Le isole di Norman di V. Galletta. Recensione di D. Federici

Le isole di Norman di V. Galletta. Recensione di D. Federici

LE ISOLE DI NORMAN

di Veronica Galletta

(Italo Svevo, 2020)

Recensione a cura di Daniela Federici

 

“Io sono una lettera infilata in questa buca –

Volo a un nome, a due occhi.

Ci sarà un fuoco là, ci sarà cibo?

Qui c’è un tale fango.”

Silvia Plath Arrivare là

 

Elena abita sull’isola di Ortigia, con un padre ex militante del PC deluso e una madre che vive da anni rinchiusa nella sua camera fra pile di libri come fortini fra sé e il mondo.

Ormai ciascuno di loro vive in una propria stanza. È accaduto senza litigi né spiegazioni, nel modo in cui accadono le cose nella loro famiglia: senza che nessuno ne parli mai esplicitamente.

Elena si è iscritta a geologia, le piacciono le rocce. La meccanica del corpo indeformabile, con le sue equazioni chiuse. Definite.

Per andare in città ha passato i ponti che separano l’isola dalla terraferma, ma l’incontro con quel mondo aperto le ha messo solo una gran voglia di tornare a casa.

Ogni cosa che cambia le crea vertigine.

Quella casa è come una nave in secca, in cui ciascuno di loro sbircia inquieto il dolore degli altri senza riuscire a trovare parole che varchino lo spazio profondo che li divide.

Non ci sono risposte in un pianeta senza domande, solo supposizioni.

Nei momenti sempre più radi in cui la madre esce, Elena entra nella sua camera in cima alle scale e traccia delle mappe, annotando diligente ogni spostamento fra quelle pile di libri, cercando di decifrare le costellazioni dell’umore materno, comprenderne le intenzioni nei silenzi addensati di non-detti.

Forse è sempre così. Si aspetta una cosa per tanti anni, e poi alla fine accade, e quando accade non succede nulla di nuovo, anzi. Quello che si è, quello che si è fatto, perde il poco senso che ha avuto fino a quel momento, e rimane solo buio intorno.

Quando la madre sparisce senza un biglietto, di fronte a un padre inerme e rassegnato, Elena ripesca in un gioco da bambina il filo per tenersi insieme, per trovare un ordine nel vuoto che si squarcia, per decodificare un messaggio segreto lasciato solo per lei che la porti al tesoro di quella figura sfuggente, chiusa nel suo male sordo.

C’è bisogno di una mappa, per darsi coraggio per rimettere tutto a posto … per sentirsi pronti a resistere.

Dopo la camera, l’intera isola diventa una griglia per contenere le cose, per non restare in un buio senza stelle. Come un viaggio intimo con la madre, la percorrerà passo a passo, spargendo fra i suoi scorci i libri che lei amava tanto, come messaggi in bottiglia, come zavorre.

Mi sembra di non averti mai parlato… mi sembra di averti osservata e basta.

Anima senza una rotta, Elena ripercorre le orme del passato, fra pozze di nostalgia di presenze e cielo terso, stanzini chiusi a chiave, odori che tormentano la memoria riportandola alla sua pelle sciolta dall’acqua bollente, alle cicatrici come un arcipelago di isole sul suo corpo.

Non è rimasto niente, di una famiglia senza passato che ha cercato di costruire qualcosa, anche solo un ricordo finto, una foto posticcia di una vita, come un fotomontaggio. Ma non è forse questo che fanno tutti? Selezionare immagini, scegliere fotogrammi, costruirci attorno il resto, giorno dopo giorno, anno dopo anno. No, non sono così diversi dagli altri.

Fratture non curate, cartografie dei modi profondi e silenziosi in cui ciascuno affronta la vita e i suoi urti, i disincanti, il fardello del farsi e disfarsi di nuovi equilibri.

Ogni materiale misura una propria elasticità, la proprietà che permette a un corpo di deformarsi sotto l’azione di una forza esterna e di riacquisire la sua forma originale al venir meno della causa sollecitante. Purché le deformazioni non siano state eccessive, causando uno snervamento quando non una rottura. Gli umani non fanno eccezione.

