La stanza nella quale diventai chi ero

 

Marilisa Maffettone (2008)

Edizioni Ma.Gi, pag.178

 

« Marilisa Maffettone ci offre la storia di una psicoanalisi, della sua psicoanalisi.

L’autrice ci invita a condividere un’avventura particolare nell’oscurità della nostra mente, nei nostri deserti e nelle nostre foreste sconosciute…Un viaggio lento e particolare nel cuore del nostro essere. Questo libro esige ed impone il rispetto, la disponibilità e l’apertura a ciò che costituisce la nostra parte più intima e più sconosciuta.».

Nella prefazione Giuseppe Scariati, Presidente della Società Psicoanalitica Svizzera, ci conduce immediatamente nella singolarità de “La stanza”. La peculiarità è la rara testimonianza incontaminata da ogni inquadramento teorico, dell’esperienza psicoanalitica descritta dall’analizzanda: «…La vita pulsa, si disseta. Bisogna ritrovare un accampamento da conquistare nella realtà, che ora mi affascina. E’ il momento di scendere precipitosamente per attuare il cambio di scena intravisto. Ma i cambi comportano azzeramenti e il nuovo gesto scompone una parte sconosciuta che dentro mi esplode.» (63)

 

“Lo scudo” e “Da un’altezza nuova” costituiscono le due parti del libro; due situazioni ripercorse come in un cerchio esperienziale: nella prima viene rappresentata tutta la messa in opera difensiva, attraverso fughe e dimenticanze, per spezzare ogni possibilità di svolgimento, tuttavia da tanto contrasto emerge qualcosa che lenisce quel senso distruttivo da cui l’Autrice sembra sedotta, rispecchiato in un dialogo sincopato, dominato da sotterfugi allo scopo di sabotare la relazione analitica con frequenti partenze.

Nello spostamento fisico vi è l’intenzione di disattivare la forza delle parole pronunciate, ed anche un modo per rimarcare la distanza che, come un filo, si tende fra i due soggetti nel paradigma relazionale. Col tempo gli spostamenti si fanno più radi, fin quasi a scomparire nella seconda parte che prende il titolo di una poesia di Andrea Zanzotto “Da un’altezza nuova”.

Il dialogo ora è centrato sul presente non più sul ricordo, dal momento che “l’estranea figura” è divenuta reale. E quel Tu che inizialmente catalizzava ombre come uno schermo virtuale, via via si definisce nell’alterità dando vita a una sonata a quattro mani.   

 

«La psicoanalisi – dice Scariati – è soprattutto incontro. Donald Winnicott ci ha insegnato che l’essenziale dell’avventura analitica risiede nell’incontro tra due menti, nel loro contemporaneo sviluppo in uno spazio intermedio. Spazio di rappresentazioni e di conoscenze comuni, perfettamente illustrato nel libro di Marilisa Maffettone.»

 Bion ha sottolineato l’importanza della “rêverie” dell’analista, della sua capacità di contenimento, della sua contribuzione al processo, della sua partecipazione alla rivelazione della verità o all’instaurazione della menzogna. Per Bion, la dimensione scientifica dell’analisi risiede nello studio dell’interazione tra analista e analizzando. L’oggetto della psicanalisi si costituisce proprio nell’incontro, nell’esperienza emozionale condivisa.

Antonino Ferro, nostro contemporaneo, sviluppa i concetti di Baranger e di Bion, elaborando la teoria del campo psicoanalitico.

È in questa stanza, campo psicoanalitico, spazio intermedio e condiviso, che i ricordi dell’infanzia possono essere riscoperti, che ciò che mai ha potuto essere provato può finalmente esserlo, che ciò che non si è mai potuto nominare può finalmente essere detto. Nella stanza, come ce lo insegna Raymond Cahn, è resa finalmente possibile l’appropriazione soggettiva della storia personale.

Intraprendere il viaggio analitico e viverlo con passione non basta comunque a creare un’opera letteraria. Ogni psicoanalista sa che le parole difficilmente riescono a tradurre le emozioni, i sentimenti, le rappresentazioni sensoriali.

Questo libro è la trascrizione rispettosa di un diario scritto dopo le sedute. L’unità di luogo e di azione gli conferisce una coerenza che l’avvicina agli scritti classici. Il rispetto naturale dell’Autrice per la propria intimità e per quella del lettore riesce a non creare imbarazzo, a evitare voyeurismo e intrusione. Gli aspetti più segreti del mondo interiore sono rivelati con mezzi toni, in un linguaggio che suggerisce più che descrivere.

«Sono un amante della letteratura – afferma Scariati – e in quanto tale, sono rimasto affascinato dalla scrittura limpida e smagliante della scrittrice. Questa poetessa, questa musicista delle parole sa ricreare per noi con qualche tocco magistrale un’atmosfera, un silenzio pieno di suoni […] Attraverso la musica di queste parole, l’artista rievoca pudicamente le passioni, le angosce e anche l’umorismo di questi due personaggi che si incontrano […]».

Lasciamo dunque al lettore entrare nello spazio, nel tempo, nel ritmo di questo racconto di cui proponiamo, per concludere, un’immagine fortemente evocativa.  

“Piove a dirotto, la stanza è sublime alla luce calda della lampada, si fonde con un raggio opaco che filtra dall’esterno. Le diverse luminosità conferiscono un’eccellente armonia: sono incantata. Sembra una nave. Ascolto lo sciabordio della pioggia, un tubo defluisce oltre la parete. Ho l’impressione di stare in mare aperto, all’interno di una nave placida e serena. La libreria ricopre interamente la parete di fondo, il solo spazio vuoto è colmato dal tappeto. Tutto è fluido e caldo […]» (116).

 

Maria Teresa Desiderio