La potente

La potente

Paola Camassa

La potente. Nottetempo, Roma, 2014-02-28

Recensione a cura di Lorena Preta

Il libro La potente, di Paola Camassa, parla di una famiglia siciliana, una famiglia felice come dice la voce narrante, nella quale a un certo punto irrompe la notizia del tradimento del padre ai danni della madre.
Da questa traccia narrativa attraverso la messa in scena di reazioni, pensieri, emozioni prende forma la rappresentazione, esplicitamente teatrale, della vicenda e dei suoi sviluppi in un arco di vita che va dall’evento alla morte dei genitori, attraverso una serie di retrospezioni e anticipazioni che sapientemente costruiscono l’intreccio della vicenda. Accompagna il racconto una virtuale colonna musicale, descritta ad ogni capitolo attraverso le parole di brani di canzoni o di opere, che rimangono magicamente nelle orecchie pur senza essere uditi.

Ho sentito chiedere spesso in questo periodo: di che libro si tratta? E’ un romanzo ? Scritto da una psicoanalista? Parla di psicoanalisi?

In effetti il titolo stesso mette subito in campo un cardine della teoria psicoanalitica: la Scena Primaria. E’ lei “la potente” secondo Paola Camassa, ma anche secondo la teoria freudiana. Sono le fantasie concernenti l’accoppiamento sessuale dei genitori quelle che dominano la mente di ognuno e sembrano addirittura determinare il destino delle persone.
Nel libro oltre la messa in scena diretta e a forti tinte della coppia genitoriale, e la rappresentazione del romanzo famigliare, è possibile seguire la costruzione, a poco a poco nel tempo, della coscienza della figlia- protagonista che racconta il suo modo di vivere le vicende traumatiche del tradimento che ha spezzato l’atmosfera incantata, ma forse anche corrispondente all’illusione infantile della “famiglia felice”.

Ho letto e riletto il libro più volte, fin dalle fasi iniziali della sua stesura, e ogni volta ho avuto la stessa partecipazione, ogni volta un’emozione fortissima. Anzi sono rimasta “dominata” dal libro ogni volta dopo averlo letto. Come se non potessi per un po’ pensare ad altro, come se ogni altra cosa non potesse avere appunto lo stesso potere della Potente.
C’è una sfida infatti nel cercare di sfuggire a questo dominio, nel cercare di articolarlo, di addomesticarlo, di renderlo per esempio da parte del lettore più personale, mettendo in campo le proprie vicende familiari, i propri genitori, il proprio passato, il modo in cui si è vissuta o si vive la coppia, cosa significa per se stessi…solo che come dice Paola Camassa, e lo ripete più volte nel libro….questo…. Non è un lavoro che piace alla Potente
Dalla Scena primaria infatti si può essere soggiogati, plasmati, dominati, ma non ci si può contrapporre, non ci si può venire a patti. La si può alterare, stravolgere, camuffare, ma quanta fatica, quanto lavoro, quanto dolore, perché…. Non è un lavoro che piace alla Potente
Non si possono chiudere i conti con La Potente, si può trovare qualche sollievo, a volte, qualche momento di verità in cui le impalcature crollano, magari per l’interpretazione dell’analista che rovescia la visione delle cose avuta fin lì ( ci sono nel libro alcune scene tra l’autrice e il suo psicoanalista illuminanti e anche esilaranti )…però lei, la Potente, permane e trionfa, il suo potere rimane indiscusso.
Nell’infanzia la fantasia dell’accoppiamento sessuale dei genitori può generare immagini di ibridi mostruosi, un po’ per la non consapevolezza di come avvenga realmente l’incontro sessuale ( anzi in genere vissuto più che altro come uno scontro) un po’ per la resistenza a riconoscerlo, per la difficoltà di unire la sessualità all’affettività, per il senso di esclusione che provoca, per il senso di inadeguatezza del bambino rispetto all’adulto.
Tutto questo sappiamo può tradurre l’erotismo in violenza, o in pornografia cieca e muta, o in inibizione, ma nel libro non è la fantasia traumatica della scena primaria che occupa il posto, piuttosto è la sua realtà che viene messa in scena.
Quella “realizzazione” direbbe Wilfred Bion, che porta uno schema contenuto a priori nella mente, la scena dell’accoppiamento dei genitori in questo caso, a trovare la sua incarnazione, appunto. Tutti abbiamo da subito una pre-concezione della scena edipica, si tratta poi di incontrarla nella realtà.

