“L’ultima intervista” di E. Nevo. Recensione a cura di R. Valdrè

L’ultima intervista

Di Eshkol Nevo

Neri Pozza ed, 2019

Recensione a cura di Rossella Valdrè

 

Devo la scoperta di Eshkol Nevo ad Alessandro Piperno. Piperno è un caso curioso: molto modesto, a mio parere, come scrittore (benché ambisca a), è però un eccellente recensore. Recensire è un’arte a sé, l’ho sempre pensato: si può essere ottimi scrittori e modesti recensori, o viceversa, come è il caso di Piperno. Quando le due qualità si uniscono, nascono piccoli gioielli come Descrizioni di descrizioni (2006) di Pasolini, splendida testimonianza di romanziere che fa delle recensioni una sorta di romanzo a sé. Benché sia il suo ultimo romanzo, da poco uscito per l’editore Neri Pozza che ha pubblicato tutti i suoi libri in Italia, L’ultima intervista rappresenta, per me, il miglior modo di approcciare, per chi non lo conosca, questo squisito scrittore israeliano.

Perché è proprio in L’ultima intervista che tutte le qualità di Nevo si ritrovano miscelate in un mosaico perfetto, godibilissimo alla lettura: l’apparente semplicità di una scrittura che non perde mai la sua fluidità; la sensibilità mai buonista, con cui tratteggia l’anima psicologica dei personaggi, tanto che il lettore non può non identificarsi con il protagonista e le sue intime peripezie; l’architettura complessiva che, pur sfidando una narrazione lineare e tradizionale, risulta alla fine esitare in una costruzione perfetta, da cui dispiace separarsi.

L’escamotage narrativo è piuttosto semplice: il romanzo consiste in un’intervista, che il personaggio riceve via mail, e a cui deve rispondere. Il personaggio, scrittore lui stesso, attraversa un delicato (e forse fatalmente conclusivo?) momento della sua vita coniugale con Dikla, la donna che ha sempre amato; adora i suoi due bambini; scrive malvolentieri discorsi per il politico populista Yoran Sirkin; soprattutto converte, trasforma, trasferisce, ogni evento ed emozione della vita in letteratura. La moglie lo rimprovera, e forse lo lascerà per questo: ami me o ami il mio personaggio, sembra domandargli; abbiamo una vita propria o la vita non è per te che occasione di un furto, una sottrazione, che ci rubi per riempirne i tuoi romanzi? E infine, viene da chiedersi, come domanda in sottotraccia in tutto il romanzo: la letteratura è compatibile con la vita? La letteratura sfrutta la vita a scapito della vita? E poi, quale sarà mai la vera vita, quella in cui spendiamo tutti i giorni nelle nostre affannate, a volte dolorose, a volte liete, forse sempre inutili peripezie; o quella che pura, purificata dal filtro della fantasia dello scrittore, ritroviamo in tutta la sua forza nella pagina bianca? Il nostro scrittore non risponde direttamente a queste domande, ma è come se il lettore sia accompagnato per mano via via che procede nella lettura.  L’anonima intervistatrice non pone che domande banali, quelle da tipica intervista: cosa pensa della politica israeliana (Nevo è nipote dell’ex Primo Ministro di Israele, Levi Eshkol), qual’ è il suo rapporto con la solitudine, “fino a che punto i suoi libri sono autobiografici?”, “qual’è stata l’ultima volta che ha pianto?”, e via dicendo. Ma ecco che ogni risposta (spesso risposta che non è risposta) apre un nuovo percorso a sé, una nuova narrazione che intreccia i fili di altre risposte, di altre narrazioni. Il narratore giunge ora a ricordare vicende del passato, ora a riflettere sulle cose perdute, ora a divagare in pure fantasie, fino a che il mosaico, senza aver seguito una direttiva particolare e una trama, alla fine ci rimanda con perfetta, miracolosa coerenza una vita, la storia di un uomo, di una coppia, di una famiglia, di un Paese.

Narrazione perfetta senza narrazione, reticolo di trame senza trama: questo è L’ultima intervista. Inevitabile domandarsi, e gli è stato ovviamente chiesto, se si tratti di lui, se siamo nel gioco di una mascherata autobiografia. Inevitabilmente Nevo ha risposto che sì e no, lasciando intuire al lettore che quella solitudine sia sì la sua solitudine ma anche quella di chiunque scelga di scrivere, scelga di vivere più nella parola che nell’azione; che quel matrimonio, dalle vicende così comuni, così fragili, possa essere il suo ma anche quello di chiunque di noi; che quell’amore per i figli lo riguardi come ci possa riguardare; che il travagliato rapporto tra vita vissuta e vita fantasticata certamente gli appartenga, ma c’è qualcuno che possa dirsi fuori? Che la “distimia” che perseguita è tormento dello scrittore, certo, ma forse non è estranea anche al lettore. Zibaldone che tratteggia con perfetta sensibilità psicologica, e vorrei dire psicoanalitica, il profilo di ogni personaggio e soprattutto dello scrittore, L’ultima intervista, come tutta la produzione di Nevo, conferisce un grande spazio al sentimento della nostalgia (un suo precedente romanzo è, infatti, Nostalgia del 2014). Perciò parlo di romanzo psicoanalitico: la nostalgia, che lo percorre tutto come un fil rouge, sappiamo essere al centro della nostra condizione umana. Sappiamo che l’oggetto, con Freud, è sempre l’oggetto perduto; che lo cercheremo sempre in infiniti surrogati, ma il suo statuto resta, e deve restare, la mancanza. La mancanza crea il pensiero, l’arte, la fantasia, la rappresentazione. Un romanzo antiromanzo come questo coccola, direi, va a braccetto tutto il tempo con la sospensione della mancanza; ci sembra perfetto mentre leggiamo, eppure qualcosa manca, la vita è descritta nella sua incompletezza, nella sua imperfezione, dove solo l’amore e l’arte, fuggevoli tutti e due, sembrano offrire un centro, un punto.

 

“Mi fa male, ho detto.

Dove?

Nel cuore posteriore.

Nel cuore posteriore?

Non quello che pompa il sangue, quello che ha paura di perdere.

E dove si trova esattamente questo cuore posteriore?

Nella schiena, fra le scapole. È lì che lo sento.

C’è qualcuno di preciso che hai…paura di perdere?” (p. 64)

 

Se, come Piperno con me, sono riuscita a incuriosire il lettore a scoprire il mondo di Nevo (di cui è riguardevole, per uno scrittore israeliano, non fare del suo essere israeliano l’unica ragione per essere scrittore), suggerirei di avvicinarsi in seguito al romanzo precedente, Tre piani (2017), di cui non dirò nulla se non che Nanni Moretti l’ha amato tanto da farne un film in uscita nel 2020. Chi ha amato L’ultima intervista si sentirà meno orfano ritrovando in Tre piani la stessa abilità narrativa e la scomposizione del romanzo tradizionale; la stessa introspezione magicamente priva di psicologismi; lo stesso uso della fantasia come ingrediente ineludibile del reale, che rimanda di nuovo alla domanda: è davvero stato così o il personaggio l’ha solo immaginato?

“Nell’incontro con uno scrittore è insita una trappola – dico sempre alle mie conferenze, la voglio mettere subito sul tavolo. L’incontro veramente importante è già avvenuto. E se non è ancora avvenuto non tarderà: è il vostro incontro intimo, irrepetibile, con il libro”. (p. 374)

 

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