Il tempo invecchia in fretta di A. Tabucchi. Recensione di Laura Contran

Antonio Tabucchi (2009)
I Narratori, Feltrinelli, pp. 171

“Inseguendo l’ombra, il tempo invecchia in fretta”. Il titolo scelto da Tabucchi per la sua raccolta di racconti riprende un frammento presocratico attribuito a Crizia.
Il tema di fondo che tesse la trama di queste nove storie è quello del tempo, ma ad esso, strettamente legati, anche quello della memoria e dell’identità. Vale a dire questioni che toccano ciascuno di noi in modo profondo.
Priverei il lettore del piacere della scoperta riassumendone i contenuti; mi soffermerò, tuttavia, su due racconti, a mio avviso particolarmente suggestivi, in quanto, emblematicamente, racchiudono in sé le zone d’ombra della dimensione umana costantemente percorsa dall’illusione, dal dolore e dalla nostalgia.
Il titolo del primo racconto è Il Cerchio. Una donna di circa quarant’anni partecipa a una festa della famiglia del marito, riunita per una commemorazione, in una bella casa sulle rive di un lago in Svizzera. L’occasione favorisce le rievocazioni, il ricordo delle generazioni che si sono succedute ma la donna, seppure affettivamente legata a quella grande famiglia, sente nascere dentro di sé un profondo senso di estraneità. Per “opposizione” alla situazione che sta vivendo – davanti a un lago “traboccante d’acqua”, in mezzo a una famiglia dalle solide tradizioni – le riaffiorano alla mente dei nomi, delle immagini, apparentemente incongrue, appartenenti al passato. Sono ricordi, o forse solo “falsi ricordi” legati alle sue fantasie di bambina, quando ascoltava i racconti della madre che le parlava “con il suo accento antico” (15) di un luogo nel cuore del deserto dove, da sempre, erano vissuti i suoi progenitori. Una geografia e lei sconosciuta, molto diversa dalla casa parigina nella quale aveva trascorso la propria infanzia. Si chiede, per la prima volta, come mai, dopo tanti anni, dal suo matrimonio non fossero nati dei figli. L’attraversa un pensiero nuovo e si domanda se quel luogo delle origini non avesse lasciato delle tracce nella memoria del suo corpo. «Le sembrò di capire che tutto dipende dall’acqua e non poté fare a meno di chiedersi se al suo corpo mancasse l’acqua, se anche lei non potesse sottrarsi al destino delle sue genti che per secoli avevano lottato contro il deserto resistendo alla sabbia […]» (21).
Il racconto si chiude con un’immagine, sospesa tra il sogno e la realtà, di una mandria di cavalli (un richiamo ai cavalli berberi) che avvolgono la donna in un cerchio, rappresentazione della circolarità della vita, e che la riportano «in un luogo di cui non conservava memoria ma che sentì con nitidezza assoluta» (24).
Il secondo racconto si intitola Le nuvole. Si svolge in una località di villeggiatura ex territorio di guerra. Un ufficiale italiano in “convalescenza” da una missione di pace nel Kosovo, durante la quale ha subito gli effetti dell’uranio impoverito, inizia a dialogare con una bambina di undici anni simpatica e intelligente. Incuriosita da quell’uomo schivo e visibilmente sofferente, la bambina lo incalza di domande e, con puntigliosa determinazione, recita le lezioni che ha imparato dagli adulti su ciò che è bene e ciò che è male, sui valori, sul rispetto delle differenze, sulle guerre giuste e ingiuste. Ma con il procedere della conversazione, che si fa via via più personale, incominciano a apparire delle incrinature: la bambina confida all’ex soldato che, sì, nonostante il nome, è “italianissima”, ma è figlia adottiva di una coppia che si sta separando per “dissensi esistenziali” e lei stessa va a parlare da uno psicologo perché ha “delle crisi di età evolutiva” e poi, che no, quel mondo degli adulti lei non lo capisce perché troppo pieno di contraddizioni.
L’uomo riconosce quello smarrimento (che in fondo è anche il suo), in cui intravede l’ombra di delusioni passate e presenti accompagnate da una dolorosa incertezza per il futuro. Propone, allora, alla ragazzina di insegnarle la nefelomanzia. E’ un’arte antica, la rassicura, che consiste nel leggere il futuro nelle nuvole. Le insegna, potremmo dire, a dare una forma all’ignoto, e attraverso la capacità immaginativa, a trasformare le paure in un’attesa fiduciosa.

Tabucchi, nel tratteggiare le vicende e i destini dei suoi personaggi con grande sensibilità, riesce a catturare l’immagine di un tempo anacronistico, discontinuo sebbene lineare, che si muove costantemente tra la presenza e l’assenza, tra la memoria e la coscienza, e in cui l’attuale è inestricabilmente legato al passato mentre già anticipa il futuro.
E inevitabile che la questione della temporalità, abilmente trasposta dall’Autore in forma narrativa, colpisca l’attenzione dello psicoanalista: non solo in quanto elemento costitutivo della soggettività umana, ma in quanto elemento fondamentale dell’esperienza analitica.
Questo tempo che invecchia in fretta “che fugge e si ferma, gira su se stesso, si nasconde, riappare a chiederci i conti” è, per così dire, il rovescio “del tempo che non passa”, di cui scrive J. B. Pontalis in un suo libro (Questo tempo che non passa, 2004) e che costituisce l’insegnamento principale della psicoanalisi – “forse l’unico” – nonché la prova dell’inconscio, cioè dell’estraneo che abita in ciascuno di noi (ibid. 17).
Un tempo che si svolge altrove, su un’altra scena o meglio, per usare le parole di Pontalis, «Dei tempi che si giustappongono, si mescolano, si incastrano, si intrecciano, contemporaneamente incollati e separati. Questo tempo che non passa non è la negazione del tempo che passa. Ne è la realizzazione» (25).

Laura Contran

Ottobre 2010