L’ambiguità nella clinica, nella società e nell’arte

L’ambiguità nella clinica, nella società e nell’arte.
Sfide contemporanee per la psicoanalisi. Ed. Antigone, pp. 260.2013

Recensione di Rossella Valdrè

 

                                                                                         To be or not to be myself.

                                                                                               J. Baudrillard

Come affrontare l’angoscia, per il soggetto contemporaneo, di sostare in quella zona grigia del “non ancora/non più” (19), con cui Scotto di Fasano e Francesconi definiscono l’affetto umano dell’ambiguità? Questo l’interrogativo, sottolineato con particolare evidenza, che apre il bel testo a cura dei due Autori sull’Ambiguità nella clinica, nella società e nell’arte. Come recita il sottotitolo, una sfida per la psicoanalisi contemporanea.

Libro polifonico, a più voci, che raccoglie interventi di psicoanalisti e studiosi di altre aree del sapere, articolato in tre parti ciascuna composta di sottocapitoli, annuncia già nello scenario introduttivo il fil rouge che lo percorrerà: rivisitare l’ambiguità in tutte le sue possibili declinazioni ma, soprattutto, trovarvi una definizione – o una ridefinizione? – nella contemporaneità. Se è vero che non parliamo certo di un concetto nuovo e che l’ambiguità è sempre esistita, espressa in varie forme terminologiche e dando vita a una ricca galleria di personaggi nella letteratura e nel cinema, è altrettanto vero che un concetto che sembrava non più così attuale nel dibattito psicoanalitico, è tornato prepotentemente alla ribalta. Punto di riferimento psicoanalitico fondamentale a tutto il libro, infatti, che ne costituisce l’altro fil rouge, è la teorizzazione che per primo José Bléger fece in Simbiosi e ambiguità (1967), testo ormai classico che risale a più di quarant’anni fa e che ha conosciuto, più recentemente, una vivace e per certi versi sorprendente rivisitazione. E’ lecito pertanto porsi la domanda se la quota di ambiguità sia aumentata nell’individuo contemporaneo, se questo scivolamento nell’area grigia dell’indifferenziato sia oggi più esteso e pervasivo o si esprima in forme differenti, se comporti cambiamenti avvenuti nella clinica che ci impongono di rispolverare il concetto e che ne è stato, infine, dell’ambiguità intesa in senso buono, fertile, quella che permette al pensiero insaturo di diventare arte, sogno, creatività.  Si tratta della stessa cosa? Due facce speculari di una stessa medaglia? A tutti questi interrogativi su più piani, con linguaggio che unisce rigore tecnico e spirito divulgativo, il libro cerca di fornire una chiave di lettura articolata e multidisciplinare.

Al pensiero psicoanalitico è dedicata la prima parte negli scritti di Francesconi, Ferruta, Scotto di Fasano, Pozzoli e Argentieri (che in gran parte riprende il recente testo del 2008, L’ambiguità). Il concetto di ambiguità in quanto tale non ha una lunga tradizione in psicoanalisi ( anche su questo potremmo porci degli interrogativi); la maggior parte degli Autori, infatti, traggono le loro osservazioni soprattutto dalla clinica o, nelle parti successive, dalla realtà sociale. E’ interessante notare che Freud, più che di ambiguità, ha sempre parlato del suo contrario, ossia della verità: come ricorda Pozzoli (77), nel ‘14 Freud scrive che “Il grande elemento etico del lavoro psicoanalitico è la verità, e ancora la verità”. Ancora, nel ’32 “…la psicoanalisi è nata come terapia, ma non è questa la ragione per cui ho inteso raccomandarla (…) bensì il suo contenuto in verità” (76). Unico e principale riferimento al germe della futura gregarietà, e quindi della conseguente ambiguità, lo si rintraccia in Psicologia delle masse e analisi dell’Io (1921), testo che maggiormente pose le basi per lo studio dei fenomeni regressivi all’interno della gruppalità umana. Il Freud prevalente a cui gli Autori fanno riferimento è, all’opposto, il ricercatore di verità, pensiero che trova il suo sbocco naturale nell’etica de Il disagio della civiltà (1929) dove la sublimazione, ossia la rinuncia al soddisfacimento pulsionale diretto in cambio del vivere civile, della responsabilità e della possibilità di creare artisticamente, appare scopo ideale non solo dell’analisi ma della stessa esistenza umana. L’ambiguità quale concetto teorico e clinico come lo intendiamo oggi, agli inizi della psicoanalisi non è presente se non per assenza, attraverso il suo negativo. Autori successivi, tra i quali principalmente Winnicott con il Falso Sé, Esther Bick con l’identificazione adesiva (e aggiungerei le personalità come se della Deutsch), fino a Odgen, Bion e, per certi versi, Lacan, approfondendo i disfunzionamenti delle relazioni primarie di rispecchiamento e della reverie materna, hanno posto le basi per la teorizzazione di un tipo specifico di relazione primaria carenziale che porterà il bambino a divenire un futuro soggetto compiacente. Falso Sé e compiacenza, in qualche modo, pongono i primi modelli clinico-teorici perchè si possa parlare del più composito concetto di ambiguità.

