“IL treno dei bambini” di V. Ardone. Recensione di D. Federici

IL TRENO DEI BAMBINI

 di Viola Ardone (Einaudi, 2019)

 Recensione a cura di Daniela Federici

 

“Nel centro dei bambini c’è un luogo in cui conviene accada la parola,

detta con voce e corpo, lungamente, come si narra in luce la candela,

come ribolle la zuppa di un mago: parole calde, molte, molto lente.”

Piumini

 

“Mia mamma avanti e io appresso. Per dentro ai vicoli dei Quartieri spagnoli mia mamma cammina veloce: ogni passo suo, due miei. Guardo le scarpe della gente. Scarpa sana: un punto; scarpa bucata: perdo un punto. Senza scarpe: zero punti. Scarpe nuove: stella premio. Io scarpe mie non ne ho avute mai, porto quelle degli altri e mi fanno sempre male. Mia mamma dice che cammino storto. Non è colpa mia. Sono le scarpe degli altri. Hanno la forma dei piedi che le hanno usate prima di me. Hanno pigliato le abitudini loro, hanno fatto altre strade, altri giochi. E quando arrivano a me che ne sanno di come cammino io e di dove voglio andare? Si devono abituare mano mano.”

1946. In una Napoli scarnita dalla guerra, Amerigo è un bambino di 7 anni. Nel vicolo lo chiamano Nòbel, perché chiacchiera e conosce un sacco di cose, perché ascolta le storie di tutti e ci impara la vita. Quando è nato la mamma aveva già perso il suo fratellino e il padre era partito per l’America in cerca di fortuna, lasciandogli il nome; il cognome è Speranza, come quello di mamma Antonietta.

Una donna forte e dignitosa, poco avvezza alle parole come alle carezze, un legame pieno di inespressi il loro. Vivono di espedienti, ma oggi Antonietta lo porta all’edificio dove una partigiana organizza il treno dei bambini. Il partito comunista ha predisposto una rete di solidarietà per sottrarre i più piccoli alla miseria; i bambini del meridione verranno portati al nord e ospitati per un anno da altre famiglie.

Diffidenza e fantasie di abbandono nel tempo che decide per il distacco, la tristezza nella pancia su quel binario vociante di pianti e raccomandazioni. La mela annurca che mamma gli passa dal finestrino, come un cuore rosso. I cappotti ricevuti per il viaggio che alla partenza tutti i bambini lanciano dai finestrini per i fratelli che rimangono; anche Amerigo lancia il suo, anche se un fratello non ce l’ha, ma mamma potrebbe rivoltarselo e farsene una giacca più pesante. Così pensa, mentre la guarda farsi sempre più lontana con le braccia incrociate sopra al suo cappottino come lo tenesse ancora stretto sotto i bombardamenti.

“Ecco qua, io mo mi sento un dente caduto. Al posto mio, dove stavo prima, è rimasto un buco vuoto e il dente nuovo ancora non si vede.”

Il viaggio con l’amico Tommasino a cucire paure. All’arrivo la neve come ricotta, tutto un altro mondo da scoprire, l’abbraccio impacciato di Derna e la famiglia di Rosa e Alcide, con gli altri figli, la campagna con gli animali, la scuola, il calore di gente semplice e generosa, abituata alle parole e alle carezze. Alcide gli dice di chiamarlo babbo, lo porta alla sua bottega dove aggiusta gli strumenti musicali: “Mi pare di essere pure io uno strumento scordato e che lui rimetterà a nuovo anche me, prima di farmi tornare indietro da dove sono venuto.”

Scordato. Perché la dissonanza fra i due mondi è forte e poi c’è il fantasma dell’oblio, che è come la nebbia che inghiotte i contorni.

“Mi piace che le cose prima sono nascoste e poi spuntano fuori a sorpresa.”