Ed ecco che in questo libro Paola Camassa compie un’altra specie di miracolo spiegando, non esplicitamente, ma come meglio non si sarebbe potuto fare, un’altra dimensione fondamentale della scena primaria, la sua costruzione mitica tramite la coralità: tutti partecipano alla costruzione della scena dell’accoppiamento dei genitori, dalle figlie, ai nonni, ai mariti, ai nipoti, ai vari personaggi che si muovono sulla scena, anche il barista che porta il caffè…
E’ il gruppo intero, famigliare e sociale, che costruisce il mito della scena primaria. Sono tutti corresponsabili della rappresentazione, da sempre, anche da prima che nascessero i protagonisti.
Un passato fondativo, come siamo abituati a pensare e vedere in analisi e come l’autrice ci fa capire attraverso la descrizione degli alberi genealogici della famiglia, dei nonni, dei bisnonni, sempre visti sotto l’ottica di come si sono formate anche nel passato le varie coppie della famiglia, quale era potuta essere la loro scena primaria.
E queste descrizioni, diventano immediatamente annunci di similarità, o di differenze, di spostamenti, di complicità.
Persino la Storia, con la esse maiuscola, per quanto riguarda il periodo storico in cui viene celebrato il matrimonio dei genitori della protagonista, diventa comprimaria nella costruzione del mito della scena primaria dei genitori: un matrimonio post-fascista tra un ragazzo di destra e una ragazza proveniente da una famiglia antifascista, osannato come un segno di pace e di rigenerazione.
Forse questo può essere un lavoro che piace alla Potente… che la sgancia dalla ristrettezza del suo talamo e l’affida all’opera della collettività….

La psicoanalisi quindi è costitutiva di questo romanzo, che ha anche l’andamento di un giallo o di in un’indagine scientifica, o del lavoro psicoanalitico. Ed è infatti tutto questo insieme: i vari elementi si scompongono, ricompongono, destrutturano il campo, smontano il romanzo famigliare e danno forma a quello letterario.

Ma c’è un altro fondamentale motivo per il quale questo romanzo suscita tanta emozione, è la nostalgia che esprime. Non è solo la nostalgia della protagonista rispetto alla sua famiglia, al suo passato, alle sue aspettative, ma è la nostalgia della Scena primaria stessa.
Già perché viene subito da chiedersi: è ancora così che sperimentiamo le nostre vicende famigliari e se lo è, per quanto tempo ancora lo sarà? Per quanto tempo avremo una coppia genitoriale appassionata, o meno, come nostra origine? Per quanto tempo potremo dire, io sono nato/a da quella donna e da quell’uomo?
Conosciamo ormai situazioni famigliari diverse, famiglie multiple, famiglie omo-parentali, figli nati in provetta, fecondazioni realizzate tramite anonimi donatori di sperma o di ovuli, uteri in affitto.
C’è un non conosciuto, un celato, che dovranno affrontare e in parte già stanno affrontando, centinaia e centinaia ormai di figli nati o allevati secondo queste nuove modalità.
Non è rimpianto, è il senso della fine di una storia. Bisogna sapere precisamente che andiamo incontro a scenari diversi, a scene diverse che determineranno vissuti diversi, nuove geometrie della mente.
E anche se i grafici e le statistiche che compaiono su alcune di queste esperienze, quelle dei figli in provetta per esempio, sembrano rassicuranti ( ma poi rassicuranti rispetto a che cosa? sarebbe superficiale pensare che con queste nuove formule si crescano dei disadattati o delle persone con delle gravi patologie), non è questo che dobbiamo capire o misurare ( come se la famiglia peraltro non fosse stata da sempre il luogo per eccellenza del disagio, ma certo anche della formazione e dell’apprendimento nei casi migliori) .
Quello che dobbiamo e possiamo fare è aspettarci che l’immaginario sia individuale che collettivo muti basandosi su parametri totalmente diversi da quelli attuali e quindi impossibili da “leggere” secondo i vecchi schemi. Non è catastrofismo o fantascienza prevederlo, ma un corso ineluttabile delle cose.
Quindi La potente è un addio non ancora per noi ma per quello che sarà. Noi ora, siamo come dei dinosauri affacciati sul futuro.
Il passato quasi non c’è più, viviamo già nel futuro, ma senza poterlo far diventare ancora il nostro presente.
Siamo Memorie del futuro si potrebbe dire utilizzando Wilfred Bion….

Per concludere, Paola Camassa ha fatto un quadro emozionante, vibrante di quello che è stato, che è ancora, ma che sta per non essere più, e l’ha fatto con la responsabilità e la coscienza di una psicoanalista che osserva e che sperimenta per prima cosa su se stessa ( questa è la psicoanalisi) e con la passione di una scrittrice che si esprime attraverso un’opera.
Chissà se tutto questo risponde alla domanda di che tipo di libro si tratta…..la cosa migliore è leggerlo…

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