La mancanza e l’eccesso – Che cosa significa guarire?

L’incidenza e la diffusione delle nuove formazioni sintomatiche (anoressie, bulimie, depressioni e attacchi di panico) ripropongono un problema di ordine epistemologico ed etico che riguarda l’efficacia della clinica psicoanalitica, nonché il significato del cambiamento e della guarigione nell’esperienza analitica. I progressi compiuti dalla medicina negli ultimi decenni, soprattutto in campo tecnologico, sono indiscutibili; resta tuttavia una sostanziale differenza tra il modello medico e quello psicoanalitico nel modo di affrontare la condizione di benessere/malessere, di salute/malattia: mentre per la medicina la guarigione è un dato valutabile oggettivamente, la cura psicoanalitica mette in gioco la dimensione soggettiva e l’uscita dal disagio psichico rimane una “soluzione” individuale.

E’ possibile invece sostenere la modernità della psicoanalisi, precisa l’Autore, se con questo s’intende da un lato il superamento della visione dogmatica del setting, intenso come dispositivo a cui il paziente deve adeguarsi e dall’altro la revisione critica, non perché errata ma in quanto riduttiva, del paradigma classico interpretazione, chiarificazione, confronto, che vedeva nella psicoanalisi delle origini essenzialmente un’operazione di verità, lo svelamento del senso del sintomo. E’ importante, infatti, ricordare che il sintomo contiene una forma di soddisfacimento irriducibile all’interpretazione semantica in quanto concerne una logica pulsionale. “Se la psicoanalisi moderna non è solo un trattamento del senso ma anche un trattamento del reale è perché l’inconscio, per quanto s’interpreti, per quanto se ne riduca il senso, ha sempre un resto…” (43) Muovendosi in questa prospettiva l’Autore prende in esame il fenomeno dell’angoscia. Definita da Lacan come “manifestazione di fronte all’irrapresentabile”, l’angoscia è l’affiorare di un reale al di fuori delle normali rappresentazioni della realtà e si costituisce nella sua eccedenza pulsionale come evento traumatico, che sul piano narcisistico “genera una frattura nella continuità della vita, facendo emergere aspetti di sé che il soggetto sente estranei e che non riesce ad integrare…” (95).

Attraverso il racconto di situazioni cliniche l’autore descrive il passaggio dall’angoscia all’attacco di panico che rappresenta il punto di non ritorno, il fallimento delle difese mobilitate dal soggetto per arginare l’angoscia. Che cosa deve cambiare quindi per poter guarire? Il cambiamento, secondo la tesi dell’Autore consiste nell’attraversare la frontiera dell’evento per trarne le conseguenze e per aprire le inesauribili possibilità dell’irrealizzato. La stessa guarigione non va intesa in senso statico, ma come l’inizio di un processo. Il saggio si sviluppa in modo ampio e articolato. Riprende con apprezzabile chiarezza espositiva alcuni concetti della teoria lacaniana, (le strutture dell’immaginario, il tempo logico) ma percorre anche altri filoni di pensiero, teorie e modelli epistemologici. Non eccede in speculazioni e non manca di suscitare l’interesse di chi lo legge.