Il sorriso della sfinge. Racconti

 
Ingeborg Bachmann (2011)
Ed. Cronopio, Napoli, pp.100

“L’interno della terra è inaccessibile al nostro sguardo – lei cominciò – ma voi dovete guardarvi dentro e mostrami le cose che essa nasconde e informarmi sul suo fuoco e sulla sua consistenza”.

Il lettore che ama e conosce l’opera di Ingeborg Bachmann, non potrà che accogliere con favore l’uscita di questa piccolissima raccolta di racconti brevi dell’autrice, racconti giovanili finalmente recuperati ed in passato ignorati dalla gran parte della critica. Non è la Bachmann di Tre sentieri per il lago o de Il trentesimo anno (i suoi più noti libri di racconti), questa scrittura degli esordi scarna, essenziale, dolorosa, che contiene ed anticipa tutti gli elementi della poetica e della narrativa successiva, ma si avvicina piuttosto, a mio avviso, allo stile dei due ultimi grandi romanzi, Il caso Franza e Malina (quest’ultimo, rimasto incompiuto per la morte dell’autrice).
Si tratta, infatti, di una raccolta di racconti brevi nello stile della shot-story americana, cosa piuttosto insolita per la Bachmann, composti in un arco di tempo che va dal ’45 al ’59 e che, come scrive la Gargano nella postfazione, formano “un tutto unitario”: il rigore, l’unitarietà, la tensione poetica, le tematiche testimoniano già di uno stile personalissimo, unico tra le voci femminili della letteratura europea del ‘900.
Nel primo dei racconti, In cielo e in terra, e nel più lungo Anna Maria, ritroviamo i temi che saranno sviluppati ne Il caso Franza: l’insormontabile irriducibilità tra i sessi, il dolore della relazione uomo-donna, impossibilitati a comprendersi e destinati ad amarsi solo nel registro del rapporto sadomasochistico, dove uno – l’uomo – non può che infierire sull’altro – la donna – in uno stillicidio quotidiano. “Sulla fronte di Amelie correva un’ombra rossa – è l’incipit di In cielo e in terra -. (….) L’aveva colpita una sola volta e poi si era subito tirato indietro per non tradirsi troppo presto. In lui si era scatenata una tempesta che mille percosse ad Amelie non avrebbero potuto placare”. Persone, donne, che ogni giorno vengono “assassinate” scriverà poi ne Il caso Franza, silenziosamente, senza rendersi conto, anzi colludendo misteriosamente con i loro carnefici, sotto lo scorrere apparentemente banale della vita quotidiana, della routine della coppia. O personaggi come Anna Maria, figura certo in parte autobiografica, che anche dopo morta continuerà a “subire ingiustizie” perché quando era viva si parlava male (chissà perché) di lei, e ora da morta è diventata la “poverina”. Nessuna speranza possibile, nessuna possibilità di amore, nell’universo poetico ed esistenziale della Bachmann (che morì suicida a Roma nel ’73), e tuttavia una scrittura straordinariamente vitale, piena, ricca di lampi intuitivi e umanità, del tutto aliena da ogni ripiegamento depressivo o da ogni forma di lamento. Era una di quelle donne, come i suoi personaggi, che soffriva vivendo; ma viveva.
Ne Il sorriso della sfinge, racconto che dà il titolo al libro, la ricerca della verità della vita, l’insondabile mistero della mente, l’enigma a cui gli esseri umani non avranno mai risposta, altro tema centrale per la Bachmann che qui, influenzata ancora dalle letture giovanili di Kafka e Goethe, si declina in toni più immaginifici, quasi a tratti fiabeschi, come anche nel delizioso Il negozio dei sogni. Ricorre inoltre, in Il traghetto e altri racconti, il tema del passaggio, del viaggio (lei stessa, che era nata a Vienna, viaggiò molto per l’Europa, per poi stabilirsi negli ultimi anni a Roma), metafora dei nostri cambiamenti, delle nostre continue inquietudini, delle svolte, della ricerca di una casa mai avuta e mai davvero trovata. Il fantasma della morte è altresì sempre evocato, perlopiù indirettamente o collocato in un punto apparentemente marginale del racconto, nei molti personaggi suicidi come Il saldatore, nelle donne uccise come Amelie, tradotto in metafore o brevi apparizioni narrative che non ne fanno mai il centro di un racconto, ma piuttosto un fantasma, appunto, che si mescola e convive con le dinamiche della vita.
Sull’uso della metafora, cui l’autrice ricorre frequentemente e con grande forza espressiva, concordo con quanto scrive il critico Dolci, e cioè che sebbene usata frequentemente e “rivelando un’alta capacità di astrazione, non porta quasi mai alle regioni stratosferiche della poesia assoluta, ma conserva la concretezza e il peso della realtà originaria” (corsivi miei). La concretezza e il peso: così è la parola per la Bachmann, anche la più astratta. Similmente ad altre importanti poetesse contemporanee (penso a Silvia Plath, o alla nostra meno nota Amelia Rosselli), la parola è sempre portatrice di concretezza, rimanda sempre alla vita, agli oggetti, al corpo così per come è, nel reale, per come lo incontriamo con i nostri sensi e la nostra esperienza. Il dolore precoce, ad esempio, il dolore dell’infanzia che segna per tutta la vita, altro tema ricorrente nell’autrice, trova la sua descrizione concreto-metaforica nel racconto finale, struggente, Lo zoppo.

“Dio solo sa perché zoppico. (….) L’avrei persa volentieri; forse non c’è nulla che avrei perso più volentieri di questa gamba che serve così a poco. Ho sempre perso, sempre, quello a cui tenevo….”.

 

Rossella Valdrè

Febbraio 2012