“L’arte di legare le persone” di P. Milone. Recensione di D. Federici

“L’arte di legare le persone” di P. Milone. Recensione di D. Federici

“L’arte di legare le persone”

 di Paolo Milone

(Einaudi, 2021)

Recensione a cura di Daniela Federici

 

“Come si può ch’io regga tanta notte?

Mi porteranno gli anni chissà quali altri orrori

Ma ti sentivo accanto,

m’avresti consolato…

Mai, non saprete mai come m’illumina

l’ombra che mi si pone a lato, timida,

quando non spero più.”

Ungaretti Giorno per giorno

 

Non esattamente un memoir né un vero e proprio romanzo questo suggestivo esordio di Paolo Milone, ma un’accattivante scrittura di impromptu dal taccuino di una lunga esperienza in Psichiatria d’urgenza.

Il reparto un mondo a sé, un caleidoscopio di umanità.

Da un tempo senza grandi ausili farmacologici, il corpo a corpo con i degenti, il mazzo delle chiavi per porte da doversi rigorosamente chiudere alle spalle, l’inaugurarsi della consuetudine – come uno strambo vezzo da universitari – di una stanza dove poter parlare con i pazienti.

Filippo, non trovi le parole per spiegarmi cosa ti succede e mi guardi con rabbia, attesa e rincrescimento, io, non trovo le parole per spiegarmi cosa ti succede, e non trovo le parole per tranquillizzarti. Filippo, sinceramente, tu sei qui, io sono qui, stiamo andando benissimo.

Esserci, prima di tutto. A volte il tutto che si può.

I personaggi tratteggiati dall’Autore danno forma a varie tipizzazioni dei colleghi, da quelli che scansano le guardie e inseguono i congressi da cui tornano prodighi di nuove somministrazioni, alle vocazioni ricettive a lambire e costruire un senso nei rompicapi dell’esistente.

Immergersi nella psicosi è come scendere sott’acqua, non è facile, la maggior parte delle persone non sa neanche nuotare. Molti sono apneisti, pochi subacquei, pochissimi palombari. Poi ci sono gli anfibi. Quelli che stanno meglio lì che nella solitudine incompresa di casa, perché c’è anche chi la follia l’ha attraversata e ne è emerso.

Ci sono infermieri che conoscono i pazienti più dei medici che passano in visita ai letti dalla distanza di un bastone; la psicologa tirocinante e lo specializzando spavaldo cui insegnare che il dolore inesprimibile a parole lo ascolti nel corpo.

L’incontro con il paziente non è l’imposizione della ragione sulla follia: è l’incontro tra due follie. Spera che la tua sia più umana e saggia dell’altra.

Per diventare psichiatri, scrive Milone, basta avere avuto un genitore o un nonno un po’ matto a cui si è voluto bene, la differenza fra noi e loro è un tiro di dadi riuscito bene, che colloca gli uni al di qua e gli altri al di là della scrivania.

E i pazienti di quarant’anni di lavoro sono un repertorio di storie fatte di sguardi e corpi, odori e gesti, urla e silenzi sepolcrali. Creature in bilico sul continuo schianto, per dirla con Ungaretti. Naufraghi su isole mute di una sofferenza che a volte nessuno conosce finché non straripa a disturbare il vicinato, menti friabili puntellate dentro un ordine ristretto e reiterato, inabili al mondo, che fuori da un guscio sono degli spellati vivi. Esistenze marginali e inabitabili, deserti e furie cieche, faglie che dissipano la realtà, l’incalzare del nulla fra le derive e la lotta per sentirsi esistere.

Uno spartito di sentimenti di estraneità.

Quelli che per fermarsi devono sbattere contro qualcosa, quelli abrasi del continuo valico fra gole e precipizi. … tu hai bisogno di confini più che di ossigeno, perché l’identità è un confine. E così io, che sono anarchico per natura, sono costretto a costruire pareti. Prima dentro di te, come stanze in una casa. Poi tra te e fuori di te. E che siano muri spessi, belli alti. La libertà di abbattere i muri, la cerchiamo dopo.

Quelli ritirati in un proprio giardino segreto, costruito in anni di pena, perché la felicità è fugace, sterile e stolta, mentre la tristezza ha mille stanze, è consolante, fedele, saggia…. tu sollevi la testolina apri i petali fai respirare le foglie e vieni da me con gli occhi limpidi, ansiosa di sapere se il mondo è ancora bello.

