La filosofia della psicoanalisi. Introduzione in ventuno passi a cura di S. Vizzardelli e F. Cimatti. Recensione di Laura Contran

A cura di Silvia e Felice Cimatti (2012)

Quodlibet Studio, pp.242

Le mie scoperte non sono, di per sé, una panacea ma costituiscono il fondamento di una filosofia molto seria.(H. Doolittle, “Tribute to Freud”).

La Filosofia della psicoanalisi, a cura di Silvia Vizzardelli e Felice Cimatti (vincitore del Premio Musatti 2012 della Società Psicoanalitica Italiana), raccoglie il contributo di ventuno tra filosofi e psicoanalisi che si confrontano su temi cruciali, evidenziando la contiguità delle due discipline nel loro misurarsi con lo stesso oggetto d’indagine: l’esperienza umana e il nostro “essere animali linguistici e politici” (39).A distanza di quasi un secolo possiamo ritenere superata la posizione (e i timori) di Freud che nel 1924 vedeva nella filosofia, nonostante le affinità tra le due scienze, una resistenza alla psicoanalisi? Il tempo sembra testimoniare che pensiero filosofico e teoria psicoanalitica hanno spesso trovato un fertile sodalizio. La scommessa, auspicata dagli autori di questo volume, è quella di riuscire a far dialogare filosofia e psicoanalisi, mostrarne i punti di contatto, la “lontananza prossima”, i legami di parentela (e come tali non sempre armonici) evitando le facili analogie ma “senza lasciar cadere nell’ombra le loro sinergie” (19). E senza mai dimenticare che se la filosofia si è sempre presa cura del linguaggio, l’obiettivo della psicoanalisi è la cura della sofferenza psichica attraverso la parola e la conoscenza. Il sottotitolo della raccolta – Introduzione in ventuno passi – indica il percorso, scandito da sette capitoli, ciascuno dei quali composto da tre voci che esplorano, dai rispettivi territori epistemologici, un ampio orizzonte che va dall’essenza dei processi conoscitivi, all’esistenza dei processi psichici inconsci. Un percorso che si snoda lungo precise linee tematiche: ogni voce affronta un tema che si apre a quello successivo in un’alternanza di rimandi che mantengono tra loro un filo associativo ed ogni specifico argomento trattato è completato da un’utile bibliografia. Per dare al lettore un’idea, seppure del tutto parziale, prendo spunto dallo scritto di Felice Cimatti Parola (4.112) che verte intorno all’interrogativo “da dove viene il potere della parola”. Cimatti ci riporta all’originaria condizione umana, quella del piccolo dell’uomo (il piccolo sapiens) il quale si trova assoggettato al messaggio enigmatico, in quanto inconscio dell’Altro (poiché concerne fantasie, desideri, aspettative del genitore nei confronti del nascituro). Ne deriva di conseguenza che tale “situazione antropologica” è fondata (ma potremmo aggiungere è a sua volta fondante) su quel resto intraducibile caratterizzante la comunicazione umana e che “la parola analitica cerca di ricostruire” (119). In successione, Carlo Serra ricorda che la prima forma di parola, seppure nell’area del preverbale, è la Voce, è “il grido puro dell’infante che chiama la madre”(4.123). Da una lettura incrociata tra la filosofia heiddeggeriana, le suggestive ricerche di Ivan Fónagy sulla psicofonetica e alcuni rimandi al Seminario X di Lacan L’angoscia, nel quale la voce si manifesta come oggetto a (l’oggetto perduto), Serra si sofferma su questo “originario” costituito dalla coppia madre-bambino, fatto di reciproci sguardi, e di un dialogo che si esprime sul piano della gestualità affettiva (126). D’altra parte non è forse possibile pensare alla domanda di cura rivolta all’analista come l’equivalente, nonché la riedizione di quel grido che deve poter trovare un ascolto per trasformarsi in parola?A seguire, Luisella Mambrini in Cura (4.131) espone gli elementi di fondo che, a suo avviso, distinguono le psicoterapie dalla psicoanalisi in quanto, quest’ultima, si colloca su un altro registro: quello del desiderio inconscio rispetto a un ascolto finalizzato alla soluzione del sintomo. Nel fare altri tre passi è d’obbligo soffermarsi su tre lemmi imprescindibili dal discorso psicoanalitico Sogno – Inconscio – Ricordo. Per restare in tema di origini, Francesco Napolitano ritorna a Il libro dei sogni di Artemidoro (in particolare Il sogno dell’atleta) rivisitato alla luce della Traumdeutung. Più che descrivere i meccanismi (condensazione e spostamento) e i processi inconsci (primario, secondario), l’Autore è interessato soprattutto a mettere in luce l’inedito del transfert e della sua funzione, sospesa tra realtà e finzione, “che