L’amica geniale di E. Ferrante. Recensione di Gabriella Giustino

Elena Ferrante (2011)

L’amica geniale

edizioni E/O, pp. 328

Elena Ferrante è lo pseudonimo di un’autrice partenopea di cui non si conosce la vera identità. Uno dei suoi più noti romanzi, L’amore molesto, è stato il soggetto di un film di Mario Martone, girato diversi anni fa.

Fu allora che la scoprii e divenne una delle mie scrittrici preferite.

Forse mi affascina quel suo guardare alla città di Napoli senza edulcorazioni da cartolina, come chi conosce la città partenopea a fondo. Nel suo libro l’Armonia perduta (1986) Raffaele La Capria, altro napoletano in esilio volontario, dice che a Napoli c’è ancora la plebe a causa del fallimento della rivoluzione borghese del 1799 dovuto alla resistenza della plebe borbonica Sanfedista.

Il libro della Ferrante è un viaggio nella vita di due donne che s’intreccia con la vita violenta di un rione degli anni ’50 situato nel ventre della città. E’ un rione misero e oscuro ( popolato da madri mediterranee arcaiche e padri-padrone), dove regna la miseria, l’analfabetismo e vince la sopraffazione violenta. Ma è anche un quartiere che esprime un’umanità dolente che lotta per sopravvivere. E’ qui che si svolge la storia di Lenù e di Lila, le due inseparabili amiche.  Lila è la versione femminile di uno scugnizzo ma dimostra un’intelligenza sconcertante e geniale.

Lenù l’ammira e la emula, conseguendo anche lei ottimi risultati scolastici. Le amiche condividono avventure incredibili e paurose dove la fantasticheria infantile si mescola alla cruda realtà. Le famiglie del rione non considerano la cultura un fatto importante della vita. Lenù cerca invece di riscattarsi ed emanciparsi proprio attraverso di essa, e ci riuscirà. Curiosamente il libro si apre con una precisa genealogia delle famiglie del rione. Odio ed amore, competizione e violenza, onore e dignità si declinano in un tessuto sociale di famiglie unite o divise da antichi rancori o legami. Un libro appassionante. Ecco tre brevi citazioni:

«La notte non riuscii a dormire. Cosa c’era oltre il rione, oltre il suo perimetro stranoto?… Lila diceva che, proprio nella direzione del Vesuvio, c’era il mare. Rino che c’era andato le aveva raccontato che era acqua azzurra, sbrilluccicante, uno spettacolo bellissimo…».

«Maestra: lo sai cos’è la plebe?

Lenù: sì la plebe, i tribuni della plebe, i Gracchi

Maestra: La plebe è una cosa assai brutta

E se uno vuole restare plebe lui, i suoi figli, i figli dei suoi figli, non si merita niente».

«Cos’era la plebe lo seppi in quel momento…la plebe eravamo noi. La plebe era quel contendersi il cibo insieme al vino, quel litigare per chi veniva servito prima e meglio, quel pavimento lurido…la plebe era mia madre, che aveva bevuto e ora si lasciava andare …».

Gabriella Giustino