La filosofia può curare?

Ritengo appropriate e vivamente consigliabili le virgolette, come forma di prevenzione nei confronti di ironie, chiusure o contrapposizioni pregiudiziali, che impedirebbero di delimitare con precisione l’ambito della riflessione e di aprire uno spazio di dialogo e di confronto. Assistiamo da tempo a un’invasione indiscriminata del campo della terapia da parte degli approcci più disparati e improbabili, che può anche suscitare un comprensibile atteggiamento di difesa. Ciò non deve tuttavia far dimenticare che il confronto non rappresenta mai di per sé una minaccia, bensì all’opposto un banco di prova e un fattore di approfondimento della propria identità, laddove un’identità fragile teme il confronto come fattore di contaminazione o sopraffazione. Questo riguarda ovviamente il dialogo della psicoanalisi con le diverse psicoterapie, ma può riguardare anche il confronto col metodo qui indagato, che, stando alla presentazione che ne fa Rovatti, terapeutico sembrerebbe essere solo in senso lato. Il tema si presenta nella veste della “consulenza filosofica”, una prassi in vigore da anni e a quanto si dice in rapida diffusione, codificata per primo da Achenbach (1987) e successivamente approfondita da altri autori. Rovatti passa brevemente in rassegna i contributi all’argomento e sottolinea una sua prima caratteristica: quella di essere di difficile definizione. Che cosa di preciso faccia il “consulente filosofico” è difficile dirlo, ma si sa che tende a intervenire in situazioni di crisi, transizione o cambiamento, come supporto e conforto a membri della società che si trovano in difficoltà professionali o private di vario genere. L’ambito di applicazione della consulenza filosofica, per quanto di vaga e problematica definizione, sembrerebbe essere ben delimitabile rispetto a quello più propriamente psicoanalitico o psicoterapeutico, in quanto gli sarebbe dichiaratamente estranea ogni ambizione di cura nel senso stretto e psicopatologico del termine. Rovatti afferma un po’ utopisticamente che questo “de consolatione philosophie” operativo e comunitario, promosso ad esempio dall’amministrazione statunitense nel clima d’incertezza determinato dall’attentato alle torri gemelle, potrebbe riportare la filosofia nell’agorà, facendola uscire dalle accademie per entrare o rientrare nella vita. La filosofia dovrebbe inserirsi nelle “aperture” offerte dai momenti di crisi individuale o collettiva, come riflessione socratica sull’esistenza e sulle forme del vivere associato, realizzando “sul campo” una sorta di rinascita della “teoria critica” in senso francofortese. Così delineata, la “consulenza filosofica” apparirebbe non solo compatibile con la psicoanalisi, ma in linea di continuità e in qualche modo sinergica con la sua tradizione di analisi del processo di civilizzazione. Non convince tuttavia la schematica e semplicistica individuazione di un dominio della “normalità”, che una volta separato da quello della patologia diverrebbe esclusivo appannaggio della “consulenza filosofica”, questa volta reintrodotta di soppiatto come terapia in senso stretto. Fa tutt’uno con questo presupposto la deriva foucoultiana che Rovatti sembra a tratti voler imprimere alle sue analisi, con la discutibile assimilazione della psicoanalisi alla medicina, e con una critica al “potere” psicoanalitico che non può non apparire ideologica e fuori tempo.         

Giorgio Mattana