Leggere Lacan. Guida perversa al vivere contemporaneo

Slavoj Žižek (2009)

Torino, Bollati Boringhieri, pag. 134

 

E’ importante, oggi, che non si perdano di vista libri come questo, ultimo lavoro del sociologo Slavoj Žižek. Perché?

Perché questo piccolo e ricco saggio, a metà tra la dotta divulgazione e il saggio psicoanalitico-sociologico ad ampio raggio, fa un regalo provvidenziale alla psicoanalisi contemporanea, del tutto in contro tendenza con l’assunto generale che la vede ormai defunta e superata: la riabilita, nel senso più proprio del termine. Vale a dire, la ripercorre, ne rivalorizza proprio quel sapere altro e autentico, quel carattere rivoluzionario che l’ha imposta nel secolo scorso, e che oggi sembra irrimediabilmente appannato. Questo testo ha il merito di proporre ad un pubblico preparato, sebbene non strettamente psicoanalitico, una tesi affascinante: non solo la psicoanalisi non è morta ma, sostiene Žižek «il mio obiettivo consiste nel dimostrare che il tempo della psicoanalisi è giunto solo adesso» (24).

L’Autore prende le mosse dal testo di Lacan, dedicando ciascun capitolo ad uno dei concetti fondanti del pensiero lacaniano (il Grande Altro, il godimento, il fantasma) pur restando sempre, si badi, nel solco per così dire freudiano dello stesso Lacan il quale, nel suo «ritorno» a Freud, operò una radicalizzazione del pensiero di Freud più che un suo superamento. Ripercorre quindi, con Freud e Lacan insieme, alcuni punti cardine del pensiero psicoanalitico.

Traendo spunto e avvio da queste brevi tranches del testo di Lacan (testo che, com’è noto, merita un suo approfondimento e una sua «traduzione» per essere compreso sia da psicoanalisti di altre scuole sia da un pubblico non specialistico), l’Autore spazia attraverso i diversi linguaggi del mondo culturale e sociale, ripercorrendo romanzi, saggi, film, persino spot pubblicitari o esempi tratti dai contesti storici e sociali. Il metodo è quello, (anch’esso da riabilitare a mio parere), della cosiddetta psicoanalisi applicata, nella sua accezione più virtuosa e cioè l’uso dello strumento psicoanalitico come chiave d’accesso ineguagliabile, per forza e coerenza interna, con cui leggere i testi dell’umano, sia quelli privati del paziente nella stanza d’analisi, sia quelli condivisi e pubblici della letteratura, del cinema, dell’arte e della Storia.

In questo senso, non solo la psicoanalisi non è morta né agonica, non solo mantiene tutto il suo valore dissacrante di sapere che si «include» fuori (come scrive Mauro Carbone nella bella introduzione), ma è l’unico strumento in grado di leggere la postmodernità e il vivere contemporaneo, operando un interessante rovesciamento rispetto alle categorie dei tempi di Freud. Rovesciamento che ne mantiene tutta la validità, semmai la riafferma come altra faccia della medaglia, lungi dall’annullarla.

Tesi centrale del libro è infatti quella che, nella nostra epoca, sia in atto un rovesciamento, un vero e proprio ribaltamento – in cioè sta la «perversione» del titolo – rispetto agli assiomi su cui ci orientavamo in passato: se prima l’individuo era costretto a reprimere il piacere e il godimento per rispondere ai limiti e ai divieti imposti dal sociale, il soggetto contemporaneo è all’opposto condannato all’eccesso e al dover godere, è diventato vittima, paradossalmente, di una falsa libertà, di una pseudo-liberazione. Molto acuta appare oggi, allora, l’intuizione di Lacan quando scrisse che «il super-io» non solo impone divieti, ma anche imposizioni, ugualmente tiranniche, al godimento. «Godi!».

All’opposto rispetto al passato, se per assecondare il Grande Altro (che nel linguaggio lacaniano designa quell’agire impersonale, costruito culturalmente, Altro costante cui ci si riferisce per modellarvisi, il cui pendant individuale è dato dal super-io) oggi il soggetto è schiacciato dall’obbligo al godimento, diventa allora l’inconscio (il soggetto dell’inconscio, sempre nella terminologia lacaniana) il luogo dei freni e dei limiti, il luogo – rivoluzionario alla rovescia – del divieto.

Interessante tesi che pone di nuovo il soggetto umano e il suo rapporto col limite, con il Terzo, con quello che Lacan chiama l’ordine simbolico, al centro della riflessione. C’è di nuovo un conflitto, dice Žižek, sì, ma perversamente ribaltato.

