La signora Dalloway

La signora DallowayVirginia Woolf (1925)

Mrs. Dalloway 

La signora Dalloway 

Edizione Feltrinelli, 1993

Recensione a cura di Maria Giuseppina Pappa

“La signora Dalloway” è un romanzo ancora attuale nella sua modernità, unico non solo per la tecnica stilistica del flusso di coscienza, già utilizzata da James Joyce, ma per una ricerca delle caratterizzazioni psicologiche dei personaggi, ampiamente influenzata dalla nascita della psicoanalisi. Attraverso il nuovo metodo del tunnelling process, Virginia Woolf scava delle “miniere” dietro ai personaggi, lasciandone emergere le percezioni soggettive, i moments of being. “La signora Dalloway” può ben rappresentare la complessità e il potenziale creativo della “crisi di mezza età”, che è una crisi depressiva, così come è stato sottolineato da Jacques in un suo famoso articolo (Jacques, 1965). La “crisi di mezza età” si rivela nella sua forma più piena e definita nella vita e nell’opera degli artisti. Passare attraverso tale crisi significa passare di nuovo attraverso la depressione infantile, ma con la consapevolezza della morte e degli impulsi distruttivi. I vissuti di perdita e di lutto legati all’invecchiamento, richiedono un’elaborazione della depressione che ne deriva, la cui riuscita dipende dalla capacità di far fronte agli impulsi distruttivi, sintetizzando gli aspetti positivi e gli aspetti negativi degli oggetti interni e esterni, sotto il predominio dell’amore e della gratitudine (M. Klein, 1935). “Il Diario di Virginia Woolf” (V. Woolf, 1920-24) è la straordinaria trascrizione dei “differenti stati”, “molto strani e poco conosciuti’, sperimentati nel processo creativo delle sue opere. Ne “La signora Dalloway”, romanzo che in un primo momento avrebbe dovuto avere come titolo “Le Ore”, sono in primo piano la vita e la morte, la sanità e la pazzia. Durante la sua stesura, Virginia Woolf scrive che le viene fatto di pensare alla “mezza età”, e che la sua mente è invasa dal pensiero della morte. La scrittrice è stata malata, come la signora Dalloway, e si sente sospesa tra la vita e la morte, come Septimus, il deuteragonista. Ogni tanto le capita di sentirsi un po’ depressa, per cui non riesce a scrivere. La scrittura in Virginia Woolf si presenta come uno strumento attraverso cui i pensieri, le paure e le angosce interiori assumono un significato preciso, assolvendo a una funzione di cura dello smarrimento di sé, oltre che di narrazione di sé. La lettura de “La signora Dalloway” è quella di un percorso trasformativo e di elaborazione degli aspetti reconditi della psiche umana, a partire da rappresentazioni aventi come filo conduttore i traumi e la sofferenza interiore dell’autrice. Nel romanzo la malattia mentale e il suicidio, oltre che non connotarsi negativamente, acquisiscono una comprensibilità psicologica, grazie a un profondo rapporto di Virginia Woolf con il testo scritto, che le permette di sperimentare l’inesperibile.

“La signora Dalloway” poggia sull’idea di cogliere il personaggio nell’arco di una giornata come tante della sua vita, dando la parola ai suoi stati emotivi e ai suoi pensieri. Lo stream of consciousness permette così di allargare il periodo temporale in considerazione, con l’estensione dell’attimo.