Il segreto di chi parte, il dolore di chi resta.

Ogni volta che perdiamo qualcuno cerchiamo di prolungarne la presenza. Scenari interni animano uno spazio/tempo di frontiera dove memorie labili e trasfigurazioni del reale sfumano i loro contorni, confondendo il vero con la fantasia, i desideri e le possibilità. Il lutto è un lungo e dispendioso cammino fra i resti, nella faglia di uno scarto come scogliera sul mare aperto.

Quando il passato non ha abbastanza consolidato il tesoro della permanenza, quando la sparizione annuncia il ritiro d’amore e apre la ferita di una menomazione, quando l’offesa brancola fissandosi a cercare di ridare consistenza al ‘prima’ del danno, l’angoscia suscitata dall’assenza può impedire  i processi di elaborazione della mancanza e sabotare il senso di una prospettiva. Qualcosa si pietrifica e si resta imprigionati. Isolati, senza più riuscire a superare i vuoti, a passare i ponti.

Camminare sulle impronte del passato non è mai una buona idea. Si finisce per scoprire che il passato non esiste, non in quella forma in cui lo abbiamo sempre pensato.

“Le isole di Norman” è un romanzo sull’incomunicabilità familiare, su ferite inelaborate e affetti che cadono muti dai bordi. Elena un personaggio la cui parabola di smarrimento esistenziale dei compiti di un’individuazione, inciampa in mancanze che la rendono perigliosa e dolente più di quanto già non sia la fisiologia del crescere e separarsi, prendendo la propria strada.

Una creatura che mostra come il bisogno dell’attenzione all’altro per comprendere come farlo star bene e placare le proprie insicurezze, obliteri lo spazio di un sapere di sé già mancante di un rispecchiamento. Un tragitto di sottrazione, come quello che ingrediente dopo ingrediente, ha trasformato la torta al cioccolato in un dolce di pane sciapo, che non ha più nulla di nutriente e rimane solo la traccia vaga della coccola che era. L’orizzonte si è ristretto, la curiosità, lo sguardo, il gusto, contratti come fanti serrati nei ranghi, stretti per non sentire il freddo e la paura.

L’isola come condizione metaforica e quel viaggio il riaprirsi dell’opportunità di vedere e fare i conti con ciò che i pensieri non erano più abituati a esplorare e sentire del fuori e del dentro.

Devi guardare tutti i pezzi insieme, e non uno a uno. Guardati tutti insieme sono meno storti.

Una narrazione curata, elegante nella sua essenzialità, che rende la vividezza dei paesaggi uno sfondo emozionale risonante e fondamentale al racconto dei climi interiori.

Una trama insatura, che nelle sfocature dei nodi che non scioglie porta il lettore a mettere del suo, come accompagnasse Elena nella sua ricerca di risposte, immaginando strati e mappe simboliche nella tessitura dei personaggi che gravitano intorno a lei, dai gatti abbandonati al giovane Pietro, perché anche la pietre – come l’ossidiana – hanno storie da raccontare a volerle ascoltare. E poi i libri, i quadri, gli eventi della nostra vita sociale che scorrono sullo sfondo, a scandire il tempo sulla terraferma della Storia.

Una storia intima e familiare, nell’intermedio fra la realtà con le sue frustrazioni e i desideri insoddisfatti che animano sbocchi alla fantasia, fra presenza e mancanza, nell’attesa di un ricongiungimento, come i cheloidi e la loro memoria. Come un ponte, che distingue e unisce.

Il libro stesso è stato un tempo di cammino: Finalista al Premio Calvino, dopo alcuni anni di gestazione redazionale, è stato premiato con il Campiello Opera Prima.

La casa Editrice Italo Svevo ne ha fatto un libro intonso d’altri tempi, che occorre aprire. Nulla di meglio per fare esperienza – come una eco della trama – che anche la normalità, non solo l’eccezionale della traumaticità, ha bisogno di cure e manutenzione.

 

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