detiene, alla pari del sogno, lo straordinario potere di evocare i fantasmi infantili e di incarnarli negli attori in scena” (5.149).Ma se è vero che il sogno è la via regia all’inconscio la dimensione del tempo è una questione di pari rilevanza, oltre a costituire “l’anello di congiunzione tra l’inconscio freudiano e una delle venerande branche della metafisica costituita dall’ontologia” (5.156). Lo stesso Freud era consapevole della complessità di quanto andava sostenendo quando affermava che “l’inconscio è a-temporale” e “fuori del tempo” (1901) fino a ritenere che tale “materia oscura” attendesse “un’esatta valutazione filosofica” che avrebbe arricchito la teoria psicoanalitica (1932). Il rapporto inconscio-tempo è ripreso da Fabrizio Palombi attraverso alcune opere fondamentali della tradizione filosofica: da Le confessioni di Agostino, alla Fenomenologia di Husserl, a Essere e tempo, fino ad arrivare a quello “snodo fondamentale della psicoanalisi” rappresentato dal decostruzionismo di Jacques Derrida. Palombi sottolinea come, nel rileggere Freud con Heiddegger, il filosofo francese abbia compiuto un atto di pensiero radicale, rovesciando la prospettiva heiddeggeriana della “metafisica della presenza” e reinterpretando la temporalità dell’inconscio freudiano come “passato assoluto” e “non-presenza”. Con la sua teoria della traccia (l’inconscio come scrittura psichica) e della différance (differenza/differimento temporale) Derrida opera, infatti, una dislocazione del testo psichico “originario e irriducibile” su un’altra scena, in un altro tempo. Le implicazioni di questa posizione (che rinviano al concetto di Nachträglichkeit freudiano e all’aprés-coup lacaniano) hanno delle ripercussioni non solo sul piano della teoria ma anche su quello della clinica psicoanalitica se pensiamo, ad esempio, a come è stato rielaborata la teoria sul trauma. “La lettura derridiana fa piazza pulita di tutti gli equivoci che si sono stratificati in una secolare diatriba sulla scientificità del metodo psicoanalitico e sulla veridicità dei traumi psichici” (160).A proposito delle tracce mestiche, Francesco Saverio Trincia affronta il tema del Ricordo, “di cosa e come si ricorda o si dimentica” (5.164), interrogativo che ha percorso la tradizione filosofica fino a quando, con l’avvento della psicoanalisi, si è radicalmente trasformato il modo di intendere il rapporto tra memoria cosciente e memoria inconscia. Tuttavia, secondo l’Autore le scoperte psicoanalitiche per quanto “di rottura” si sono mantenute “in una certa misura all’interno della continuità teorica di matrice filosofica”. La vera cesura attuata dalla psicoanalisi consiste invece nel decentrare “il ruolo regio” svolto dalla coscienza e dalla ragione a favore di quel sapere inconscio che l’oblio racchiude.Quest’ultima, come altre questioni affrontate dagli autori, rimangono per entrambe le discipline delle grandi sfide ancora aperte, alcune delle quali di impronta fortemente etica (si vedano ad esempio le voci Denaro – Verità – Corpo) che interrogano il nostro “essere” nella contemporaneità.In un’epoca dominata da pratiche e saperi sempre più orientati in senso scientifico-tecnologico, filosofia e psicoanalisi, pur nelle loro differenze, possono incontrarsi (per poi separarsi) in uno spazio abitato da contaminazioni concettuali e linguistiche e condiviso dall’amore per la ricerca, senza sottrarsi al confronto con altre scienze (le cosiddette scienze dure) ma nemmeno perseguire un’idea di scientificità che forse non appartiene loro, “[…] perché siamo filosofi e psicoanalisti, e non ci piace la simmetria forzata, l’equilibrio che non sa più traballare, la definizione troppo perfetta che ha perso di vista la contingenza della vita” (11).Forse, in alcuni momenti, lo stile degli scritti può risultare un po’ scolastico, ma il libro si legge agevolmente e con interesse.Indubbiamente La filosofia della psicoanalisi è un omaggio a Freud che rimane il punto di riferimento principale, da intendersi però – e qui vorrei usare le parole di Jacques Derrida dedicate a Michel Foucault – “uno di quei veri omaggi che esercitano il pensiero alla fedeltà o che aguzzano la fedeltà attraverso il pensiero” (1994).

Bibliografia

Freud S. (1901). Psicopatologia della vita quotidiana, OSF, IV, Boringhieri

Freud S. (1932). Introduzione alla psicoanalisi. Nuova serie di lezioni, OSF, XI, 185, Boringhieri

Derrida J. (1994). Essere giusti con Freud. La storia della follia nell’età della psicoanalisi, Raffaello Cortina.

Laura Contran

Gennaio 2013