Il digiuno dell’anima

Il capitolo “L’età in cui si sbarca” contiene quest’immagine efficace che ci immette nel vivo della narrazione: “Nasceva qui il mio cuore divaricato, il mio cuore a Y, quel cuore che divise in due la mia vita.” (42); è qui che la protagonista si prefigge di “diventare snella come una I” (42).

La ribellione iniziale, che conteneva una spinta potenzialmente vitale: “[…] mi ero messa in testa di mutare il corso di una vita già scritta” (42), vira verso un “pervertimento logico” che prelude al fallimento. Il progetto autodistruttivo si palesa dispiegandosi in un elenco minuzioso di intenti, manifesto programmatico di morte, che l’Autore presenta come frutto di una scelta conscia (42-58). “Volevo scrivere un’altra vita, rovesciarne la fine, capovolgerla. Volevo tramare, sì, ma per farmi amare, per attrarre i genitori e incatenarli a me e svuotarli e destare in loro le ansie per una figlia che non dorme e che non mangia […]. Volevo attirare su di me ogni attenzione per tenere sempre uniti i miei genitori. Volevo unirli a me, serrarli con un laccio mortale, con lo spago con cui si stringono gli arrosti ripieni e li si mette a fuoco lento in casseruola a rosolare. L’avrei fatto nel dolore, fedele al dolore.” (42, 43). Da questo momento in poi, i danni procureranno alla protagonista un senso di trionfo, come quando, ormai ridotta sulla sedia a rotelle, sentirà di avere finalmente costretto la madre a portarla in carrozzella come da bambina (105).

Tuttavia, sappiamo dall’esperienza clinica che le pazienti anoressiche, tenute in scacco da fantasmi arcaici (inconsci, dunque) e schegge di relazioni antiche mal vissute, in genere, non conoscono le ragioni autentiche del proprio perseverare nel sintomo. Il lavoro analitico consiste nella comprensione ed elaborazione di queste oscure, profonde dinamiche. Alla fine del capitolo (63 e 66), leggiamo: “in casa nessuno credeva che la mia fosse una malattia, solo che lo facessi apposta. Mio fratello e mia sorella volevano che fossi punita […] “Mamma, mandiamola via”, urlavano sempre”, e ancora: “di base continuavano a ritenere che lo facessi apposta”. Sembra, quindi, che l’Autore, sostenendo l’intenzionalità della protagonista, abbia adottato la prospettiva dei due fratelli minori, forse per portare l’attenzione del lettore sulla sofferenza di chi si vede “sottrarre” le cure dei genitori dalla malattia della sorella.

Intorno al personaggio principale e alla sua famiglia si agitano medici, psicologi, infermieri, preti, suore, amici, incompetenti e destinati al fallimento: “Trent’anni era durato sino ad allora il mio sopralluogo nelle geografie del dolore, nelle case dei matti, nelle prigioni dell’odio, nelle false rassicurazioni della medicina. E non erano serviti i suggerimenti terapeutici, le preghiere degli amici, la complicata trama dei ricoveri, gli allontanamenti e gli avvicinamenti a casa e tutti quegli insistenti richiami a far bene” (107). Nell’ultima parte del libro c’è uno sviluppo nella trama, un colpo di scena. Ciò che sarebbe dovuto avvenire molti anni prima, ma a livello simbolico, accade ora nel concreto. Il mutare dello scenario familiare resta solo un “fatto crudo” che non può più imprimere alcuna svolta alla vita dell’anoressica. La storia si tinge di toni mistici e religiosi, ma la protagonista non perde la propria lucidità beffarda, “luciferina”, direbbe Lopez, e non si assume l’aura di santità che molti vorrebbero attribuirle. Resta, anzi, più che mai fedele ai propri dictat, sua vera e unica religione. In queste pagine, la scrittura è pungente, amara, sarcastica.“In compenso, dopo aver passato la vita a friggere nell’olio bollente tutti quanti, stavo per passare all’altra vita come una specie di santa da venerare: la donna casta, pura, rinunciataria, ascetica, sofferente. Qualcosa di raro, insomma, come ravioli al caprino o una ciambella giapponese di calamari, gamberetti e polipi” (122).

Si scoprirà solo alla fine come il testo sia potuto giungere fino al lettore.

La vicenda, ambientata a Milano, copre un arco di cinquant’anni. Tutto ciò che accade, in questo lasso di tempo, nel mondo “esterno”, è emotivamente estraneo alla protagonista che risponde solo all’obbligo “interno” di tenere le labbra serrate a tutto (Combe, 2007). Non accede, dunque, alla capacità di differenziare e di soggettivarsi. Questo scacco è reso dall’Autore senza banalizzazioni, né idealizzazioni, attraverso la creazione di un personaggio bidimensionale, caratterizzato dal pensiero concreto, destinato a diventare sempre più monocorde, esile, “carnefice e cannibale” (103) di sé e a restare emotivamente isolato.

La formazione di Panza: architetto, esperto di estetica e di musica, si avverte nella costruzione calibrata del romanzo, il cui impianto narrativo, pur necessariamente lineare, non è piatto o privo di intreccio.

 

 

 

BIBLIOGRAFIA DELL’AUTORE

 

Un palco all’opera. Il teatro alla Scala nelle pagine del Corriere della sera, Milano, Rizzoli,  2006.

Italiani all’opera. Casti, Salieri, Da Ponte, Mozart… Un intrigo alla corte di Vienna, Milano, Skira, 2005.

Indocina. Nei luoghi perduti “dell’amante”, Milano, Unicopli,  2003.

 

Estetica, tempo e progetto nell’età delle comunicazioni, Milano, Guerini e Associati, 2002.

 

Antichità e restauro nell’Italia del Settecento. Dal ripristino alla conservazione dell’opera d’arte. Milano, Franco Angeli, 1990.