L’inquietante enigma che ci abita

A cura di Cristina Bertogna e Ambra Cusin (2010)

L’inquietante enigma che ci abita

Gorizia, Transmedia, pag. 176


Inizierò con una confessione che, contemporaneamente, è anche un’autocritica.
Devo ammettere che, se non mi fosse stato regalato, non avrei mai comprato questo libro, non l’avrei letto e non mi troverei ora a scriverne con piacere…
Quante opportunità perdiamo nella vita, quante occasioni ci scappano sotto gli occhi, quante risorse nostre e degli altri trascuriamo, quante fatiche che fanno i nostri simili, i nostri colleghi addirittura, ci troviamo a non valutare abbastanza nella loro complessità!
C’è poco da fare, è così, non possiamo leggere e conoscere tutto! Credo che l’importante sia rendersene conto, e ricordarsene quando magari qualcuno non apprezza a sufficienza i nostri impegni.
Veniamo al libro, quindi.
Esso contiene il resoconto di un’importante iniziativa che si svolge a Gorizia ogni anno a partire dal 2005. Una rassegna su Cinema e Psicoanalisi, organizzata dall’ARPA (Associazione per la Ricerca in Psicoanalisi Applicata), nella quale vengono proiettati dei film, a loro volta commentati da psicoanalisti, di fronte a un pubblico sempre più folto, partecipe e fedele.
Avere raccolto i contributi che in questi anni si sono sviluppati intorno ai temi e ai film proposti credo sia il segnale chiaro ed evidente di quanto impatto questo evento abbia avuto sulla città e sul territorio.
È un chiaro esempio di quella funzione di apertura, di aggregazione e di sviluppo del pensiero che la psicoanalisi deve riprendere ad avere nei confronti della società e della cultura, senza alcuna pretesa di egemonia o di influenzamento. Solo confronto e dibattito, aperto e franco.
Mi piace segnalare, in questo senso, il sottotitolo del libro che elenca quattro azioni che spaziano tra gli organi di senso, le emozioni, i pensieri e la mente.
VEDERE – SENTIRE – IMMAGINARE – CONOSCERE
Mi piace ancora di più pensare che sia proprio la potenza e la forza del cinema che riesce a coniugare mirabilmente queste parole che mi fanno credere sia possibile realizzare quell’unità di corpo e cervello che tutti disperatamente, in maniera più o meno consapevole, cerchiamo ogni giorno nella nostra vita e nella nostra professione e che non sempre la stessa psicoanalisi ci aiuta a trovare.
Penso che ci sia una ragione se tutto ciò in qualche modo avviene anche attraverso il semplice titolo di un libro: mi sembra che sia la ragione del piacere, quella spinta (pulsionale, energetica, vitale…chiamiamola come vogliamo…) che, a mio avviso, governa e determina la maggior parte delle nostre azioni, dei nostri pensieri e dei nostri interessi.
Il piacere, in particolare, è stato per me l’elemento unificante nella lettura del libro: il mio nel maneggiare i testi e i commenti, quello degli autori che emergeva con tanta chiarezza nelle pagine scritte e nei modi che avevano determinato queste pagine.
Il libro segue alcuni filoni tematici legati ai titoli delle rassegne che si sono tenute ogni anno, raccolte e giustificate dai film che sono stati scelti per discuterle.
C’è una ricchezza di temi, di film e di commenti che da sole rendono sufficiente e giustificata la lettura del libro.
In molti casi è anche evidente la differenza di stili e di contenuti dei commenti, non solo per diversi contenuti o letture che sono più che scontate quando si ha a che fare con la nostra disciplina. In qualche caso, se ci si addentra appunto nello stile della recensione/commento, appare evidente che il modo stesso di avvicinarsi al commento di un film è differente anche sul piano del modello di utilizzo della cosiddetta psicoanalisi applicata.
In qualche occasione vengono addirittura affiancati e presentati due commenti sullo stesso film! Operazione confusiva? Non credo. Penso piuttosto che sia il segno di un interesse sempre maggiore nei confronti della produzione cinematografica e dello stretto legame tra questa, lo spettatore e le emozioni e i pensieri che si creano nella relazione tra chi realizza il film e chi ne usufruisce.
A questo punto devo anche ammettere che non è facile parlare nei dettagli di questo libro.
Gli argomenti sono così complessi, i saggi così articolati che diventa quasi impossibile scriverne in dettaglio. Mi vien da dire che forse la cosa più utile è leggerlo, o forse, da parte mia, dire come può essere letto e utilizzato.
A me piace pensarlo e immaginarlo come un particolare Dizionario del Cinema (un Mereghetti, un Morandini…), limitato e settoriale come tutti i nostri prodotti, magari un po’ di nicchia. Servirsene, quindi, per andare a leggere una riflessione e un commento quando abbiamo voglia di vedere uno dei film citati nel libro. Oppure vedere uno dei film e poi, per curiosità intellettuale o bisogno riflessivo, leggere uno dei contributi che parlano di quel film.
E’, insomma, un libro da comodino, da tavolino in salotto o da ripiano dotto in libreria.
Mi sembra però possibile enucleare due temi importanti, seppure brevemente.
Il primo riguarda la grande frequenza di citazioni e di riflessioni che riguardano paralleli concettuali tra il lavoro analitico e il lavoro cinematografico. È come se gli psicoanalisti sentissero il bisogno di recuperare e trovare delle analogie tra il processo psicoanalitico e alcuni aspetti del processo creativo cinematografico.
È un tema questo che mi è molto caro e al quale spesso ho fatto riferimento nella lettura e avvicinamento al commento di qualche film, laddove mi capitava di considerare come il lavoro analitico (recupero dei ricordi, contatto con il mondo interno, processi associativi, ricostruzione narrativa, e la rivisitazione di tutto ciò alla luce della teoria della mente), avesse dei significativi punti di contatto con il lavoro artistico del regista.
Ovviamente non si tratta di un automatismo applicabile ad ogni film, ma che può darci degli altri spunti di riflessione sull’ormai nota parentela anagrafica tra cinema e psicoanalisi, oltre a quella forse più scontata del film come riproduzione del processo costitutivo del sogno.
Il secondo tema riguarda invece una piccola differenza che ho trovato tra le parole della prefazione di Simona Argentieri e il resto degli autori, laddove l’autrice considera "pigra modalità precostituita di esprimere i propri conflitti, desideri o tormenti" l’abitudine di molti pazienti di parlare in seduta di un film.
Altri autori, appunto, come hanno già detto Boccara e Riefolo, sottolineano che un film "è importante per ciò che evoca e non per ciò che dice", cosa che Cristina Bertogna e Ambra Cusin ci ricordano solo poche pagine dopo la prefazione. Credo che questo sia lo spirito con il quale noi dovremmo ascoltare i racconti "cinematografici" dei nostri pazienti e avvicinare la visione, davvero libera, specialmente nei confronti delle emozioni, di ogni film che andiamo a vedere.
La cosa importante e consolante è che da tempo, noi psicoanalisti, abbiamo rinunciato alla pretesa di spiegare cosa succede nei film e cosa succede nel mondo, seduti dentro i nostri studi professionali, andando davvero per il mondo, fosse anche solo in una sala cinematografica o ad una rassegna sul Cinema.
Questo prezioso libro ne è una dimostrazione pratica!
Per fortuna che me l’hanno regalato…

P. Roberto Goisis

Novembre 2010