“La professione del padre” di S. Chalandon. Recensione di D. Federici

“La professione del padre”

di Sorj Chalandon (Keller, 2019)

Recensione a cura di Daniela Federici

 

 

“È  come se uno fosse prigioniero e volesse non soltanto fuggire,

il che forse sarebbe possibile,

ma anche trasformare la sua prigione in un meraviglioso castello.

Se fugge non può costruire e se costruisce non può fuggire.”

Lettera al padre Kafka

 

Chalandon è un giornalista reporter di guerra, pluripremiato, non nuovo alla narrazione di vicende personali. Con questo libro, la sua scrittura limpida e potente, capace di scavare emozioni, ci conduce nel disorientante strazio atterrito di una follia familiare, di una guerra dentro le mura.

Il racconto si apre con il protagonista, ormai uomo maturo, alle esequie del padre. Accanto a lui la madre, come perduta, i suoi occhi che dicono solo il silenzio. In una narrazione asciutta, senza giudizio o sbavature sentimentali, si viene condotti per mano nel flashback della voce narrante di Èmile bambino.

Nella Francia degli anni della guerra d’indipendenza d’Algeria, fra nazionalismo e moti sovversivi, un padre cupo e irascibile detta l’isolamento e una legge brutale in famiglia. Un mondo intessuto di paranoie, frastornanti resoconti di vita che disordinano l’ammirazione e la matrice d’appoggio a un’identità. Chalandon cesella un fanciullo naufrago nella violenza, le slogature dello psichico per sopravvivere alla catastrofe, le fessure dove colano fuori lembi della propria soggettività per trovare riparo.

Mi sono rifugiato nel mio album da disegno, lo aprivo ogni volta che avevo paura.

Il viso della madre come uno straccio bianco: “Lo sai com’è tuo padre.”

“Piangevo prima dei colpi, per la paura. Dopo i colpi, per il dolore. Ma mai durante. Quando mio padre mi picchiava, fissavo un punto nella camera, la gamba del letto, il quaderno strappato, un libro gettato per terra, le sue pantofole di pelle. Pensavo a tutto quello che sarebbe sparito prima o poi. Perché si fermano, i colpi. Sempre, si fermano. Quando mio padre aveva male alle mani, mia madre urlava forte o io non mi muovevo più. C’era sempre un momento in cui il suo pugno ricadeva sul fianco. Ho aperto gli occhi. Lui mi guardava cercare l’aria. La camera, le lenzuola, il cuscino, le pagine stracciate. Era come ogni volta. Si stava risvegliando. Si chiedeva chi fosse passato in casa nostra. Lo diceva il suo sguardo. Era sorpreso di vedermi ai suoi piedi.” (p.75)

L’effrattivo di un trauma può fluire nel corpo a protezione del tracimare della psiche.

“Soffrivo d’asma da quando ero nato. Due mani che mi strangolavano. Il mio respiro si trasformava in voce pietrosa, in pianti, in gemiti dolorosi. Nel petto i lamenti di una folla inquieta. Una processione di dannati che cercava di uscire dalla mia gola chiedendo aiuto. Non era un’asma da sforzo, ma un’asma da spavento.” (p. 24)

Il silenzio succube, lo sguardo in tralice a mendicare un riconoscimento da quel padre dalle ragioni misteriose e superiori, che lo addestra come un soldato, che lo manda fiero a scrivere slogan eversivi sui muri. E quando il guadagno di quell’approvazione si eclissa, si imbastisce la piega della colpa, del sentirsi cattivo e incapace.

Arranca, tenace, la salita dell’identificazione, quando Èmile scopre di poter esercitare una quota di dominio su un compagno di scuola.

“Non avevo mai avuto una simile sensazione di potenza.”

Ma non è facile da governare l’imbizzarrirsi della mitomania e della furia.

“Ero triste. Ho provato paura. Mi sembrava di essere su una strada in discesa. Precipitavo, rotolavo come un tronco d’albero. Non potevo più fermarmi. … Non so cosa mi è preso. Una follia.”

Si desidera solo che qualcuno spenga lo strapiombo. Lo spazio di una sospensione, di un’alternativa. “Avevo sperato che finalmente non mi credesse più. Che scoppiasse a ridere, che mi picchiasse, che alzasse i tacchi. Non potevo tornare indietro. Credevo di morire.” (p. 125)

Nei presupposti per il venire alla luce dell’essere e dello psichico che lo riflette, l’adulto ha una fondamentale funzione paraeccitatoria, di contenimento degli eccessi per consentire il legame, per sostenere la capacità del bambino di mantenere la continuità necessaria al sentimento di esistere. La funzione simbolizzante e soggettivante dell’oggetto richiede anche un’organizzazione triangolare, che insinui l’alterità e lo spazio per il pensiero.

