Lacune

Gabriella Ripa di Meana (2012)

Edizioni nottetempo, Roma, pp.188

Al termine “lacune” siamo soliti dare un’accezione negativa poiché evoca l’idea di vuoti da colmare, difetti da correggere, inadempienze da rettificare. Dal punto di vista narcisistico ci disturba alquanto il pensiero di essere, o di venire giudicati, mancanti, motivo per cui molto spesso non ne vogliamo sapere o ci affanniamo a dimostrare il contrario, oppure, qualche volta, con le nostre personali lacune, riusciamo a scendere a patti.

Il saggio di Gabriella Ripa di Meana, psicoanalista, (autrice di numerosi saggi) sovverte completamente questa prospettiva, mostrandoci come sia proprio nelle lacune, nelle incompletezze, nei sintomi, «che si annida il nutrimento più attivo della psiche e della vita stessa».

Composto da 43 testi brevi, il libro affronta temi che potremmo definire fondanti la soggettività umana. Per citarne solo alcuni: l’inquietudine delle passioni (la gelosia, l’invidia, la vendetta, la lussuria, ma anche l’indifferenza), il difficile e sempre incerto rapporto con la nostra identità e il bisogno di appartenenza, il lutto, “l’incurabile vecchiaia”, la reminescenza, l’oblio.

L’Autrice esplora la grande letteratura che su questi temi, o “afflizioni del pensiero”, ci ha tramandato parole illuminanti, e ripercorre gli scritti psicoanalitici con particolare riferimento al testo freudiano, mettendone in luce alcuni risvolti che resistono all’usura del tempo: un testo che rimane aperto agli interrogativi e alle contraddizioni di fronte agli enigmi dell’esistenza. Del resto, l’inventore di una nuova epistemologia, oltre che di un metodo di cura, non ha mai negato le lacune della sua teoria e l’impossibilità di fornire risposte definitive. Ad esempio, come sottolinea l’Autrice a proposito del mistero del “femminile”, che peraltro ha radicalmente ispirato la nascita della psicoanalisi, Freud alla fine desiste, giungendo a dichiarare “Se volete saperne di più sulla femminilità, interrogate la vostra esperienza, o rivolgetevi ai poeti” (142). E ancora, da Freud abbiamo ereditato non solo la consapevolezza dei limiti del nostro sapere, ma il fatto che i processi conoscitivi, in quanto originariamente condizionati dalle vicende affettive e pulsionali, sono inevitabilmente legati all’elaborazione del lutto “dell’oggetto”. Questo resta uno dei nodi psichici fondamentali e sembra riproporsi con particolare forza ai giorni nostri in cui le scienze, sempre più tecnologiche, cercano spiegazioni riscontrabili nelle evidenze e nei fatti, mentre «il soggetto arranca dietro nuovi saperi che presto sfumano, sostituiti da altri più rapidi o funzionali» (176). Così come, nell’era della globalizzazione, viviamo l’ossessione “di trovare l’oggetto” in grado di saturare ogni nostra mancanza, perdendo di vista la dimensione del desiderio inconscio che ci abita.

Ma forse l’eredità più importante (e impegnativa) di Freud, che in quanto psicoanalisti ci troviamo ad amministrare per proseguire nel nostro lavoro di ricerca, consiste nel praticare un pensiero libero da indottrinamenti (il rischio di pensare, per citare Julia Kristeva) che sappia “mantenere vivo il cuore speculativo del dubbio e il centro creativo della contraddizione” (171).

Lo stile letterario scelto dall’Autrice si coniuga con una riflessione psicoanalitica rigorosa, ma non tecnica e al tempo stesso suggestiva. La frammentarietà dei testi – li potremmo chiamare pensieri erranti e “volutamente lacunosi” – ricorda il lavoro dell’inconscio che, come affermava J. B. Pontalis, non si presta a narrazioni ma piuttosto si disvela in quei frammenti di verità (del tutto particolare e soggettiva) propri dell’esperienza analitica. Nessun ricorso a metafore archeologiche sull’inconscio, quindi, piuttosto un discorso che procede “per piccoli scavi che aprono spazi”, immagine più vicina al lavoro quotidiano dell’analista come l’intende l’Autrice: «E’ proprio dal versante lacunoso di un discorso o di un testo che riesce ad affiorare la sua parte invisibile».


Maggio 2012