Il divano di Freud di L. Albano. Recensione di Laura Contran

Lucilla Albano (2014)

Il divano di Freud.
Mahler, l’Uomo dei Lupi, Hilda Doolittle e altri pazienti raccontano il fondatore della psicoanalisi

il Saggiatore, pp. 281

E’ senz’altro da leggere questo libro di Lucilla Albano, saggista e autrice di numerosi lavori centrati sul rapporto tra cinema, letteratura e psicoanalisi. Si tratta di una raccolta delle memorie dei pazienti che si sono “sdraiati” sul mitico divano di Freud, in un arco di tempo che va dal 1901 al 1935. E’ una riedizione del volume pubblicato nel 1987, aggiornata e arricchita da nuovi documenti, diari, interviste, che lasciano al lettore il piacere di immergersi in quello che doveva essere il clima, particolarmente vivo e fecondo, della psicoanalisi ai suoi inizi. Un “pezzo” di storia da non dimenticare, non in senso nostalgico ma in quanto, a distanza di un secolo e tenuto conto delle evoluzioni del pensiero psicoanalitico, alcune riflessioni teoriche, problemi e punti di criticità si rivelano ancora attuali.
Pazienti illustri si raccontano e raccontano il “maestro” attraverso la loro esperienza analitica. Incontriamo così il grande compositore Gustav Mahler, la poetessa americana Hilda Doolittle, Sergej Pankëev, altrimenti conosciuto come l’Uomo dei Lupi, uno dei casi di Freud meglio ricostruiti e tra i più importanti per l’evoluzione della teoria psicoanalitica e, naturalmente, un folto numero di allievi che diventeranno, nel tempo, psicoanalisti famosi tra cui H. Deutsch, J. Strachey, T. Reik, J. Rivière, R. Money Kyrle.
Se volessimo cercare il filo rosso che unisce queste testimonianze, ciascuna delle quali è del tutto unica, sia che si tratti di un’analisi personale, intrapresa come percorso di cura, sia che si connoti come “didattica”, lo possiamo senz’altro rintracciare nel desiderio di “essere in analisi con Freud”. Come scrive l’Autrice “[…] se c’è un punto in comune di pari intensità fra tutte queste testimonianze, è l’emozione dell’incontro con Freud: incontro con un genio, con un uomo che già dal primo impatto appare in tutta la sua grandezza scientifica e umana” (13).
Certo è che la fama che in quegli anni la psicoanalisi andava acquisendo non rendeva la vita facile al suo inventore, perennemente in conflitto tra il suo bisogno di un riconoscimento ufficiale da parte della scienza medica che avvalorasse le sue tesi sull’inconscio, e la sua posizione clinica che lo metteva a confronto con il proprio desiderio di essere un buon analista sulla qual cosa, e con grande onestà intellettuale, mostrava di avere delle perplessità. Nel corso di una seduta egli confida i propri limiti a Abram Kardiner “ (tra i fondatori del primo Istituto di training psicoanalitico negli Stati Uniti): “[…] non ho grande interesse per i problemi terapeutici. Sono troppo impaziente, adesso. Ma ho parecchi handicap che mi squalificano come grande analista. Uno di questi è che sono toppo “padre”. Il secondo è che sono continuamente molto assorbito, troppo, da problemi teorici […]. Il terzo è che non ho la pazienza sufficiente per tenere a lungo le persone, mi stanco di loro e poi voglio allargare la mia influenza” (109).

Ciò detto Freud, nonostante gli “errori”, era profondamente rispettoso nei confronti di chi si rivolgeva a lui e questo costituiva il principio di fondo che lo guidava nella pratica analitica. A tale proposito Smiley Blanton ricorda le sue parole “Non vi è nulla nell’analisi che sminuisca le conquiste e la dignità morale degli uomini” (166). Ogni incontro analitico era “nuovo” e irripetibile e proprio per questo è difficile, nonostante l’abbondanza di aneddoti, descrizioni particolareggiate, farsi veramente un’idea di chi fosse Freud nella stanza d’analisi e soprattutto quale fosse la sua “tecnica”. Dagli scambi con i pazienti emerge però un Freud nient’affatto monolitico, ma che “agiva in modo diverso a seconda di chi si trovava di fronte”. Molto diverso, quindi, dall’immagine dell’analista “specchio opaco” di cui parlava nei suoi Consigli al medico nel trattamento psicoanalitico (16).
Secondo alcune testimonianze sapeva essere caloroso e loquace, le sedute avvenivano in un’atmosfera “disinvolta” (E. Blum), analizzava e dialogava in modo “libero” (H. Hartmann). Secondo altri era invece estremamente silenzioso, atteggiamento che venne interpretato da una parte dei suoi allievi come “la regola” da applicare. In un’occasione Freud si è rilevato piuttosto insofferente, per non dire “ostile”: è quanto viene riportato da Joseph Wortis, giovane psichiatra, più preoccupato di indagare (e contestare) il metodo e la teoria psicoanalitica e di far valere la propria indipendenza intellettuale, che interessato ad esplorare il proprio mondo interno.
A oggi possiamo ipotizzare che nella relazione analitica i movimenti transferali/controtransferali non fossero ancora sufficientemente indagati, come pure la questione delle “resistenze all’analisi” (tema ricorrente in questi scritti) che sappiamo essere non sempre e non solo attribuibili al paziente.

Al di là dell’interesse storico-biografico, l’insieme di queste testimonianze disvela – come suggerisce l’Autrice – le possibili forme delle “quattro storie” che il rapporto analitico racconta. La prima è la storia intima e segreta raccontata all’analista nel corso dell’analisi; la seconda riguarda “le costruzioni in analisi”; la terza è quella che emerge nella stesura e nella rielaborazione del “caso” da parte dell’analista; la quarta “[…] la meno praticata e meno studiata, è quella che il paziente racconta a partire dalla propria storia ricostruita nella seconda, ma è anche quella che si avvicina maggiormente, pur come un’ombra scolorita addolcita e spurgata, alla prima storia segreta, risentendo degli ulteriori effetti di ricostruzione che – anche quando la relazione analitica è chiusa – il lavoro dell’inconscio continua a produrre per azione differita (Nachträglickeit)” (15).

Per i motivi che ho cercato sinteticamente di descrivere, credo che Il divano di Freud riesca ad appassionare non solo gli addetti ai lavori, per gli stimoli teorici e clinici in esso contenuti, ma sia fruibile da un pubblico più ampio, curioso di conoscere il fondatore della psicoanalisi in una veste inedita ( “al lavoro” potremmo dire ) fuori dagli schemi convenzionali. Ogni testimonianza è preceduta da una rigorosa e documentata introduzione di Lucilla Albano che contestualizza i vari personaggi nello specifico momento storico e culturale.

Concludo con una considerazione sotto forma di domanda: c’è da chiedersi se nella stanza d’analisi Freud non fosse in realtà meno freudiano di come abbiano voluto (o dovuto) immaginarlo le successive generazioni di analisti.

Laura Contran

giugno 2014