Nuova vita da imparare, nuove storie. Amerigo coltiva la sua passione per i numeri e scopre quella per il violino, Alcide gliene costruisce uno con il suo nome nella custodia e lo manda a lezione. Un anno passa in fretta, i bambini sono di nuovo al treno, meno numerosi di prima, qualcuno è rimasto nelle nuove famiglie. Il ritorno lacrima di nuovi distacchi.

“Ormai siamo spezzati in due metà”, dice Tommasino.

A casa Amerigo straripa di racconti che mamma soffre ad ascoltare, come i doni portati che son fatti sparire, come si volesse cancellare con l’aver ricevuto l’aver avuto bisogno.

“La vita è tornata normale, anche se niente è più come prima del treno.”

La scordatura c’è di nuovo ma stavolta non c’è più chi aggiusta. Antonietta, forse preda della paura di perdere un altro figlio, stavolta per nostalgia, non è in grado di far ponti fra parole e affetti. Diventano come nemici su sponde opposte del mare. Così anche Amerigo, che non guarda più alla vita di prima con gli stessi occhi, riesce solo a strappare.

Il racconto fa un salto temporale e cambia il registro narrativo.

Dopo una cinquantina d’anni Amerigo è un colto e affermato musicista che torna al vicolo.

Lasciato il periodare sbocciante di metafore e inflessioni dialettali con cui l’Autrice ha reso con tenerezza e ironia lo sguardo acuto e curioso di un bambino, è in un linguaggio più misurato che ritroviamo il protagonista adulto.

Torna come uno straniero nella sua città, con le scarpe nuove che gli fanno male.

“Sono stanco, di una stanchezza remota, come se in città ci fossi tornato a piedi. Come se li sentissi tutti sulle spalle, gli anni dal giorno in cui scappai con il treno.”

È doloroso riaccostare i lembi dello strappo.

“Paura dello sporco, della povertà, del bisogno; paura di essere un impostore, uno che ha vissuto una vita che non era la sua, che si è preso un cognome che non gli apparteneva. Negli anni la paura ha imparato a rattrappirsi in un angolo della mente, ma non è sparita, è rimasta in agguato, come adesso davanti a questa porta serrata.”

Il salto temporale rende bene il buco dell’inelaborato, di ciò che è finito amputato perché non ha potuto integrarsi.

“Da qua sono scappato e qua ritorno, ma questa volta sei tu che te ne sei andata senza salutare.”

Rosa glielo aveva detto: puoi tenerci tutti insieme nel cuore, come i fagioli nel bacello.

Ma non era stato capace. Il tempo si era screpolato e le loro vite erano finite fuori sincrono.

“Ho finito per somigliarti. Parlare non è più arte mia. L’ingenuità di quegli anni si è trasformata in una maschera di indifferenza, e la franchezza di allora nell’attitudine a mentire.”

Perché ha sempre un costo ciò cui rinunciamo. Finiamo con il dover diventare altro da noi se non riusciamo a essere chi siamo.

“Ho ancora paura del passato, ma lo cerco.”

Amerigo ritrova luoghi e odori, la pasta sul fornello e la mela annurca, fino al dentro profondo. Capisce ciò che ha mancato dalle foto di famiglia tutte insieme sulla scrivania di Tommasino.

Si ritrova negli occhi di un bimbo che gioca nel vicolo. Scopre che tenere una mano a chi ha paura è uno strumento capace di consolare e dare forza, e può aver dentro una promessa: “è un potere così grande che non sono sicuro di saperlo usare.”

Si può prendersi per mano se si ritrova l’essere stati tenuti per mano.

Un vecchio calzolaio gli prende una scarpa alla volta e le fa spazio dentro per camminarci meglio.

È facendo spazio che si può accogliere ciò che è rimasto fuori, ritrovare ciò che si credeva perduto.

“Ho dovuto percorrere a ritroso tutta la strada fino a te, mamma.”

È così che ricomincia il viaggio delle cose interrotte dentro, senza fretta.

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