Gli Indiani. Ritratto di un popolo

Sudhir
Kakar e Katharina Poggendorf  Kakar
(2007)

Neri Pozza Editore, Vicenza, pag. 253.

 

Ho incontrato recentemente il libro di Sudhir e Katharina  Kakar, uscito già qualche anno fa, sul popolo indiano e vorrei proporne la lettura a chi sta per mettersi in viaggio in quanto, a mio parere, sollecita una serie di riflessioni intorno alla questione della natura dell’identità.

Da sempre, è risaputo, l’Occidente è affascinato dalla cultura dell’India e dalle sue forme di pensiero. O forse, ciò che dell’India incanta a tutt’oggi gli occidentali – imprigionati nel loro “dover essere” – è il suo modo di transitare nella vita. Un ulteriore contribuito non quantificabile a questa fascinazione, lo hanno dato i suoi colori, i suoi profumi e la bellezza dei suoi abitanti. Alcuni di noi hanno sperato che confrontarsi con questo mondo significasse tornare all’essenza dell’esistenza, qualcuno ci è riuscito, oppure, più semplicemente, ha potuto vivere una tolleranza altrimenti insperata. Qualcuno ha cercato laggiù la ragione di una malattia incurabile, qualcuno non è ritornato.

Viviamo quotidianamente “l’inflazione” dell’India: la troviamo dietro l’angolo di casa quando l’esperto dell’ultima ora (vagamente situato nell’ampio spettro che dall’estetica, passando per la fisioterapia, arriva fino alla medicina
alternativa), ci propone un massaggio ayurvedico per curare i nostri dolori e, già che ci siamo, la nostra anima, visto che, dice, il corpo e la mente sono collegati, anzi sono un’unica cosa. Ci chiediamo allora se, parlando del
rapporto mente/corpo, il nostro esperto si riferisca alle problematiche freudiane della pulsione oppure se sia ispirato dagli scritti di Grotstein. Nel frattempo ci troviamo ad essere fastidiosamente pizzicati in vari punti “strategici” del
nostro corpo dolente.

Ascoltiamo storie di santoni che hanno portato via la nostra vicina di casa, tra le nuvole bianche, e i mantra recitati in casolari riadattati per l’uso tra le nostre colline.

Perché allora leggere un libro sugli indiani? Non ci siamo già abbastanza “liquefatti”, annacquati e dispersi nelle identità altrui?

Il motivo di questa lettura potrebbe essere quello di ritornare sul problema dell’identità.

Siamo colpiti dalle analisi sociologiche che facilmente definisco fluidi, liquidi, i processi identitari, eppure quando tentiamo di curare la sofferenza legata a questi processi abbiamo l’impressione di lottare contro qualcosa di granitico, difficilmente modificabile.

Quando siamo alle prese con pazienti che sono identificati con una visione di sé senza speranza sappiamo quanto duro sia il lavoro che dobbiamo fare per permettere loro di darsi qualche futuro.

La psicoanalisi ci ha mostrato la “solidità” degli strati profondi che costituiscono la formazione dl senso dell’essere di ogni individuo, ed è per rivisitare il nostro mondo identitario che propongo, sapendo di non proporre niente
di nuovo, ancora un “passaggio in India” per un approfondimento del costituirsi delle differenze.

La lettura del libro dei Kakar, interessante analisi dell’identità indiana, costituisce una possibilità di comprensione del problema dell’identità che va oltre l’analisi di un’identità specifica di un popolo ma ci accompagna,
attraverso i continui rimandi degli Autori alle origini delle differenze, alla radice stessa dell’identità. «L’identità personale non è un ruolo o una serie di ruoli con cui spesso la si confonde, non è un fluire indistinto, ma è
caratterizzata da un senso di continuità e corrispondenza indipendentemente da dove ci si trovo nel corso della vita» (7).

Gli
Autori ci descrivono la rete di parentela, i sistemi di allevamento e di cura del corpo del bambino, lo strutturarsi dei legami familiari, l’autorità e la società delle caste, la concezione della vita sessuale, la differenza tra sessi, la pubertà e il matrimonio, la vita spirituale ecc.

Lo sguardo di Sudhir Kakar, è quello di uno psicoanalista che a contatto con la storia, gli approfondimenti sociologici e antropologici, i discorsi dei politici, i miti e la letteratura, ascolta i suoi pazienti.

Scopriamo ad esempio, come il miracolo economico dell’India cresca dentro questo tessuto complesso di identità e sistemi di relazione come parte di esso e prodotto della sua stessa natura.

«L’identità di un uomo – nella quale svolge un ruolo primario l’ambiente culturale in cui egli è cresciuto – è ciò che gli permette di riconoscersi e di essere riconosciuto dai componenti del suo mondo. L’identità non è un abito da
indossare o togliere a seconda del tempo che fa, ma è qualcosa che si porta sempre addosso, sotto la pelle. Può far male ed essere vissuta drammaticamente, si può maledirla, ce se ne può lamentare, ma non è possibile liberarsene. Anche se si può sempre tenerla nascosta agli altri o, ancor peggio, a se stessi» (7).

Ci viene descritto il formarsi delle diverse identità attraverso quello che si impara quando si cresce abituandosi a mangiare con la mano destra e a lavare le proprie parti intime con la sinistra usando solo l’acqua piuttosto che con la
mediazione dalla “carta igienica”. Vediamo come l’essere maschio o femmina prenda la sua particolare forma attraverso la vicinanza delle donne nel sistema familiare allargato.

Particolarmente interessante risulta l’analisi di che cosa significa liberarsi da quello che è lo sporco e allontanarlo da sé, o, al contrario doverlo trattenere e occultare.

I drammatici conflitti tra musulmani ed indù ci vengono descritte da “dentro”, da quello che si proietta nell’altro, nel diverso da sé, da quello che vuol dire essere sporchi o puliti, da come si vede il bene e il male, dalla soluzione che
ogni cultura trova per i conflitti tra il bisogno di intimità e dipendenza e la crescita individuale.

Il problema del fondamentalismo, notoriamente in crescita là dove non vengono riconosciute le differenze, viene descritto partendo dalla forza che assume l’identità profonda quando viene negata.

Alla fine questo “passaggio in India”, ci aiuta ad avvicinare i problemi legati alla formazione dell’identità nella nostra cultura, identità che forse non è poi così “liquida”.

«L’ambiente culturale in cui un bambino si trova a crescere costituisce il software del suo cervello e in gran parte è già formato alla fine dell’infanzia. Il cervello, che è un organo tanto sociale e culturale quanto biologico, continua però a cambiare per il resto della vita in risposta agli stimoli ambientali. Come, secondo il noto detto, non ci si può immergere due volte nello stesso fiume, così non si può usare due volte lo stesso cervello. […] In altre parole, la
possibilità che esistano identità ” fluide” e mutevoli nell’età adulta sono piuttosto limitate e, per di più, solo raramente vanno a toccare gli stati più profondi della psiche» (8).

La lettura di questo libro può essere vicina all’esperienza di un viaggio in cui, partiti con l’idea di capire in che cosa siano simili e diversi gli “altri”, ci troviamo alla fine, guardando il modo in cui ci guardano, a conoscere qualcosa
di più di noi stessi.

Jones De Luca

Luglio
2010