Da dove parte tutto questo? Il libro non si sofferma tanto sulle ragioni e le origini del fenomeno, quanto piuttosto lo descrive e lo esemplifica attraverso incursioni varie nella letteratura e nella società. Ma certamente tutto questo origina dal franare degli ordini simbolici tradizionali: è da questo «fallimento degli ordini simbolici tradizionali» che si è prodotto «il sovvertimento del super-io e del Grande Altro», quel sovvertimento che ci lascia in balia dei rischi dell’eccesso e del godimento (la juissance). Non possiamo vivere, come esseri umani e sociali, senza un ordine simbolico che ci contenga; esso rappresenta «la costituzione non scritta della società, è la seconda natura di ogni essere parlante» (30). In quanto esseri parlanti, siamo vincolati dal linguaggio, dobbiamo esserlo per restare vivi e sani di mente (un brillante allievo di Lacan, J.-De Nasio, alla domanda «puorquoi on ne peut pas etre de juoissance pour l’homme?» ha risposto «parce-que on est de etres parlant»). L’ordine simbolico ci è dunque necessario «per rendere la nostra coesistenza con altri minimamente sopportabile: un Terzo si deve frapporre fra me e il mio prossimo in modo che le nostre relazioni non esplodano in una violenza omicida» (66) o – aggiungo io – in godimento impossibile e pericoloso (ricordiamo che per Lacan il concetto di juissance è parente del Nirvana freudiano, della pulsione di morte, non è sinonimo di piacere in senso vitale).

Il compito della psicoanalisi (che sola, con la filosofia, in quanto sapere inattuale in senso nietzscheano, può leggere il fenomeno) è dunque ancora quello di porsi come unica libertà possibile, e vera, per il soggetto: dare voce all’inconscio. La rivoluzione ribaltata prevede che oggi, però, dare voce all’inconscio significhi ridare voce al bisogno di limite e di regole (il richiamo carsico al «Dio rimosso»), abbassare la tensione rispetto alla condanna al godimento. Che non vuol dire rinunciare a godere, specifica l’Autore, ma alleviare «la pressione a doverlo fare» (120). La psicoanalisi è dunque non già superata, ma semmai c’è bisogno di lei, potremmo dire, per ripristinare l’ordine simbolico e limitare la pressione al godimento, che opprime l’uomo contemporaneo e lo condanna a una nuova infelicità, peraltro più insidiosa e mascherata della precedente.

Interessante è anche il concetto invocato dall’Autore di interpassività. In un momento in cui non si fa che parlare di interattività, il discorso psicoanalitico mostra coma esista anche qui, l’inquietante contraltare (di cui Žižek fa molti esempi, da un certo uso del virtuale alla televisione) dell’interpassività. Essa «è l’inverso dell’interazione con l’oggetto, è quella nella quale l’oggetto mi prende, mi espropria della mia passività, cosicché è l’oggetto stesso a godere dello spettacolo al mio posto… » (45). Il soggetto contemporaneo si muove così nell’universo della delega, del fare al suo posto; abdica, cioè, a quella responsabilità che invece l’Etica della psicoanalisi, per Lacan e anche per Freud, richiama come responsabilità del soggetto, cui ineluttabilmente l’analisi ci conduce.

Il libro condensa fluidamente il sapere psicoanalitico e quello sociologico, propone molti spunti letterari che è lasciato alle rêverie del lettore approfondire e lasciare germogliare internamente, come tanti piccoli semi. In me ha immediatamente evocato l’intuizione che Pasolini ebbe nel lontano 1972 quando, a proposito dell’improvvisa libertà sessuale aveva previsto che, soprattutto sulle ragazze, avrebbe potuto avere un effetto negativo, quando scrive che «questa improvvisa libertà sessuale – che porta ad alcune conseguenze logiche e giuste […] – porta anche a delle conseguenze, per ora, inaspettatamente negative. Porta, ad esempio, un conformismo sessuale. Infatti, mentre ad esempio fino ad alcuni anni fa per un adolescente avere la ragazza era un’aspirazione giusta, anche se repressa e tenuta in cuore, ora la ragazza è un obbligo… ».

Una vera lungimiranza. Sul piano psicoanalitico, molti autori si occupano attualmente di perversità e perversioni, ma quello che il libro di Žižek mi ha richiamato è Michael Eigen il quale, in «Età di psicopatia», in termini più clinici descrive la perversità come vera e specifica malattia del nostro tempo, al posto dell’isteria. Dove prima ci si ammalava per l’impedito, per l’impossibile, per ciò che ci si nega, oggi ci si ammala per l’eccesso, per il tutto possibile, per l’assenza di limite, sia nella psiche del singolo, che nella famiglia e nell’ordine sociale.

Il libro si chiude (i due ultimi capitoli sono i più evocativi) con un poetico richiamo ad un racconto di Dostoevskij, «Bobok». Il bobok è, nella fantasia religiosa del suo Autore, quella fase che segue di due-tre mesi la morte del corpo fisico, in cui gli spettri, questi anime morte ma non-morte del tutto, possono essere libere, prive di vergogna, libere di poter dire tutto, godere dissennatamente… poiché Dio è morto. In questa oscena e insopportabile fantasia, «l’orrore etico di questa visione» (114) sta, grazie al genio di Dostoevskij, nell’aver saputo evocare quale scenario di perdizione sarebbe per il soggetto umano la perdita del limite, la libertà assoluta. Saremmo spettri, vagolanti e senza posa, nell’infermo della libertà e del piacere.

Non è vero che «se Dio non esiste allora tutto è permesso», come ricorda Lacan citando i Karamazov. Al contrario. Come analisti «noi sappiamo – prosegue Lacan – che se Dio non esiste, allora più niente è permesso».

 

Rossella Valdrè