All’inizio del romanzo, nell’aprire la finestra in un’assolata mattina di giugno del 1923, Clarissa Dalloway apre in senso astratto alla vita: “La signora Dalloway disse che i fiori li avrebbe comperati lei… E poi, pensò Clarissa Dalloway, che mattina – fresca come se fosse stata appena creata per dei bambini su una spiaggia.” (p.1). La signora Dalloway si sveglia una mattina e pensa di organizzare una festa, raccogliendo intorno ad essa una galleria di personaggi che hanno accompagnato la sua vita. Da lì in poi il desiderio di una festa muove tutto il romanzo e a poco a poco la festa si rivela un’occasione di passaggio a una dimensione trascendente. Clarissa Dalloway è una signora cinquantenne, benestante e amante degli agi e della vita, che a partire da quella mattina di giugno, comincia a ricordare tutte le mattine che si sono succedute nella sua vita. Mentre Clarissa si inoltra nelle strade di Londra per acquistare i fiori, presa dalle sue impressioni, dalle sue reminiscenze e dai suoi pensieri, i rintocchi del Big Ben sembrano scandire l’inesorabile scorrere del tempo. C’è subito una confluenza tra il presente e il passato, che porta con sé oltre che rimpianto e nostalgia, un terribile senso di distruzione per la guerra appena finita. In Clarissa si fa strada la consapevolezza che si dipende in larga parte da ciò che si è stati, per cui sorge in lei la domanda se la sua vita avrebbe potuto essere diversa se in passato non avesse respinto Peter Walsh. La morte ricorre spesso nei suoi pensieri, ma le appare anche come consolatoria, perché si sopravvive nelle persone conosciute e nelle cose che ci sono appartenute. Clarissa prova spesso sentimenti di nostalgia, e si ritira nella clausura della sua memoria, intenta a celebrare il passato. La sua storia si intreccia con quella di Septimus Warren Smith, l’altro personaggio principale del romanzo, che costituisce il suo doppio. Clarissa e Septimus si ritrovano, in questa strana giornata di giugno, ad essere sottilmente collegati, passando per gli stessi posti di Londra, incontrando le stesse persone, quasi sfiorandosi, inseguendosi e cercandosi inconsapevolmente. Septimus (il cui cognome, anagrammato, non a caso conduce a war smitten, ovvero lo sconfitto, il terrorizzato) è un veterano della prima guerra mondiale che soffre di “shell shock”, un forte disagio psicologico che afflisse molti soldati sopravvissuti al conflitto. Durante la guerra egli ha assistito alla morte di Evans, l’ufficiale che era anche il suo più grande amico. Ora Septimus è gravemente depresso, soffre di allucinazioni e per sé non vede che un futuro da uomo recluso in un manicomio, per cui decide di suicidarsi poco prima della fine del romanzo. Sarà solo qualche ora più tardi, al ricevimento di Clarissa, che si verrà a sapere del suicidio di Septimus. Allora Clarissa, rimanendo sconvolta e turbata da quella che sarebbe potuta essere la sua stessa fine, maturerà una propria riflessione in proposito. Ne “La signora Dalloway l’infelice Septimus è una sorta di protagonista complementare, che permette a Virginia Woolf di scavare nei meandri dell’inconscio con il suo tunneling process. Se Clarissa (nome che riassume in sé l’essenza superlativa della chiarità) sembra essere luce e apertura, Septimus è tutto oscurità, chiuso nelle sue visioni di orrore, perduto nella sua disperazione, legata alla follia della guerra. Entrambi, seppur in modo diverso, si trovano ad essere imprigionati: Clarissa nella vita di apparenza che si è costruita, Septimus nel dolore e nella perdita di libertà. Ma la differenza cruciale tra i due si può cogliere nell’atteggiamento verso il tempo, che richiama a una temporalità interiore, direttamente collegata alle “caverne” che si aprono al loro interno. Mentre Clarissa ama ricordare il passato, Septimus lo rifiuta, e ciò lo porta a detestare il presente e a non potersi proiettare nel futuro. Clarissa si rivela pertanto una figura della vita, per la quale “l’essere è tempo”, e include in sé l’intera parabola dell’esistenza, col suo passato, presente e futuro integrati. In lei la luce non è l’opposto dell’ombra, così come l’oblio non è l’opposto della memoria. Clarissa sembra essere l’incarnazione del senso della memoria, con le sue variazioni sempre più minime verso stati di visibilità confinanti con l’invisibilità. Nel modo con cui raccoglie insieme le pieghe dell’abito della festa, per ripararlo, è come se Clarissa cucisse il presente con il passato, avvalendosi del filo della memoria. Il 20 aprile 1925 Virginia Woolf scrive nel suo diario che “la felicità è avere un filo sottile a cui le cose si attacchino.” Attraverso la memoria il tempo è così trasformato in spazio, in quanto la memoria non è altro che uno spazio interiore, che sottrare mediante un atto creativo la vita al tempo. Mentre in Septimus la memoria contribuisce alla disgregazione, in Clarissa favorisce un senso di continuità  e sostiene il senso di sé. Clarissa non si oppone al lutto e apprezzando l’inevitabile caducità della vita, sa che il tempo presente diventerà tempo passato. Ella concepisce il presente e la realtà come un dono, compresa la realtà della morte. Nel sentire che il giovane Septimus ha buttato via la sua vita, pensa angosciata: “Oh.. nel bel mezzo della mia festa, ecco la morte!” (p.167) Poi si apparta dagli invitati per immaginare la morte di Septimus, sentendola nel suo proprio corpo, ricreandola nella propria mente: “S’era ucciso – ma come? Reagiva sempre così, quando d’improvviso qualcuno le raccontava una disgrazia: il vestito andava in fiamme, il corpo le bruciava. Si era buttato dalla finestra. D’un lampo il suolo era sfrecciato in alto; alla cieca, le punte rugginose dell’inferriata l’avevano infilzato, trafitto. Giaceva lì per terra, col cervello che batteva bum, bum, bum, e poi un gran nero lo soffocò. Lei lo vide così. Ma perché l’aveva fatto?” (p.167) Clarissa comprende così che l’angoscia provata per la morte di Septimus è la stessa di quella di fronte alla vita, in cui tutto fugge e svanisce, che coincide con la nostra finitezza. Come ha scritto Nadia Fusini (1993), Clarissa scopre che solo attraverso una piena consapevolezza della nostra finitezza, è possibile liberarsi dalla tirannia del nulla. “Non era mai stata tanto felice. Non c’era niente che fosse abbastanza lento, niente che durasse abbastanza a lungo. Non c’è piacere, pensò, raddrizzando le sedie, rimettendo a posto un libro nello scaffale, che eguagli il senso di averla fatta finita coi fasti della giovinezza, di essersi persa nel corso della vita, per ritrovarla ora, con un brivido di gioia, al sorgere del sole, al calare del giorno.” (p. 168). Ora Clarissa può tornare dagli altri, priva di illusioni e lontana dalla finzione. Così il suo ricevimento assume il significato di un atto creativo, in cui c’è posto per la vita e per la morte.

BIBLIOGRAFIA

Jacques E. – “Death and mid-life crisis”, in “International journal of psychoanalysis”, 46, 502-14,1965.

Klein M. (1935) – “A contribution to the psychogenesis of manic-depressive states”. In Contributions to the Psychoanalysis (London: Hogarth, 1948).   

Woolf V. “The Diary of Virginia Woolf”, vol. 2, 1920-24, ed. by A.O. Bell, London, 1981

Woolf V. “La signora Dalloway”, (traduzione e introduzione di Nadia Fusini), edizione Feltrinelli, 1993

07-04-2017

Maria Giuseppina Pappa

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