiarire, dipanare e conquistare, quando tutto è per la prima volta.

Anche un momento buio, di sofferenza, quando il gruppo diventa branco e diviene violento, trova spazio in queste pagine.

Un libro sull’adolescenza scritto da un adolescente, ma non solo questo: Civitarese ha bisogno di scrivere, a mio parere, di narrare questa e altre storie e il modo in cui lo fa ci mostra quanto la libertà di esprimere il proprio mondo sia una straordinaria ricchezza che diviene risorsa per chi ne fruisce.

Rocco Civitarese seguendo il filo delle sue emozioni costruisce la trama di una narrazione corale in modo sicuro e diretto, anche onirico e surreale a volte.

Colpisce la citazione iniziale, tra le altre, di Federico Fellini (Perché non sa voler bene.): si sente molto in queste pagine il voler bene, il legame e di affetti fortemente si tratta nel romanzo, e dello sforzo per imparare a esprimerli.

Termino con le parole di Rocco:

 

«C’è chi si annoia e sogna poco.

Per fortuna, però, c’è chi fa il lavoro doppio.

I ragazzi sognano anche a occhi aperti.» (p. 11)

 

Mi sembra un buon modo per concludere.

 

 

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