“Il Colibrì” di S. Veronesi. Recensione di M. Pappa

“Il Colibrì” di S. Veronesi. Recensione di M. Pappa

“Il Colibrì”

 Di Sandro Veronesi (La nave di Teseo, 2019)

 Recensione a cura di Maria Pappa

 “Delle ali e un altro apparato respiratorio, che ci permettessero di attraversare l’immensità degli spazi, ci sarebbero inutili, perché se salissimo su Marte o Venere conservando gli stessi sensi, questi rivestirebbero dello stesso aspetto delle cose della Terra tutto quello che potremmo vedere. L’unico vero viaggio, l’unico bagno di giovinezza, sarebbe non andare verso nuovi paesaggi, ma avere altri cento occhi, vedere l’universo con gli occhi di un altro, di cento altri, vedere i cento universi che ciascuno vede, che ciascuno è”.

Marcel Proust

(1923, p. 264)

L’ultimo romanzo di Sandro Veronesi, Autore di “Caos Calmo” (2005), da cui è stato tratto l’omonimo film (2008), è “Il Colibrì”, un romanzo sul dolore e sulla “forza struggente della vita”, che pone al centro le esperienze di trasformazione interiore del protagonista e dei vari personaggi descritti, e che, a mio parere, offre al lettore stesso un’opportunità trasformativa. Il colibrì, che dà il titolo all’opera, è tra gli uccelli più piccoli al mondo, capace di rimanere quasi immobile, sospeso nell’aria, grazie a un frenetico e rapidissimo battito delle ali, addirittura capace di volare all’indietro. Forse per tali prodezze di volo, inimmaginabili per altri uccelli, il colibrì era venerato dai Maya, che credevano che fosse l’incarnazione dei guerrieri del sole. Marco Carrera, il protagonista del romanzo, è il “colibrì”, soprannome scelto per lui  dalla mamma quando era bambino, ed era molto meno cresciuto in altezza e corporatura rispetto ai coetanei, al fine di rimarcarne anche la graziosità e la velocità, oltre alla piccolezza. Quella di Marco Carrera è una vita di perdite e di traumi, che rischiano di trascinarlo sempre più a fondo come un mulinello d’acqua. Ma egli riesce a non precipitare, con una continua e incessante ricerca di senso e  di significato, che a volte passa attraverso movimenti frenetici e acrobazie esistenziali, per rimanere saldo, fermo, e poi risalire. Intorno alla vita di Marco Carrera, si diramano le esistenze di altri personaggi, con una narrazione umana e potente, senza riferimenti cronologici, ma viaggiando avanti (fino ad un prossimo futuro a noi molto vicino) e indietro, in un tempo fluido. Il romanzo è diviso in 46 sezioni, ognuna con un titolo e un anno di riferimento (grossomodo dal 1960 al 2030); queste sezioni sono lettere cartacee, cartoline, email, sms, racconti in prima e terza persona, sogni, citazioni importanti, musicali, cinematografiche e letterarie. Fin dall’inizio si fa strada a poco a poco l’idea che nulla sia realmente come sembra, come sotto l’apparente fluire delle cose della vita, vada tracciandosi un disegno che forse ha più senso di quanto non si possa immaginare, e come non esista un modo univoco di guardare le cose. Attraverso un lungo e lento lavoro di autoriflessione, il protagonista riesce a ‘risalire’, ritrovando il tempo perduto, quello della propria famiglia di origine, della propria giovinezza, dell’amore per Luisa, del matrimonio con Marina e della nascita e dell’infanzia della figlia Adele. Nel corso del romanzo si vede come in Marco Carrera, la memoria si vada costituendo come spazio interiore, conferendo creatività alla vita, e come ciò contribuisca a rendere la sua genitorialità uno straordinario catalizzatore emotivo.  Si tratta di un percorso di consapevolezza di sé, in cui non mancano momenti intuitivi molto profondi: “Dovrebbe essere noto – e invece non lo è – che il destino dei rapporti tra le persone viene deciso all’inizio, una volta per tutte, sempre, e che per sapere in anticipo come andranno a finire le cose basta guardare come sono cominciate. In effetti, quando un rapporto nasce c’è sempre un momento di illuminazione nel quale si riesce anche a vederlo crescere, distendersi nel tempo, diventare ciò che diventerà e finire come finirà – tutto insieme. Si vede bene perché in realtà è già tutto contenuto nell’inizio, come la forma di ogni cosa è contenuta nel suo primo manifestarsi. Ma si tratta di un momento, per l’appunto, e poi quella visione ispirata svanisce, o viene rimossa, ed è solo per questo che le storie tra le persone producono sorprese, danni, piacere o dolore imprevisto. Lo sapevamo, per un lucido, breve momento l’avevamo saputo, all’inizio, ma poi, per il resto della nostra vita, non l’abbiamo saputo più” (p. 93). In questa magnifica pagina, ho trovato personalmente una delle chiavi di lettura del romanzo e una delle fonti del sentimento di speranza di cui è intriso.  Qui da un punto di vista psicoanalitico, è inevitabile il rimando al concetto di conosciuto non pensato di Bollas (1987): “ciò che è noto ma non è ancora stato pensato, se per pensato intendiamo che è stato accuratamente elaborato a livello mentale”. È solo attraverso l’uso e l’esperienza dell’altro che il conosciuto non pensato diventa pensato.

