La vita inaspettata. Il fascino di un’evoluzione che non ci aveva previsto

Telmo Pievani (2011)
Milano, Raffaello Cortina Editore, pp. 253

Da alcuni decenni, l’epistemologia o filosofia della scienza è sempre più spesso epistemologia o filosofia di una disciplina specifica: della fisica, della chimica, della matematica, della psicologia, della biologia. L’epistemologia generale di marca neopositivistica e popperiana, che, di fatto, nascondeva il primato logico, metodologico e talvolta anche ontologico della fisica, caratteristica del secolo scorso, tende negli ultimi tempi a cedere il passo all’epistemologia specifica.
Alle competenze logico-metodologiche generali, l’epistemologo contemporaneo tende così a unire competenze specifiche, che lo introducono ai problemi "interni" di ogni singola scienza, con la conseguenza di un inedito e fecondo cortocircuito nei rapporti fra scienza e filosofia. L’epistemologo, infatti, assume sempre più frequentemente il ruolo di esperto di una disciplina specifica, con competenze maturate attraverso una formazione altrettanto specifica, che non di rado ne fa un interlocutore di primo piano degli scienziati di quel settore.
Telmo Pievani, filosofo della biologia e attento studioso dell’evoluzionismo contemporaneo, appartiene a questa "nuova" generazione di filosofi della scienza e in questo bel libro ci porta nel vivo dell’odierna teoria dell’evoluzione. Oltre a informarci sullo "stato dell’arte" della biologia evoluzionista, in estrema sintesi riassumibile nel concetto di "contingenza", Pievani intraprende una brillante e puntuale polemica nei confronti dei detrattori contemporanei dell’evoluzionismo. E così, dopo averci mostrato, dati scientifici alla mano, che la storia naturale è intrinsecamente contingente, ossia che avremmo potuto benissimo non esserci e siamo frutto non meno del caso che delle leggi di natura, Pievani sottopone a una discussione serrata le obiezioni di impronta teologica al neodarwinismo. Il messaggio è chiaro e molto bene argomentato: al di là di quel generico "qualcosa in più" rispetto alla scienza, spesso ideologicamente tacciata di "scientismo", al di là dell’altrettanto generico e scontato richiamo alla storicità delle teorie scientifiche, i fautori dell’"intelligent design" hanno al momento ben poco da contrapporre al darwinismo.
Discutere davvero una spiegazione scientifica non significa né ignorarla né svalutarla in nome di spiegazioni migliori e di là da venire, bensì confrontarla con spiegazioni alternative, compatibili con i dati attuali e possibilmente con altri non previsti o contraddittori con le teorie in vigore. E al momento presente il neodarwinismo, come puntualmente documenta Pievani, rappresenta di gran lunga la spiegazione migliore: ciò non implica necessariamente l’ateismo, ma certamente finalismo e trascendenza, centrali alla visione religiosa, devono fare i conti con una teoria che di essi sembra poter fare tranquillamente a meno. La radicale e ineliminabile contingenza che sembra caratterizzare la storia naturale, dovuta all’incrocio fortuito di catene causali distinte e fra loro indipendenti, come nel caso dello schianto sessantacinque milioni di anni fa sul nostro pianeta di un asteroide, in un momento decisivo e irripetibile della storia naturale terrestre, obbliga finalismo e determinismo (anch’esso interpretabile teleologicamente) a fare significativi passi indietro. Eppure, la ferita narcisistica inferta dall’evoluzionismo al nostro amor proprio, a un secolo e mezzo dalla pubblicazione de L’Origine delle specie e dopo le scoperte genetiche relative alla condivisione della stragrande maggioranza del nostro patrimonio genetico con quello degli scimpanzé e degli oranghi, è per molti ancora aperta. Ne sono chiara conferma i reiterati tentativi neocreazionisti di spacciare i "rompicapo" dell’evoluzionismo neodarwiniano che, come ogni altro programma scientifico, "nuota in un mare di anomalie" (Lakatos), per la crisi di una teoria che viceversa può contare su un numero impressionante di conferme osservative e sperimentali.
Sgombrato il campo dagli inquietanti equivoci del darwinismo sociale, scorretta e arbitraria estrapolazione di quello biologico, ci si può chiedere se quello dell’evoluzionismo contemporaneo sia, come sostiene fra gli altri il teologo Mancuso, un messaggio disperante.
Così la pensa Pievani: "(…) franano le evidenze di finalità e si fa sempre più fatica a difendere la somma saggezza dell’autore del mondo con gli argomenti tradizionali; allora si sposta l’attenzione sul piano psicologico e si paventa il fatto che la contingenza spalancherebbe su di noi una visione infelice e malinconica dell’umanità e del suo posto nella natura. Non è affatto così.
La rivoluzione darwiniana, riletta attraverso le evidenze di oggi, arricchisce, aggiorna e riempie di nuovi significati la grande tradizione della saggezza naturalistica di Spinoza e di Leopardi" (pp. 192-93). E di Freud, che di ferite narcisistiche, salutari e maturative, dopo quella copernicana e quella darwiniana, ne aggiungerà con piena consapevolezza una terza e che, in singolare sintonia con il concetto di contingenza, proporrà un vissuto della caducità tutt’altro che malinconico e disperante.

Giorgio Mattana
Gennaio 2012