“Le otto montagne” di Paolo Cognetti. Recensione di D. Federici

LE OTTO MONTAGNE

di P. Cognetti (Einaudi, 2016)

a cura di Daniela Federici

“Bisogna ritornare per scrivere”
M.Augé

Un mandala della cosmologia induista e buddhista rappresenta al centro del mondo un monte altissimo, il Sumeru, e intorno otto montagne e otto mari. Un vecchio nepalese domanda al protagonista del romanzo: avrà imparato di più chi ha fatto il giro delle otto montagne, o chi è arrivato in cima al monte Sumeru?

Chi siamo, a che modo di vivere siamo più affini, la montagna di cui ci narra Cognetti è un luogo che custodisce la memoria, un modo per tornare a se stessi.

“Forse è vero, come sosteneva mia madre, che ognuno di noi ha una quota prediletta in montagna, un paesaggio che gli somiglia e dove si sente bene”.

All’inizio del racconto Pietro è un solitario ragazzino di città che guarda i suoi genitori uniti dalla comune passione per la montagna, abitati dalla nostalgia di quei monti che alle volte apparivano improvvisamente fra i viali di città in rari giorni di vento, il miracolo della neve levati gli occhi al cielo dal parabrezza.

“Certe notti mio padre non ne poteva più, si alzava dal letto, spalancava la finestra come se volesse insultare la città, intimarle il silenzio”; “mia madre si ostinava a coltivare fiori su un balconcino annerito dal fumo e ammuffito da piogge secolari.”

La montagna porta a Pietro un varco nella fanciullezza solitaria, e Bruno, il ragazzino che bada al pascolo, diventerà l’amico di una vita, aprendolo al territorio ignoto della fratellanza e a un mondo estivo di esplorazioni e scoperte.

“Niente, nella città d’inverno, mi colpiva con altrettanta forza. La osservavo da dietro un filtro che la rendeva indistinta e sbiadita ai miei occhi, solo una nebbia di persone e automobili da attraversare due volte al giorno. La nostalgia si trasformava in attesa.”

Crescendo Pietro impara a conoscere la montagna che rende il padre allegro e loquace, scopre il rapporto privato e muto con la fatica, la propria quota prediletta nell’envers ombroso delle torbiere d’alta quota, il suo lascito: “la cosa più simile a un’educazione che io abbia ricevuto da lui.”

Mi faceva sempre indovinelli. Vedeva in me un’intelligenza simile alla sua e pensava fosse suo dovere metterla alla prova.

“Guarda quel torrente. Facciamo finta che l’acqua sia il tempo che scorre. Se qui dove siamo noi è il presente, da quale parte pensi che sia il futuro?”

Sembrava facile. “Il futuro è dove va l’acqua”.

“Sbagliato.”

Un giorno guardando le trote immobili pronte a scattare incontro alle prede “cominciai a capire che tutte le cose, per un pesce di fiume, vengono da monte: insetti, rami, foglie. Per questo guarda verso l’alto in attesa di ciò che deve arrivare. Se il punto in cui ti immergi in un fiume è il presente, pensai, allora il passato è l’acqua che ti ha superato, quella che va verso il basso e dove non c’è più niente per te, mentre il futuro è l’acqua che scende dall’alto, portando pericoli e sorprese. Il passato è a valle, il futuro a monte. Qualunque cosa sia il destino, abita nelle montagne che abbiamo sopra la testa.”

L’eredità dei padri, e come farla propria.

La montagna, gli adulti, il tema delle origini: “per anni ne avevo collezionato i frammenti, come uno che possegga le pagine strappate di un libro e le abbia lette mille volte in ordine casuale. Sapevo quali argomenti li costringevano a tacere di colpo, quali altri a litigare e quali nomi del passato avevano il potere di rattristarli o commuoverli. Possedevo ogni parte della storia, ma non ero mai riuscito a ricomporla tutta intera.”

È un libro che parla del passaggio generazionale, della vita che ripercorre binari rimasti inceppati e prova a proseguire lasciando rovine da ricostruire come seconde possibilità.

I resti, sottolinea Augé, sono scarti ma anche ciò che resiste. Se attraverso le rovine riprendiamo coscienza del tempo che scorre, c’è in esse una vocazione pedagogica in un’epoca come la nostra.

Divenuto adulto Pietro ripercorre le impronte del padre su quelle montagne, facendo i conti con la sfida del desiderio altrui su di lui, con ciò che ha ricevuto e con ciò che non può tornare.

La montagna come società nobile e ideale, con i bivacchi aperti per i viandanti, con i codici di salita e il darsi il passo sui sentieri, diventa una categoria dello spirito: “Mio padre detestava gli sciatori, non voleva saperne di mischiarsi a loro: trovava qualcosa di offensivo nel gioco di scendere per la montagna senza la fatica di salirci.”

Quei luoghi lasciati andare in malora o da lavorare per non farli ringoiare dal bosco, si fanno metafora di come vogliamo condurre la nostra esistenza.

Le otto montagne è un libro molto ben scritto che parla alle nostre vite assediate dal conformismo e dal canto di sirena delle scorciatoie che snaturano il senso, rinnegando l’inevitabilità delle perdite, la necessità del tempo e della cura.

 

 

 

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