La balma delle streghe. Di Stella Bolaffi Benuzzi. Recensione di Valeria Egidi Morpurgo

Stella Bolaffi Benuzzi

La balma delle streghe

Giuntina, 2013

Commento di Valeria Egidi in occasione dell’iniziativa del CMP “Aperitivo con l’Autore”

Nel libro di Stella Bolaffi compare, come già accennato da Anna Ferruta, un tema sotterraneo, vivo ma non invasivo: si tratta del tema della testimonianza, intesa non come semplice memoria dei fatti ma come ricordo attivo.
Il primo aspetto della testimonianza verte sugli eventi storici epocali, le tragedie che hanno scon-volto il mondo e l’immagine che l’umanità aveva della “civiltà”: le persecuzioni nazifasciste, e il genocidio ebraico, la Shoah.
La prima parte del libro, che riguarda l’infanzia dell’autrice, ha, infatti, come sfondo la guerra mondiale, e la Resistenza partigiana. Ma questo sfondo, e quello della persecuzione, anche quando si concreta in episodi minacciosi, come quello che citerò più avanti, viene sempre espresso con understatement piemontese. La testimonianza di Stella non cede mai al minimo compiaci-mento melodrammatico, al contrario la sua narrazione, sottilmente permeata di humour ebraico, è asciutta e ironica; così come lo stile del racconto, che è la cifra di una vita.
L’altro aspetto della testimonianza è quello del conflitto che si è svolto nell’interiorità dell’autrice, il conflitto edipico da lei stessa disoccultato con la franchezza che le è propria. Il ri-cordo rivela il carattere rigido per non dire oppressivo delle norme familiari di un’epoca e di una città molto austere. Il conflitto è allora tra la severità dell’ambiente e delle figure superegoiche e il desiderio di Stella di vivere, che poi vuol dire libertà di essere, di amare, di pensare con la sua te-sta.
Pensare con la sua testa: in questo mi è sembrato che Stella, nelle sue vicende infantili e adole-scenziali, abbia delle singolari somiglianze con lo spirito libero di Anna Frank, e con il suo entu-siasmo per la vita.
Non cito Anna Frank a caso, e non vorrei che Stella si stupisse dal paragone, ma c’è una ragione forte per questo accostamento: sia pure con un esito fortunato, al contrario della giovane olande-se, anche Stella è stata una hidden child, come i tanti bambini ebrei che hanno dovuto vivere na-scosti per sfuggire alla deportazione o nella deportazione.
Stella racconta una fuga drammatica con i familiari sotto la minaccia dell’imprigionamento da parte della polizia fascista e fa intendere la paura e il disorientamento provati nello stare nascosti; lo fa, come vedremo, con la sua speciale capacità di rendere una materia grave in modo lieve. “Lieve” non vuol dire superficiale e tantomeno denegatorio.
Ecco l’episodio, visto con gli occhi di Stella bambina.
“All’inizio di dicembre (siamo nel 1943) in una sera di tormenta è mancata la luce (…)
All’alba ci (lei e il fratello) hanno fatto vestire. Siamo scappati non nelle solite baite, ma dentro due stanze vuote di una casa in paese, al secondo piano. Eravamo in nove perché mio padre era partito quasi subito, non sapevamo dove e perché e per diciotto mesi non l’abbiamo più visto.
“State zitti zitti”, ci ha subito raccomandato nonno Alberto “ ci cercano e queste stanze le credo-no vuote”. Noi credevamo di dover stare zitti per qualche ora, invece la cosa è durata dieci gior-ni. I padroni di casa, la sera tardi, dal piano sotto ci portavano qualcosa da mangiare e venivano a portare via i vasi da notte perché non c’era la toilette. Avevano saputo che la polizia fascista aveva messo i sigilli a Villa Enrica (dove loro abitavano) se ci avessero trovato dentro, ci avreb-bero arrestati. Per una sola ora di anticipo su di loro ci eravamo salvati dalla deportazione.
Rinchiusi al buio in quelle due stanze, il tempo non passava mai. Il nonno non ci leggeva più Pi-nocchio, si vede che nella sua valigia non c’era posto. Ci facevano disegnare. C’era sempre tanta neve, ma non potevano giocare a saltar giù dalla finestra perché la stradina sottostate era percor-sa da pattuglie di SS e di fascisti repubblichini della Monte Rosa che giravano per il paese: il ra-strellamento continuava. Mi sono ammalata, un febbrone da cavallo…” Nella febbre la bambina coglie frammenti di una conversazione tra lo zio e la signorina Gabriella (maestra, governante, ta-ta per i due bambini):
“ha un ascesso in gola?”
“Forse senza medicine è grave”
E commenta, con il solito understatement fatto di humour e di saggezza insieme:
“io penso che se muoio portarmi fuori sarà più complicato che portare fuori i vasi da notte”
Dopo dieci giorni, la colonna del rastrellamento si era infine ritirata … Noi abbiamo potuto uscire all’aperto” (pp. 32-34)
Molti, molti anni dopo questo episodio rivelerà tutto il suo carattere traumatico, in una situazione analitica, ma questo forse ve lo racconterà la stessa Stella.
Il trauma dell’esperienza del doversi nascondere è stato riconosciuto solo molto tempo dopo gli avvenimenti storici. Le esperienze vissute sono certamente una diversa dall’altra, in ragione delle circostanze e dell’età dei bambini, ma credo valga per tutti quanto dice la psicoanalista Sophia Richman:
