“La sofferenza umana” E. Minkowski. Recensione di S. Pesce

"La sofferenza umana" E. Minkowski Recensione di S. Pesce

“La sofferenza Umana. Aspetto patico dell’esistenza umana”

di Eugène Minkowski

A cura di Gianluca Valle

(ed. Solfanelli, 2020)

Recensione a cura di Simona Pesce

 

 

“È grigia, caro amico,

qualunque teoria,

verde è l’albero d’oro della vita”

(Goethe)

 

 

Il breve e denso testo dal titolo “La Sofferenza Umana” è scritto da Eugène Minkowski nell’ottobre del 1955 in occasione di una conferenza tenuta al Centro di Neurologia di Bruxelles in onore dell’amico e collega Etienne de Greef. Tradotto in italiano da Giuseppe Grasso e curato da Gianluca Valle è recente la sua pubblicazione.

Minkowski è stato uno psichiatra e psicopatologo straordinario. Nasce a San Pietroburgo nel 1885 da una famiglia polacca, di origine ebraica, e studia medicina a Varsavia. Alla conclusione degli studi segue una lunga e instancabile ricerca di conoscenza ed esperienza. Nel 1915 si arruola come medico volontario dell’esercito francese. Da questo momento in avanti la sua appartenenza francofona sarà definitiva ed egli vivrà gran parte dell’esistenza a Parigi. La conoscenza della filosofia francese dell’inizio del XX secolo e la vicinanza di Eugen Bleuler, con cui il giovane medico lavora presso la Clinica di Zurigo, fonda il suo pensiero che da sempre ha come interesse la visione dell’uomo radicato nel tempo e nello spazio vissuto.

In particolare l’esperienza al Burghölzli, dove si respirava l’influenza del maestro di Vienna, lascia al giovane psicopatologo l’idea di poter applicare la psicoanalisi alla cura delle psicosi, idea già presente in Jung. Questo breve cenno storico vuole mostrare la complessità e la ricchezza del mondo culturale di Minkowski, pensatore al quale viene attribuito il merito, tra gli altri, di aver favorito la diffusione della psicoanalisi in Francia.

Il presente saggio desidera parlare della sofferenza come esperienza di vita, lo fa con lo sguardo attento e acuto di un fenomenologo che ha sempre in mente due differenti piani dei fenomeni umani. Un piano che riguarda la nostra esperienza individuale e un altro che arriva all’intuizione immediata dell’essenza. “I due piani si toccano e si integrano insieme nell’esistenza” scrive l’autore, “l’importante è non sacrificare nel nostro modo di procedere, nella nostra ricerca così ingenua della filosofia dell’esistenza, un piano all’altro” (Minkowski, 2002, p 26).

Le riflessioni fenomenologiche dello psichiatra franco russo avvicinano il tema della sofferenza umana dal punto di vista dell’esperienza senza cadere immediatamente nell’ambito del patologico.

All’interno del saggio ritroviamo l’invito, caro a Minkowski, a non andare sempre alla ricerca del morboso. Nostro compito è arrivare alla “conoscenza del malato più che della malattia” (Minkowski, 1980, p 99). Spostare i confini del nevropatico e dello psicopatico, ampliandoli, porta a una confusione e può collocare quell’aspetto “patico” del vissuto umano al di fuori di quella che Minkowski definisce la legge dell’esistenza. Addentrarsi nella lettura di questo breve testo è addentrarsi in un sistema di pensiero che avvicina la sofferenza umana ponendola all’esterno di categorie come la ricerca del vantaggio della sofferenza e la ricerca della necessità della sofferenza. “La sofferenza ci si presenta come un fenomeno costituivo dell’esistenza. La sorregge, la attraversa, la fonda, mettendoci in contatto con il suo aspetto patico” (Minkowski, 2002, p 23).

Non va spiegata, non va trovata una ragione alla sofferenza e il vissuto non va messo sul piano dei pro e dei contro, lo si svilirebbe. Il vissuto della sofferenza, quando presente, costituisce l’essere vivente.

Questa idea è fortemente influenzata dal pensiero di Henri Bergson, filosofo francese vissuto nei primi decenni del ventesimo secolo che, per esplicita dichiarazione di Minkowski, è stato il suo principale ispiratore. Janine Chasseguet Smirgel, in un noto saggio psicoanalitico di metà anni settanta, scrive che Bergson ha avuto per lo psicopatologo franco-russo il ruolo dell’Ideale dell’Io.