Marco Carrera è un oculista, che all’inizio del libro, si trova, da un giorno all’altro, nell’occhio del ciclone di una serie di disgrazie: lo psicoanalista che segue Marina, sua moglie, entra nello studio, comunicandogli una brutta notizia, che stravolgerà l’apparente serenità delle sue giornate. Da lì a poco sua moglie chiederà la separazione, ed è già incinta di un altro. Da questo momento in poi parte una narrazione a ritmo serrato, con poche sequenze dialogate, tanti discorsi indiretti e molte sequenze riflessive, arricchite da una sottile ironia  e da una giusta dose di distacco. È quel distacco necessario al protagonista per sopravvivere ai difficili cambiamenti e ai lutti atroci che la vita gli impone: sono urti violentissimi, alcuni accettati perché parte dell’esistenza, altri troppo grandi, anche per avere un nome capace di definirli.

Il matrimonio di Marco con Marina, così come quello tra i propri genitori, si rivela essere una ‘bolla’, un’illusione di felicità, che ha tenuto a bada le inquietudini di ciascuno dei due, in un clima di sopportazione e di bugie. Ma il primo grande lacerante dolore della vita di Marco è il ricordo di Irene, la sorella ‘intelligentissima e tormentatissima’, incapace di ‘immobilità’ e di tranquillità, che si porta dentro ‘buio e confusione’. In un continuo confluire di passato nel presente, c’è un rimpianto per quello che avrebbe potuto essere e che non ha potuto essere l’intramontabile amore per Luisa, che costituisce una sorta di riferimento ideale. C’è l’amarezza di non essere riuscito davvero a raggiungere gli altri, in particolare il fratello Giacomo, e una crescente tensione, nello sforzo di poter riparare ciò che è riparabile. Mi sembra che un punto di svolta per Marco e per Marina sia quando la figlia Adele, all’età di tre anni, lancia una richiesta di aiuto, dicendo di sentirsi costretta a stare sempre attaccata al muro, con la convinzione di avere un filo dietro alla schiena, per evitare che la gente ci inciampi o ci rimanga intrappolata.  Allora lo psicoterapeuta della bambina segnala che quel filo potrebbe legare la bambina non già ai muri come diceva lei, ma al padre: “un legame stretto ed esclusivo che si era fabbricata col suo papà, evidentemente perché in qualche modo temeva di perderlo”(p. 101). È da qui che Marco comincia a essere più sensibile verso le emozioni della bambina e in generale verso le proprie e le altrui emozioni, nutrendo la propria genitorialità con una presenza attenta e pensante verso Adele. È un atteggiamento mentale che va estendendosi poi ai familiari e alle altre persone incontrate, tutte alle prese con i problemi della vita. Egli attua così un vero e proprio cambiamento di prospettiva, andando lontano da dove era partito, seguendo come una traccia il verso di Giovanni della Croce: “Per andare dove non sai/devi passare per dove non sai” (p. 167). È un verso che non a caso riaffiorerà successivamente negli anni in Marco, quando saprà che sua figlia Adele è incinta di un bambino/a e che diventerà madre, una ragazza-madre: “Sarà l’uomo nuovo, papà, sarà l’Uomo del Futuro” (p. 161,162). Sarà una bambina e si chiamerà Miraijin, che in giapponese significa l’Uomo del Futuro. Nell’ultima parte del romanzo Marco scoprirà in sé di avere una missione da compiere, che dà senso a tutto quello che ha avuto e non ha avuto: allevare l’uomo nuovo, e l’uomo nuovo è una bambina che diventerà una donna, che sarà parte dell’umanità, che sarà il futuro. A questo punto ci sono delle bellissime pagine,  in cui lo scrittore si addentra meglio nel significato dell’apparente immobilità di Marco, offrendo al lettore degli spunti riflessivi molto interessanti: “Il fatto è che dietro al movimento è facile capire che c’è un motivo, mentre è più difficile capire che ce n’è uno anche dietro l’immobilità. Ma questo è perché il nostro tempo ha conferito via via sempre più valore al cambiamento, anche a quello fine a se stesso, e il cambiamento è quello che vogliono tutti” (p. 312). E poi ancora: “Vi sono esseri che per tutta la loro vita si dannano allo scopo di avanzare, conoscere, conquistare, scoprire, migliorare, per poi accorgersi d’esser sempre andati alla ricerca solo della vibrazione che li ha scaraventati al mondo: per costoro il punto di partenza e il punto di arrivo coincidono. Poi ce ne sono altri che invece pur stando fermi percorrono una strada lunga e avventurosa perché è il mondo a scivolare sotto i loro piedi e finiscono molto lontano da dove sono partiti: Marco Carrera era uno di essi. Ormai era chiaro: la sua vita aveva uno scopo. Non tutte le vite lo avevano, la sua lo aveva” (p. 315). Mi sembra che nel corso del romanzo l’apparente immobilità del protagonista, così come quella del colibrì, sia un’assenza salvifica, che gli permette di sviluppare una sorta di capacità negativa, quella di cui parla Keats (1817) in una lettera ai fratelli: “ Quando l’uomo è capace di stare nelle incertezze, nei misteri, nei dubbi senza essere impaziente di pervenire a fatti e a ragioni”. Non a caso Veronesi, nel penultimo capitolo del libro, cita la massima “Ubi nihil vales, ibi nihil velis” (Dove nulla puoi, niente devi volere), una massima che compare in un romanzo di Beckett, durante la sua analisi con Bion. Come è noto, Bion ha fatto ampiamente riferimento a tale concetto di capacità negativa, esortando l’analista ad ascoltare il paziente per il tempo necessario ed intuire l’esperienza emotiva informe, a tollerare di rimanere nel dubbio e nell’ansia, senza affrettarsi a trovare spiegazioni razionali e senza aggrapparsi al già noto sul paziente e sulle teorie.

