“Mindscapes. Psiche nel paesaggio” di Vittorio Lingiardi. Recensione di Laura Porzio Giusto

 Mindscapes – Psiche nel paesaggio, di Vittorio Lingiardi

Editore Raffaello Cortina (2017)

Recensione a cura di Laura Porzio Giusto

“Per avere qualche speranza di essere noi stessi dobbiamo avere molti luoghi dentro di noi”. Attraverso le parole di Jean Bertrand Pontalis, Vittorio Lingiardi sembra tracciare uno dei (tanti) fili rossi che solcano Mindscapes: il legame imprescindibile e potente che esiste tra noi e i nostri luoghi, dicendoci allo stesso tempo, che essi, appunto, sono molti.

Per poterli trovare, scoprire, contemplare, vivere, appare necessario creare connessioni. Propensione, questa, che lo stesso Autore dichiara di avere in una nota introduttiva, e che sembra consentire il realizzarsi dell’auspicata possibilità di superare i dualismi, aprirsi alla complessità, coltivare il dubbio. Da questi “incontri” (disciplinari, di versi, di immagini, ricordi personali e altro ancora) sembrano nascere luoghi di cui fare esperienza. Dove perdersi. Camminare. Stupirsi. Avere paura. Amare.

Si potrebbe forse dire che Mindscapes sia una mappa che traccia connessioni, sviluppa intrecci, apre alla possibilità di percorrere e creare nuovi territori, come avviene con l’operazione di Giorgio Agamben, attraverso la quale, ci racconta Lingiardi, il filosofo incolla mappe di città diverse componendo una nuova città “in cui un vicolo di Roma sbocca in una piazza di Parigi, un boulevard parigino finisce in una stradina di Berlino, e così via”. È attraverso una tale configurazione che la lettura di questo saggio mette in moto i nostri sistemi percettivi, emotivi, di cognizione e memorie. L’Autore introduce infatti anche l’idea di brainscape, collegata alla neuroestetica, ponendo alcuni interrogativi: “in che modo il nostro cervello ‘vede’ gli oggetti e le loro forme? È possibile applicare alla visione del paesaggio ciò che abbiamo appreso dagli studi sui correlati neurali della visione di produzioni artistiche?”.

Il legame tra landscapes e mindscapes è invece descritto come “un luogo che cerchiamo nel mondo per dar forme e colori a qualcosa che è già in noi. Al tempo stesso una scoperta, un’invenzione e un ritrovamento”. Parole che immediatamente mi riportano a una poesia francese (di cui non ricordo l’Autore!) che mi accompagnò per anni nella mia adolescenza. Tradotta suonava più o meno così: “Sogno un mondo dove i colori rispondano alle forme e le forme ai colori …”. Un’esperienza “riverberante”, direbbe forse Lingiardi. Doppia. Allora, e oggi nel ri-trovarla nuovamente. Il decimo capitolo (“Il riverbero”) è dedicato proprio a “quel fenomeno che porta il lettore, di fronte a un verso che lo cattura, a sentirsi come il poeta che l’ha creato”. Parlando ancora del riverbero: “La poesia può diventare un modo di osservare il mondo e di attraversarlo. Arriva un verso, lo accogli, passi del tempo a smontarlo e rimontarlo e, se sei capace o fortunato, trovi il punto esatto in cui l’immagine incontra il linguaggio. […] Accade qui che il paesaggio diventa un elemento fondativo di questo movimento, un oggetto psichico incastonato nel verso”. Questo incontro sublime sembra possibile solo se ci abbandoniamo, se ci perdiamo, se ci dis-orientiamo. Se ci concediamo di visitare molti posti, ascoltare altre lingue, perderci in strade sconosciute. Concetti e immagini che Lingiardi ci racconta in tutto il suo (nostro) viaggio, attraverso i diversi capitoli che si susseguono in una possibile narrazione consequenziale e, o, si slegano a(l) piacere del lettore. Personalmente ho provato entrambe le strade (ma quante ce ne sono in realtà?): ho letto i capitoli dal primo all’ultimo e, solo a lettura terminata, ho riletto versi, pagine, rivisto immagini, girovagando senza meta.

Il continuo passaggio dai quattro campi principali a cui l’Autore attinge (studi culturali, storici e politici sul paesaggio; poesia e narrativa; neuroestetica e scienze cognitive; psicoanalisi) invita il lettore ad aprire la propria mente e i propri affetti in direzioni multiple, scoprendo il piacere del trovare/sentire legami (tra le cose, tra sé e l’altro, tra i propri pensieri), sperimentando attese, disorientamenti, per poi cogliere quegli attimi in cui un’immagine evocata, un ricordo personale (di chi scrive o di chi legge), o un verso di un poeta ri-mettono in asse la complessità di cui si sta facendo esperienza. E così, anche implicitamente, la lettura di Mindscapes, consente di cogliere qualcosa che appartiene ad ogni esperienza psicoanalitica. “Perché i versi – scrive Lingiardi citando Rainer Maria Rilke – non sono, come crede la gente, sentimenti (che si acquistano precocemente), sono esperienze. Per scrivere un verso bisogna vedere molte città, uomini e cose”.

 

Agamben, G. (2006), “Intervista”. In Il manifesto – Alias, 9 settembre, pp.1-5.

Pontalis, J.-B, (1986), L’amore degli inizi. Trad.it. Borla, Roma 1990, p.57

Rilke, R.M. (1910), I quaderni di Malte Laurids Brigge. Trad. it. Aldelphi, Milano 1992.

 

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