Occorre tuttavia arrivare a Bléger, con il fondamentale lavoro del 1967 (uscito in Italia nel ’92 e successivamente rieditato nel 2010), Simbiosi e ambiguità: uno studio psiconalitico, per quella che resta a tutt’oggi la migliore e più esaustiva delle teorizzazioni.

Secondo Bleger non solo l’ambiguità va distinta dalla confusione, con cui il linguaggio comune tende a sovrapporla, e non solo non avverte le contraddizioni e le differenze ma, al contrario, ha per scopo inconscio proprio l’evitamento delle differenze, delle scelte e del conflitto. In una parola, del peso doloroso dell’ambivalenza e della responsabilità. Come scrive Argentieri (47) “L’ambivalenza abita e patisce il conflitto, mentre l’ambiguità lo elude.” Essa si configura quindi come un potente, profondissimo e occultato meccanismo di difesa arcaico che, evitando il conflitto e facendolo subdolamente scivolare nell’ambiguo, “consente di sopravvivere in circostanze estreme, di eludere l’ansia, il dolore psichico, il senso di colpa o di vergogna che il conflitto intrapsichico determina (…) di evitare la responsabilità e la fatica”. Come ricorda Amati Sas, irrinunciabile Autrice di riferimento nella teorizzazione blégleriana, è essenziale al concetto di ambiguità associare quello di “depositazione” (Amati Sas, 2000). Nel legame primario con il primo oggetto di cura e con l’ambiente, da un primitivo nucleo d’indifferenziazione, il primo depositario è un oggetto esterno rappresentato dalla madre, che riceve e contiene le angosce del bambino (la reverie di Bion). “Tuttavia – prosegue – un residuo di indifferenziazione rimarrà sempre in ogni soggetto maturo, ci sarà sempre un legame simbiotico di depositazione dell’indifferenziazione ‘onnipotentemente’ obbligatorio e automatico. Quello che si deposita è un ‘nucleo ambiguo’ e l’ambiguità è la sua espressione clinica” (ibid., 21). Abbiamo dunque un’ambiguità sotto forma di “resto inevitabile”, destinato ad andare a depositarsi nel legame con l’altro, nel gruppo, nelle istituzioni e nelle maglie del connettivo sociale, ed un’ambiguità come “difesa”, che si traduce in manifestazioni più evidenti, in agiti o stili comportamentali finalizzati all’evitamento della scelta e della funzione critica.

Fatta la dovuta premessa a Bléger, è dalla clinica che i nostri Autori traggono spunto: il soggetto che prevalentemente oggi si presenta alla stanza d’analisi, e che abita il sociale, rappresenta la tipologia su cui in ambito psicoanalitico, e non solo, si è aperto un ampio dibattito, la cosiddetta ‘nuova clinica’. Che la si definisca entro i confini delle aree borderline o stati-limite (Green, 1990), o attraverso i criteri o meno della classica analizzabilità, o recuperando la nozione storica di psicopatia, possiamo convenire che il tratto a volte fin da subito evidente dell’ambiguità accomuna spesso questi pazienti. Senza addentrarmi nelle molte categorizzazioni su cui, a mio avviso giustamente, il libro non si sofferma esistendo già ampio dibattito e letteratura, segnalerei invece il contributo di Francesconi che introduce non tanto nuove patologie, ma rivisita il concetto di perversione, tema che “può essere utilizzato per affrontare le nuove patologie senza ricorrere a nuove categorie (…) se alla perversione viene attribuita non già una peculiare scelta d’oggetto ma una scelta di relazione”.