“Mi domandavo cosa non andasse nella nostra vita. A casa non veniva nessuno, mai. Mio padre lo vietava. Quando qualcuno suonava al campanello, alzava la mano per farci stare zitti. Aspettava che l’altro rinunciasse, ascoltava i suoi passi sulle scale. Poi andava alla finestra, nascosto dietro le tende, e lo guardava vittorioso allontanarsi per strada. Neanche i miei nonni erano mai venuti.” (p. 50)

Qualcosa delle storie del padre inizia a stonare, il desolante silenzio supino della madre appare come uno sguarnito tentativo di proteggersi dall’infelicità, una complicità verso la quale emergono in filigrana le tramature sottili della rabbia. Ma forse siamo già a un Èmile adulto, il flashback si sgrana sulle telefonate incongrue dei genitori anziani e lontani, sulle feste comandate e il ripiombare inerme in quel clima, ormai disarmato eppure ancora in grado di evocare i colpi, la mente sequestrata nell’effetto che il male continua a spandere intorno, come maree acri, un’onda che si abbatte sempre con lo stesso suono, che ancora confonde quel vecchio timoroso con il proprio aguzzino. La rovinosa impotenza a cambiare, nulla, se non da dentro. Mettersi in salvo, trovare una distanza che salvi dallo sciaguattare corrosivo dei rigurgiti, da quel ritrovare nello specchio un sé del tutto simile che sonnecchia dentro.

Èmile disegna a quattro mani con il figlio, gli costruisce l’aquilone che sognava da bambino e inventa storie buone e sorrisi, fa sbocciare affetto come una promessa con cui non perdere mai la presa, a nessun costo. L’inalatore nelle sue mani è come una cicatrice.

Poi il ricovero in psichiatria del padre e l’incontro con i medici insieme alla madre.

“Suo marito ha i sintomi di una persona che soffre di un’affezione psichiatrica antica. Un disturbo che l’età ha semplicemente aggravato. Non le dice niente?”

“Malato, tuo padre?” Non vedeva niente, non aveva mai visto niente. “Èmile, diglielo tu, che non aveva nessun problema.”

E allora lui le chiede scusa e racconta.

“Ascoltava il dramma della sua vita come si assiste all’incidente di qualcun altro. Guardava suo figlio senza sentirlo.” (p. 243)

Le botte, le bugie, la paura. “Ho disegnato un bambino in un cielo di pioggia.” Niente di ciò che costituisce una vita, solo la loro minuscola setta, un sovrano e i suoi sudditi, i codici, le punizioni, un regno chiuso di tre stanze a tende tirate.

Una madre fragile, senza un’idea di cosa fare. “Ma cos’ questa storia? Eri triste da piccolo?”

L’inizio di una rotta, lontana dall’inferno.

 “Una finestra invisibile si era aperta, lasciando entrare il vento, il freddo, il sollievo soprattutto. Avevo una mano sull’inalatore, ma respiravo tranquillo. Finalmente avevo apposto delle parole sul mio silenzio. Ed ero stato sentito.” (p.244)

Nel dissesto della realtà è indispensabile trovare un rispecchiamento, una stella polare che ti lasci in mano la fiducia nelle tue percezioni e ti permetta di costruire il senso di una storia.

“Nessuna rabbia. Nessun dolore. Il mio corpo era sopravvissuto ai suoi pugni. La mia testa era salva.”

Quel padre nel cui turbine accecante dei contorsionismi non aveva mai saputo se fosse spia, combattente o artista: era andato in scena un trasformista, un equilibrista, un saltimbanco, un venditore di storie per bambini.

Com’è il tuo mestiere papà?, gli chiede il figlio.

Èmile è diventato un restauratore.

“Sono come un dottore, mi portano delle tele che stanno male… e io curo le ferite, cicatrizzo.”

Si risale al cuore dei primi pigmenti e si ritrovano i colori e la bellezza.

“Allora dico che sei un pittore di quadri malati.” (p. 263)

Si, un pittore di quadri malati.

“Mettere la tela a nudo. … Per prima cosa osservare, sfiorare, rispettare. Fare qualche passo indietro. Poi avvicinarsi e studiarlo ancora. Prima di restituirgli i suoi colori, bisognava ascoltare quello che aveva da dire.” (p. 260)

 

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