Forse è l’emergere di una capacità negativa  a consentire a Marco di dare avvio a trasformazioni importanti: “Aveva tenuto insieme, Marco, un piccolo fragile mondo che senza di lui si sarebbe dissolto in un soffio, e questo gli aveva dato una forza e una fierezza che in passato non aveva mai conosciuto… e a lui era stato dato il compito di essere il pastore che accompagna persone e cose verso la fine degna, verso il cambiamento giusto” (p. 163). Così Marco può guardare agli altri, alla realtà, con occhi diversi, e questo processo trasformativo coinvolge un po’ per volta tutte le persone che entrano in relazione con lui, dando avvio a dei movimenti interiori e a dei cambiamenti. Lo sguardo dell’Autore, così come quello del protagonista, è volto verso un mondo migliore, una società nuova, capace non solo di sopravvivere alla rovina di quella vecchia, ma di rigenerarsi. È uno sguardo teso soprattutto verso le nuove generazioni, l’Uomo del Futuro, uomini e donne del futuro che possono salvare il mondo, recuperando valori umani, sociali e politici, che siano degni di una civiltà moderna. “L’umanità cominciava da quella bambina, l’umanità ricominciava da Miraijin” (p. 319). E Miraijin è una bambina “insieme africana, asiatica ed europea” (p. 252). E tra i valori umani da recuperare, viene dato pieno risalto alla tolleranza, alla capacità di immedesimazione e di compassione, alla pietas, al rispetto della dignità umana. A tal proposito ho trovato particolarmente toccante, nel capitolo “Gli sguardi sono corpo” (2013), il riferimento a Dante, quando nel Canto XIII del Purgatorio, si trova al cospetto delle anime degli invidiosi, che hanno tutte gli occhi cuciti col fil di ferro, con le lacrime che colano fuori dalle cuciture. Allora egli distoglie lo sguardo, rivolgendolo a Virgilio, non perché sia rimasto inorridito, ma per non oltraggiare con lo sguardo, quelle anime che non possono guardarlo. “È come se dicesse che non si spara su gente disarmata, che non si colpiscono persone impossibilitate a difendersi” (p. 279). In più punti ho vissuto questo romanzo come un inno alla vita e mi sono ritrovata a pensare, in maniera associativa all’ Inno alla Gioia, alla melodia di Beethoven, così come all’ode di Schiller, un’ode che descrive l’ideale di una società di uomini ugualmente legati tra loro da vincoli di gioia e di amicizia universale, una società in cui “Ideale è ciò che è Natura”, come diceva Hölderin. “È naturale tutto ciò che attiene alla capacità di generare” (p. 176), come pensa Marco nel momento in cui Adele dà alla luce Miraijin.

 

Riferimenti bibliografici

Bollas, C. (1987), L’ombra dell’oggetto. Psicoanalisi del conosciuto non pensato. Borla, Roma, 2001.

Proust, M. (1923), Alla ricerca del tempo perduto, vol. V, “La Prigioniera”, Einaudi, Torino, 1978.

Veronesi, S. (2005), Caos calmo. Bompiani, Milano, 2005.

 

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