Se il baricentro si sposta dunque dalla scelta d’oggetto allo stile relazionale che il nuovo soggetto ambiguo, o “opaco” nell’efficace definizione di Pozzoli (74) instaura con il mondo, compreso l’analista, tutte le riflessioni convergono nel ritenere centrale l’asse verità/menzogna, autenticità/falsificazione: è su questo terreno che oggi sembra maggiormente giocarsi il lavoro nella stanza d’analisi con un soggetto che sfugge (ambiguamente!) verità e responsabilità. Compito dell’analista sarà dunque, più di quanto già non avvenga in ogni analisi, porsi come un oggetto vivo, “essenziale allo sviluppo (…) Mettere a disposizione del paziente un’identificazione risonante, un ascolto vivo, non truccato” (Ferruta, p57). Aggiungerei, ma è implicito al discorso proposto, che all’analista per primo si richiede un lavoro di verità e autenticità su se stesso; siamo anche noi soggetti del nostro tempo, tempo “puntinista” lo definisce Scotto di Fasano, anche noi “immersi in un pulviscolo di schegge di senso” (59).

Se fino ad ora il libro, con la psicopatologia, ha affrontato il versante per così dire negativo e patogeno dell’ambiguità, tuttavia non è il solo a esistere. Infatti, se vi è un terreno nel quale l’ambiguità è l’humus fertile necessario perché si sviluppi il pensiero creativo fino all’opera compiuta esso è l’arte in tutte le sue manifestazioni. Ambiguità qui sta non tanto per falsificazione quanto per capacità di restare insaturi, sospesi, giacenti nell’area intermedia del dubbio, dell’immaginazione e del sogno. Gli interventi di Grandini, Petrella, Camandola e Bedoni affrontano dai vari coté – poesia, romanzo, pittura e body-art – l’ambiguità come elemento fondante e strutturante dell’arte, sempre in oscillazione “tra l’apertura e la rottura” (11). Per ragioni di spazio, mi soffermo in particolare sull’interessante esplorazione che Petrella opera nei riguardi di un concetto specifico applicato all’arte pittorica: l’anamorfosi. Con essa s’intende “un procedimento che ‘perverte’ l’uso della prospettiva” (159), non di rado impiegato in varie forme d’espressione artistica.

Perché ci riguarda un parallelo affascinante, ma apparentemente distante? Perché implica il difficile tema della trasformazione in psicoanalisi: se n’è occupato Bion, ricorda Petrella, con la complessa trattazione che conosciamo ma senza un diretto riferimento all’anamorfosi, e se n’è occupato un filosofo come Barthes, sostenitore invece dell’anamorfosi come modello parzialmente valido anche in psicoanalisi. Anche la psicoanalisi descrive un quadro psichico “insieme persistente e in perenne cambiamento” (166), e in questa trasposizione non può non giocarsi, con modalità aperte a ogni indagine speculativa, un certo margine d’ambiguità. Anche la psicoanalisi sovverte l’ordine costituito della rappresentazione, ne sovverte la grammatica (si pensi al concetto d’inconscio), immette nel discorso dettagli apparentemente insignificanti che si caricano di senso per la coppia analitica (il sogno) e come l’anamorfosi, “nel bene e nel male ci mostra cambiamenti improvvisi ma reversibili” (168). L’ambiguo in psicoanalisi mi pare dunque da intendersi, secondo quest’intrigante filo associativo, il vero terreno fertile che la accomuna all’arte, apre al sogno, all’immaginazione.

L’intreccio tra arte e psicoanalisi, è ben tracciato e piacevole in quanto gli Autori evitano la diretta applicazione di concetti psicoanalitici sull’opera d’arte, ne rifuggono la pedante traduzione in simbolico o in interpretazioni che potrebbero risultare arbitrarie, lasciando al lettore il piacere di scoprire un’opera e di trovarvi propri percorsi ideativi attraverso la cifra non tanto dell’interpretare, ma mettendo in luce il versante necessario dell’ambiguità nella creazione.

Molto diverso invece il discorso, che pongo in ultimo ma centrale nel testo, dell’ambiguità nel mondo e nel soggetto contemporaneo. E’ aumentata la quota d’ambiguità individuale e sociale? Ha cambiato di segno, trasformandosi da valore fertile in inquietante figura psicopatologica?

Per approcciare la domanda è interessante il rimando di Scotto di Fasano ad una riflessione di Simone de Beauvoir, che nell’immediato dopoguerra scrisse due saggi in elogio dell’ambiguità (esattamente l’opposto di quanto si scrive oggi).

Per tentare di comprendere questo apparente, e a prima vista sorprendente, ribaltamento valoriale di un concetto, ci viene in aiuto l’analisi che Confalonieri – autore di un capitolo della sezione con Borutti, Calabrò e Faga – fa dell’ambiguità applicata alla politica, tema ormai pervasivo e centrale nella vita contemporanea. E’ soprattutto con i sistemi bipolari che si sono imposti dal dopoguerra, inizialmente come garanti di più salde democrazie, che la necessaria semplificazione e la ricerca del consenso ad ogni costo implicano una massimalizzazione dell’ambiguità, fino alla manipolazione e alla falsificazione (ciò che oggi, esasperate dagli eccessi, ha motivato le masse al fenomeno speculare dell’antipolitica).