(“Too Young to Remember”: Recovering and Integrating the Unacknowledged Known, in N. R. Goodman e M. B.Meyers, The Power of Witnessing, Routledge, New York, NY, 2012) La Ri-chman racconta come la frase che le veniva ripetuta da tutti per anni “è troppo piccola per ricor-dare” avesse comportato un diniego della realtà, e in particolare dell’esperienza angosciosa, che ricordava invece benissimo, pur avendo solo tre anni al momento degli eventi. Di famiglia ebrai-ca, Sofia era sopravvissuta con la madre durante la guerra e l’occupazione tedesca in Polonia gra-zie alla falsa identità cattolica procurata loro da un’amica. Il padre invece aveva dovuto nascon-dersi nella soffitta della casa dove loro si erano rifugiate. E la piccola era stata redarguita dall’andare in soffitta perché lì si nascondeva il lupo cattivo. Così le aveva detto la madre per proteggere il marito da una possibile involontaria rivelazione della bambina. Un giorno Sophia in-contra il padre in cucina ma poi interrogata in merito lo nega. L’obbligo del silenzio, e la bugia materna avevano provocato in Sofia uno stato di inibizione a esprimersi durato anche dopo la fine della guerra e della persecuzione. Nascondersi era diventata per lei una modalità di vita onniper-vasiva. La Richman ricostruisce la sua fatica per ridare un significato alla sua esperienza scriven-do le sue memorie e segnala come nel suo precorso riparativo una tappa fondamentale si sia veri-ficata quando è stato pubblicamente riconosciuto che anche i bambini nascosti erano dei soprav-vissuti, e dei traumatizzati: “il termine hidden child, coniato in quel periodo, ci diede quell’identità che era mancante per così tanti di noi” (p. 112) La Hidden children Foundation fondata negli Stati Uniti nei primi anni Novanta permetteva finalmente agli hidden children di tutto il mondo di incontrarsi e scambiarsi le loro esperienze.
La Richman ricorda anche la tendenza al diniego della Shoah e degli orrori della persecuzione nazista che permeava la società nel dopoguerra. L’atmosfera di diniego riguardava anche buona parte degli psicoterapeuti e psicoanalisti. Nella sua prima esperienza di analisi, nell’America degli anni Sessanta, la Richman racconta di aver trovato poco interesse da parte dell’analista per gli ef-fetti traumatici del terrore da lei sofferto e dell’aver dovuto nascondersi durante la persecuzione. Molti altri testimoni riferiscono di simili problemi, o di simili difese negli analisti di quel tempo.
Una diversa esperienza analitica, in cui l’analista non ha messo in campo le difese contro l’orrore e ha riconosciuto il trauma infantile dovuto alla Shoah è invece quella raccontata da Dori Laub, psichiatra e psicoanalista, cofondatore dell’archivio dell’università di Yale (Fortunoff) per le te-stimonianze registrate (audio e successivamente video) di sopravvissuti della Shoah.
Laub, nato nel 1937 nell’attuale Romania, a cinque anni (1942) era stato deportato dal regime fi-lonazista allora al potere in Romania con i genitori in una ex colonia penale sovietica, la Cariera de Piatra. I suoi ricordi della deportazione, dopo molti anni, erano dominati da questa immagine: lui chiacchiera con una bambina, seduto su un prato, in una giornata in cui splende il sole e il cielo è blu. Il suo analista svedese, (1) lo ha aiutato a riconoscere il diniego, così Laub è riuscito a rico-struire sia il vissuto di terrore che permeava ogni momento della giornata, sia il ruolo di sua ma-dre, attraverso la quale si è costruito il suo testimone interno:
“La testimonianza rivela una verità interiore che è profondamente cara al soggetto ed è essenzia-le alla sua sopravvivenza. Inoltre la testimonianza è suscettibile di evolvere nel corso del tempo di vita di una persona. Viene al tempo stesso messa in forma di testo, sfumata, sintetizzata in una Gestalt interna e viene contestualizzata, cosicché viene messa al posto giusto nell’autobiografia e nella storia di ognuno. La maggior parte delle testimonianze con il procedere della vita si integra sempre di più nella vita personale” (The power of witnessing, pp.73-74).
La testimonianza, conclude, per emergere, e diventare comunicazione richiede uno special hol-ding space, un container. E il nuovo spazio di contenimento può essere trovato all’interno di sé se è presente un “altro”, un ascoltatore interno al soggetto… ma che esiste anche al di fuori di lui, vicino al soggetto.
Così e solo così la testimonianza si fa rimemorazione e, come dice Réné Kaes, (Il malessere, p. 296) diventa rimembranza, rememberance, cioè un’attività che rimette insieme le membra ricom-ponendo qualcosa di lacerato, rotto, frammentato. E’ questo anche il senso dell’esperienza narrata da Stella: che con il suo racconto costruisce una rimemorazione e una ri-membranza.

Bibliografia

Kaes R. (2012) Il malessere, Borla, Roma, 2013.

Laub D. Testimony as life Experience and Legacy in N. R. Goodman e M. B.Meyers, The Power of Witnessing, Routledge, New York, NY, 2012

Richman S.“Too Young to Remember”: Recovering and Integrating the Unacknowledged Known, , in The Power of Witnessing, cit.

Nota

(1) Laub sottolinea più volte la nazionalità svedese dell’analista, forse considerando che la Svezia era stato uno dei paesi neutrali durante la seconda guerra mondiale, e che la ca-pacità dell’analista di non negare e di riconoscere un diniego era ancora più meritevole.

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