Minkowski riprende quindi il pensiero di Bergson e, come ci ricorda Stefano Mistura nell’introduzione a “La Schizofrenia”, afferma che “qualunque sia l’essenza intima di ciò che è e di ciò che si fa, noi ci siamo dentro. Non esiste la possibilità di chiamarci fuori e di trattare l’essere, solo sotto la forma della tecnica, come se noi stessi non vi fossimo implicati” (Minkowski 1997, XXVII).

Eugène Minkowski ha dedicato gran parte dei suoi studi, e dei suoi scritti, all’esperienza del tempo e dello spazio e alle distorsioni di queste categorie nella Schizofrenia. Il suo scritto Il tempo vissuto (Minkowski 1933) lascia al sapere psicopatologico un’eredità preziosa e non superata. Nel presente saggio si sente quanto “il principio d’identità del tempo”, per come lo definisce l’autore, lo aiuti a descrivere la sofferenza umana. “Le esperienze vissute in profondità non dipendono dalla memoria né, di conseguenza, dall’oblio. Si perpetuano…non perché il tempo sia là per curare le ferite ma perché la vita è progressione e creazione” (Minkowski, 2002, p 35).

La presentazione di questi brevi cenni del saggio “La sofferenza umana” apre una riflessione sulla sintonia tra il vertice d’osservazione fenomenologico e quello psicoanalitico nei confronti del senso del Malessere.

Il dialogo tra psicoanalisi e psicopatologia fenomenologica ha origini antiche e ha avuto, come sappiamo, illustri interlocutori. Il fatto che dal 1908 al 1938 (Freud e Binswanger, 2006) Freud e Binswanger abbiano tenuto una corrispondenza fitta e proficua non è solo dovuto alla capacità di dialogo di questi singoli pensatori ma è la prova del fatto che psicoanalisi e psichiatria fenomenologica sono state nel XX secolo quelle branche del sapere che hanno avvicinato la sofferenza psichica ponendo alla loro base la ricerca del “significato del sintomo”.   In un recente testo di Ezio Izzo si ritrova l’importanza del dialogo tra psicoanalisi e fenomenologia. Izzo scrive: “Ludwig Binswanger chiedeva a Freud perché avesse teorizzato la pulsione come dominatrice assoluta della vita dell’uomo e Freud gli rispondeva che per secoli agli uomini si era parlato soltanto di Spirito, quindi ora riteneva importante parlare loro di istinti. Era certamente accaduto questo, ma le correnti filosofiche e psichiatriche fenomenologico-esistenziali, che nascevano nello stesso periodo della psicoanalisi, parlavano dell’homo existentia, non dell’homo coelestis et aeternus, di cui avevano invece parlato le filosofie precedenti, ancelle della teologia” (Izzo 2016, p 56). Concludo ricordando che il dialogo tra conoscenze è necessario così come il dialogo tra natura dell’uomo e sua esistenza. La storia del pensiero psicoanalitico ci ha insegnato quale è il rischio di racchiudere la vita dell’uomo all’interno della sua naturalità, l’homo natura di cui parlava Izzo riferendosi alla teoria pulsionale, indebolendo il rapporto tra l’esistenza e la pulsionalità che è a fondamento della vita di ogni essere umano.

 

Bibliografia

Bergson H. (1907), L’Évolution créatrice, tr. It L’evoluzione creatrice, BUR Rizzoli, 2012

Freud S, Binswanger L. (2016), Lettere (1908-1938), Raffaello Cortina Editore.

Chasseguet-Smirgel J. (1975), L’idèal du Moi. Trad.It: L’ideale dell’Io. Saggio psicoanalitico sulla malattia d’idealità. Raffaello Cortina Editore, 1991

Izzo E.M (2016). Pulsione ed esistenza. Psicoanalisi e psichiatria Fenomenologica. Franco Angeli Editore

Minkowski E. (1927), La schizophrénie: psychopathologie des schizoides et des schizophrènes, Trad It. La schizofrenia. Psicopatologia degli schizoidi e degli schizofrenici, Einaudi editore, 1980

Minkowski E. (1933), Le temps vécu: études phénoménologiques et phychopathologiques, Trad.It.  Il tempo vissuto: fenomenologia e psicopatologia, Einaudi edizioni, Torino, 1968