Il lavoro del quotidiano di uno psichiatra passa dalla tauromachia al distendere una mano perché una farfalla in volo vi si posi leggera

C’è il sorriso beffardo della ragazzina che si taglia, che ti fa impazzire e ti affeziona, che ti squaderna in petto lo smarrimento del primo suicidio, il dirupo tormentoso del domandarsi cosa non si è compreso, cosa si sarebbe potuto fare e non si è fatto.

Quelli sono i ripensamenti che solo lo sguardo volto al mare della sua Genova pare poter accogliere e lenire, riportandolo a riconoscersi come la pozzetta d’acqua nel palmo della mano usata per spegnere un incendio.

il bello di questo mestiere è che tutte le nostre esperienze, per quanto brutte o indicibili e meschine, prima o poi ci torneranno utili

Il merito di Milone è di aver portato l’attenzione su una realtà molto difficile da illuminare e di averlo fatto con una leggerezza che la solleva dallo stigma in cui spesso è relegata, con una poetica ironica che coinvolge in modo delicato e commovente. Le sue istantanee letterarie rendono molti dei climi della sofferenza psichica, dal fuori e dal dentro di chi prova ad accostarla, umanizzando pazienti e curanti.

L’arte di legare le persone a loro stesse, alla realtà, alla vita, agli altri, è un fluire a cui ci si lascia andare morbidamente. Il respiro si fa diverso quando l’Autore argomenta le ragioni della contenzione, lì ha la sua idea da imprimere su una questione ancora indomita e troppo dolorosa perché ogni lettore non metta in campo un’opacità nella sospensione del giudizio, come quando il buio in sala improvvisamente si illumina della realtà esterna alla rappresentazione, riportando in campo a ciascuno i suoni del suo dentro.

Entro in enormi stanze vuote, vedo il paziente in lontananza nel suo letto, attraverso metri cubi di niente, gonfiati di follia, dove infiniti mondi coesistono, e, dopo prolungato viaggio nel silenzio, giungo nell’isola della disperazione, mentre il padrone ha già svegliato i cani e sguainato il coltello. Quando arrivo sono stanco e indifeso. Non so più cosa dire, né cosa fare. Mi conviene indietreggiare verso terra sicura, abbandonando questa scialuppa nel mare infinito.

Restano i pregi di un libro capace di toccare narrando del dolore inutile. Dolore che non insegna, non rigenera, non rinnova. Non dolore di crescita ma di prigione. Non dolore di potatura ma di morte, dolore che non finisce per guarigione, non finisce per necrosi e amputazione: non finisce mai.

Lo sfondo di una città in discesa di caroggi e creuze, con le finestre aperte sul mare, mi ha fatto ripensare a Giorgio Caproni. Nell’estate del ’48 tornava in una Genova bombardata e in piazza Bandiera ritrovava, quasi integra, la settecentesca statua di Enea. Fu un sorprendente riveder se stesso e lo specchio della propria generazione, scampata a stento dalla guerra e gravata della responsabilità di ricostruire.

 

“Enea che in spalla

un passato che crolla tenta invano

di porre in salvo, e al rullo d’un tamburo

ch’è uno schianto di mura, per la mano

ha ancora così gracile un futuro

da non reggersi ritto.”

 

Il passaggio d’Enea che il poeta compone in quello zenit di commozione ritrae una figura che è più uomo che eroe, non il progenitore virgiliano della stirpe Julia destinato a un impero glorioso, ma l’esule che ha perduto patria e guida, incerto di un approdo, nella dolorosa consapevolezza della sofferenza e dello scacco dell’uomo al vaglio della storia (Caproni, 2020).

Figura che conosce la perdita e l’abbandono nel tragico dell’esistenza, Enea assurge così a simbolo della condizione umana, ritratto interiore di una collettività che porta sulle spalle tradizioni sgretolate e un’umanità prossima alla rinuncia e per mano una gracile speranza da rifondare. Fra Anchise e Ascanio, l’inesausto passare dell’umano che ci fa anelli di una catena dell’unica trascendenza possibile all’immanenza che ci sovrasta.

Nella pietas di quel corpo gravato e proteso, la rappresentazione della solitudine degli anni bui, una raffigurazione che non si fa fatica a sentire vicina in questo nostro presente traumatico. E quel procedere – per nulla eroico – richiama molto anche il mestiere di chi si accosta alla sofferenza mentale, cercando di tessere e custodire il senso, l’imperativo della responsabilità morale di un avvenire da portare a compimento. L’eredità da far propria e trasmettere.

 

Caproni G. (2020) Il mio Enea (a cura di) F. Giannotti. Milano: Garzanti.

 

Vedi anche: