Il Regno

Emmanuel Carrère (2015)

Il Regno

Adelphi, Milano, pp. 428

«No, non credo che Gesù sia risorto. Non credo che un uomo sia tornato dal mondo dei morti. Ma il fatto che lo si possa credere, e che io stesso l’abbia creduto, mi intriga, mi affascina, mi turba, mi sconvolge – non so quale sia il verbo più adatto. Scrivo questo libro per non pensare, ora che non ci credo più, di saperne di più di quelli che ci credono e di me stesso quando ci credevo. Scrivo questo libro per non essere troppo d’accordo con me stesso» (244).

In queste parole è racchiuso il fascino del bel libro di Carrère, che sa di complessità, profondità e apertura di pensiero. Un libro fatto di stratificazioni multiple, opposizioni e rovesciamenti di prospettiva che trascorrono in continuazione dall’oggetto d’indagine al sé. E’ un saggio, un racconto autobiografico, un romanzo storico, una novella fantastica? Con le parole finali dell’autore, potremmo dire: «non lo so». Oppure che è tutto questo, e molto altro ancora, insieme.

Si tratta di un viaggio, nel passato e nella mente dello scrittore, al tempo stesso storico e autobiografico, documentato e denso di immaginazione, alla ricerca delle origini e del senso profondo del cristianesimo. Delle ragioni per cui la strana religione di quella piccola setta ebraica che predicava che bisogna amare i propri nemici, che è meglio essere poveri che ricchi o subire la violenza piuttosto che esercitarla, nel giro di poco tempo sbaragliò i culti pagani, conquistò l’impero romano e si diffuse stabilmente nel mondo fino a interessare tuttora un quarto dell’umanità. L’autore, quasi a volerci far toccare con mano quella che alcuni ritengono la differenza essenziale fra “scienze umane” e “scienze della natura”, ci guida alla scoperta dei rapporti fra l’apostolo Paolo e l’evangelista Luca, innestando sui lacunosi documenti storici il lavoro dell’empatia e dell’immedesimazione. Comprendere loro per comprendere se stesso, le ragioni profonde della propria passata “conversione”, dell’adesione assidua e convinta a credenze e rituali poi considerati stravaganti, fino a dubitare del sé di prima, senza mai, tuttavia, assumere la supponenza dell’”ex”.

Con la dichiarata simpatia per il moderato e tranquillo Luca contro l’”invasato” Paolo, Carrère sostanzialmente propone una visione laicizzata di Gesù, non lontana per alcuni versi da quella di Saramago, anche se più rispettosa e meno “blasfema”, sebbene a tratti fortemente critica e ironica, ma mai sarcastica e sbeffeggiante; una visione basata su un’approfondita conoscenza del contesto storico-culturale del primo secolo e della storia del cristianesimo.

Oltre a ciò, il libro è anche una sorta di autoanalisi, tanto più interessante in quanto proposta da un autore che è stato lungamente in trattamento analitico, che accompagna ogni passo del testo alla ricerca – attraverso le profondità degli altri – di quelle del sé. E così apprendiamo, in una sorta di insight retrospettivo, che quella felice e gioiosa illuminazione mistica di un tempo, quella “conversione” di ex cattolico indifferente improvvisamente riconquistato alla fede, tanto felice e gioiosa non era: essa viene, infatti, ricostruita come “soluzione” a un periodo di amarezze e difficoltà.

La condizione descritta da Carrère ci fa pensare a un ritiro consolatorio in un mondo interno di gioia e pienezza, caratterizzato da un’evidente funzione difensiva rispetto a un matrimonio infelice e a una stasi della creatività letteraria, una difesa dalla depressione in cui il rapporto ravvicinato e costante con un oggetto fortemente idealizzato risolleva potentemente le sorti del sé. Di qui, superata, forse anche grazie alla “fuga” mistica, la fase critica, il ritorno alla “normalità”, l’indagine sulle ragioni del cristianesimo e il recupero del suo messaggio etico al di là di ogni trascendenza. «Paolo non si stancava di ripetere che l’importante è credere alla resurrezione di Cristo: tutte le altre cose vengono date in aggiunta. No, risponde Giacomo – o Luca, quando dà voce a Giacomo: l’importante è avere compassione, aiutare i poveri, non essere presuntuosi, e chi pur non credendo alla resurrezione di Cristo segue questi principi è mille volte più vicino a Cristo di chi crede in lui e se ne sta con le mani in mano (…)» (316). Nelle ultime pagine, grazie a una coinvolgente esperienza religiosa “da laico”, la convinzione di essere riuscito, a tratti, a cogliere il significato del “Regno”, l’essenza del cristianesimo: il “Regno” è qui, di questa terra e in questa terra, e consiste nell’essere felici a vivere secondo l’etica cristiana, non perché “si deve” o per sentirsi buoni, ma perché è la realizzazione massima del sé. A contatto con gli ultimi, i dimenticati, gli emarginati.

Che spesso hanno enormi sofferenze interiori, proprio come i nostri pazienti: «(…) all’inizio si vuol essere buoni, fare del bene ai poveri, e a poco a poco – possono volerci anni – si scopre che sono loro che fanno del bene a noi, perché stando vicino alla loro povertà, alla loro debolezza e alla loro angoscia mettiamo a nudo la nostra povertà, la nostra debolezza, la nostra angoscia, che sono uguali alle loro – sono uguali in tutti, sapete -, e allora si comincia a diventare più umani» ( 425).

Giorgio Mattana

Settembre 2015