La strada

 

Cormac McCarthy (2007)

Einaudi, pp.218, euro 16.80

 

Il romanzo di Cormac McCarthy (Premio Pulitzer 2007) si apre con l’immagine di un sogno che precipita il lettore, sin dalle prime righe, in uno scenario allucinato. Un incubo dal quale non c’è risveglio dal momento che la realtà diurna è solo la sua prosecuzione.

Ci addentriamo dunque in un paesaggio post-apocalittico: la terra, anni addietro è stata distrutta da una catastrofe di cui non si conoscono le cause (forse un’esplosione nucleare o un meteorite oppure una guerra) e da quel momento si è trasformata in un deserto buio e freddo, coperto di cenere, ostile e pericoloso.

Un uomo (il sognatore) e un bambino (nato durante l’evento catastrofico), padre e figlio, senza più un nome e un’identità, sono da tempo in cammino per le strade di quella che una volta era l’America. Si dirigono al sud, verso il mare, nella speranza di trovare un po’ di luce e di calore e forse qualche traccia di vita degna di chiamarsi tale.

I due trascinano un carrello del supermercato contenente una scorta ormai insufficiente di generi alimentari. Mentre la fame li costringe ad avventurarsi tra le rovine di luoghi desolati in cerca di cibo, incontrano sulla loro strada quel che resta dell’umanità: pochi sopravvissuti disperati, ma soprattutto bande di predoni assassini che stuprano, uccidono e mangiano le loro vittime.

Insieme attraversano l’orrore di una realtà che è diventata nell’ordine del disumano e in cui la lotta per la sopravvivenza ha perso ogni sentimento di pietas. Il padre non può risparmiare al figlio la paura e il terrore, ma riesce proteggerlo con un amore “implacabile” dalle intemperie e dalla ferocia del mondo circostante.  La sua costante preoccupazione, tuttavia, non è rivolta soltanto all’incolumità fisica del bambino bensì alla sua sopravvivenza psichica e si esprime in un attento e affettuoso accudimento, nello scambio dei piccoli gesti quotidiani che vengono ad assumere un valore di sacralità. Il dialogo tra loro è ininterrotto e diventa un modo per tenere viva in entrambi la capacità di sperare e di immaginare, di mantenere l’illusione.

 

“Ce la caveremo vero papà? Sì ce la caveremo. E non ci succederà niente di male. Esatto. Perché noi portiamo il fuoco. Sì. Perché noi portiamo il fuoco.” (64)

 

Questa sorta di formula rituale, ricorre più volte nel romanzo e il richiamo al mito del fuoco nella sua forza creatrice, oltre che distruttiva, viene a rappresentare la possibilità di pensare al ritorno di un ordine simbolico necessario alla (ri)umanizzazione della vita. Ma per fare questo, sembra suggerirci l’Autore, è necessario riuscire a “non dimenticare”.

E’ forse questa la parte più intensa del romanzo di McCarthy il quale sa descrivere con grande efficacia, nello stile narrativo che lo contraddistingue, asciutto e oggettivo, che non indulge in analisi introspettive, la dimensione tragica di una temporalità diventata un continuum e nella quale la memoria è costantemente minacciata dall’oblio. “Domanda: che differenza c’è fra ciò che non sarà mai e ciò che non è mai stato?” (25).

 

Così il padre nel raccontare al figlio la storia di un mondo ormai inesistente e sconosciuto al bambino, riesce a recuperare le radici del proprio passato, i legami con i luoghi, gli affetti scomparsi, con le “cose” e i loro nomi, “il sacro idioma privato dei suoi referenti e quindi della sua realtà” (68) anche se la trasmissione dei ricordi implica inevitabilmente la condivisione del dolore per la perdita.

Giungono, infine, sulle rive di quel mare tante volte immaginato come un luogo possibile da vivere, ma si trovano di fronte a una distesa scura e fangosa, senza colori né vita.

 

Eppure la disillusione non toglie ai protagonisti la consapevolezza acquisita nel tempo e nello spazio di questa esperienza traumatica, del loro legame, dei reciproci ruoli e responsabilità.  L’uomo, giunto al termine della “sua” strada sente di aver svolto in modo “sufficientemente buono” la propria funzione genitoriale (materna e paterna insieme) permettendo al figlio di crescere mentalmente ed emotivamente mentre il bambino è in grado di tollerare una separazione definitiva dal padre, di vivere il commiato celebrandone il lutto. La fiducia nel “mandato” paterno gli permetterà di affrontare la vita e l’ignoto che questa comporta.

 

“Voglio venire con te. Non puoi. Ti prego. Non puoi. Devi portare il fuoco. Non so come si fa. Sì che lo sai. E’ vero? Il fuoco intendo. Sì che è vero. E dove sta? Io non lo so dove sta. Sì che lo sai. E’ dentro di te. Da sempre. Io lo vedo. […]”(212).

 

Il romanzo, ovviamente, si presta a più chiavi di lettura, ma il tema della “scomparsa”, che inevitabilmente lo pervade, mi ha riportato a quanto affermato dallo psicoanalista Pierre Fédida nel corso dei suoi ultimi seminari dal titolo Umano/Disumano a proposito della differenza tra la “scomparsa” e il lutto. Egli ne parla con riferimento alla Shoah e sul versante della clinica psicoanalitica al trattamento delle patologie gravi, esperienze che possiamo definire estreme per la loro traumaticità collettiva e individuale.

“Sul piano della perdita e del lutto – dice Fédida – vi sono ancora gli oggetti, c’è ancora la possibilità di concepire un oggetto. Sul piano della scomparsa ci si trova all’interno di ciò che, del proprio divenire e del divenire dell’oggetto, è sconosciuto” (2007, 45). In questo senso il romanzo di McCarthy sembra indicare, in forma letteraria, la via possibile per l’elaborazione del lutto laddove si è in grado di dare un volto, un nome, a ciò che è diventano non rappresentabile e non riconoscibile. Anche i sogni ricorrenti dei due protagonisti, siano essi diurni o notturni, fonte di angoscia o di nostalgia, contribuiscono a tenere viva in loro l’immagine degli “oggetti”.

Tuttavia la capacità di sognare non può trasformarsi in un rifugio della mente, ma deve necessariamente mantenere un contatto con la realtà della condizione umana nella quale siamo immersi. Assume così un accento fortemente etico una frase pronunciata dall’uomo (o forse solo pensata) rivolta al bambino: “Quando sognerai di un mondo che non è mai esistito e di uno che non esisterà mai e in cui sarai di nuovo felice, vorrà dire che ti sarai arreso […]” (144).    

  

Laura Contran

 

Bibliografia

 

Fédida P. (2007). Umano/Disumano. Borla, Roma, 2009