Ambiguità estesa al rapporto che il soggetto contemporaneo intrattiene col corpo, altro tema d’estrema rilevanza trattato da Faga che si concentra su una nuova coppia peculiare del nostro tempo, il chirurgo estetico e la donna. L’ambiguità abita qui fin dall’inizio il tacito e implicito accordo che ciascuno prende, direi ‘segretamente’, con l’altro: ci si promette un sogno che per intero non avverrà mai, un ideale di bellezza e perfezione, su basi fantasmatiche più che reali, ma che falsificando la promessa sembra acquisire caratteri di realtà.

Ambiguità inevitabile, dunque, rispetto al dopoguerra della De Beauvoir, per le categorie del nostro tempo? O le complesse e rapide mutazioni socio-culturali dell’ultimo secolo, il secolo breve di Hobsbawn, hanno comportato un cambio di paradigma per cui il soggetto – opaco, puntinista, liquido nelle diverse definizioni – rischia di andare incontro ad un’eclissi della coscienza, ad una relativizzazione e scomparsa della dimensione inconscia (Recalcati, 2010), ad una psicopatia generalizzata intesa non come sindrome clinica ma come allentamento del freno superegoico al soddisfacimento (Eigen, 2006), per cui tutto è lecito, non esiste più il limite, col suo valore strutturante e soggettivizzante? E’ solo il limite, chiudendo il cerchio con l’apertura del libro in questa non semplice esplorazione nel terreno dell’ambiguità, a essere “parte integrante della forma” (p.12). Senza limite, non vi è forma: è il nulla, il vuoto. Non credo tuttavia, o non è stata questa la mia percezione alla lettura, che il libro intenda chiudersi in prospettive negativiste o catastrofiche; penso invece voglia sollecitare scenari e interrogativi che s’impongono oggi alla psicoanalisi e a ogni scienza dell’umano, rivalutando anzi il significato fertile ed arricchente dell’ambiguità, intesa come pratica del dubbio (l’elogio di De Beauvoir), dell’incerto e dell’insaturo in opposizione a ogni tentazione di acriticismo e gregarietà. Il vero rischio, infatti, per il soggetto contemporaneo, e di rimando per la psicoanalisi, è che s’indebolisca la capacità di critica e di scelta, che una cosa valga l’altra in un universo privo di discrimini, che si scivoli sempre più in una pericolosa “crisi del giudizio” (Semi, 2012). E’ sempre Semi, concludendo, a scrivere in parole recenti che trovo in sintonia con l’anima del libro, che non possiamo non osservare nella soggettività contemporanea come essa, diversamente dal passato, “si avverte curiosamente ben solida, anche se meno definita dal proprio soggettivo modo di essere, più legata al gruppo e ai sentimenti del gruppo, come se ad un oggetto indefinito corrispondesse un Io inattaccabile” (ibid., 2012).

Rossella Valdrè

 

 

Settembre 2013

Bibliografia

Amati Sas S. (2000): La realtà psichica e le sue circostanze. In: (a cura di C. Genovese), La realtà psichica. Roma, Borla

Argentieri S. (2008): L’ambiguità. Milano, Mondadori

Baudrillard J. (1974): La societé de consommation. Ses mytes et ses structures. Paris, Gallimard. Trad. it.: La società dei consumi. Bologna, Il Mulino, 1976

Borutti S. (2007): L’inconscio esiste? Tu l’hai incontrato? Intervista a cura di Scotto di Fasano D., Psiche.n. 15, 129-134

Bléger J. (1967): Simbiosi e ambiguità: uno studio psicoanalitico. Loreto, ed. Laureatana, 1992

Eigen M. (2006): Età di psicopatia. Milano, Franco Angeli, 2007

Green A. (1990): Psicoanalisi degli stati limite. Milano, Cortina, 1991

Hobsbawn E. J. (1994): Il Secolo breve (1914-1991). Trad . it Rizzoli BUR, Milano, 2006

Recalcati M. (2010): L’uomo senza inconscio. Milano, Cortina

Semi A. (2012): L’Io e il soggetto indefinito. Relazione presentata al convegno “Le metamorfosi della pulsione”, Ateneo Veneto, Venezia, Novembre 2012