Né giusto né sbagliato

Paul Collins (2005)

Né giusto né sbagliato

Adelphi (Collana Fabula), pp. 268

Vorrei proporre, a proposito delle recenti discussioni apertesi intorno all’autismo e al suo “trattamento”, il contributo singolare di un romanziere americano: Paul Collins.
Si tratta di Not Even Wrong, Adventures in Autism, tradotto in italiano da Adelphi con il titolo “Né giusto né sbagliato”.

Mi limiterò, per presentarlo, a segnalare gli interrogativi che suscita.
Innanzitutto di fronte a che funzione della scrittura ci troviamo con P. Collins? Testimonianza? Difesa dal dolore? Oppure lo sguardo acuto e affettuoso dello scrittore-padre di un piccolo bambino autistico di tre anni, doppiamente spinto alla ricerca di senso da una vicenda personale che si allarga, come accade in tutte le scritture alte, e si allontana dal puro dato autobiografico per inoltrarsi nel non detto, offrendo nel contempo una possibilità rappresentativa assolutamente inedita a quanto, nei protocolli scientifici appare come un difetto, una strozzatura dell’essere: l’autismo?

Ma l’interrogativo specifico che a sua volta muove la scrittura di Collins è il seguente: che cosa significa essere una persona? Che cosa significa essere umani? E, soprattutto, che avventure straordinarie intraprendono i bambini autistici, i savant, e cosa devono soffrire insieme ai loro ‘fratelli’, protagonisti di avventure meno straordinarie e quindi ancora più misteriose, a cui vengono sovente accomunati, vale a dire i bambini con “deficit cognitivo”?

“Né giusto né sbagliato”si muove su due registri, magistralmente intrecciati: il romanzo ci appare, infatti, sia come una vera e propria ricerca scientifica diacronica sull’autismo, documentata e corredata da un ricchissimo apparato informativo di note, che va dal ‘700 ai giorni nostri, attraversando gli studi di Monboddo, Stark, Asperger, Kanner, fino a giungere a Bettelheim, sia come il racconto appassionato di un’esperienza personale cruciale all’interno di questa specifica dimensione umana. Anche dell’apparato teorico, l’Autore fa materia di riflessione critica, e insieme affettiva, animandolo e reinterpretandolo con una profonda pietas, alla luce della propria personale esperienza, come già si può cogliere nel titolo, Né giusto né sbagliato e, lo utilizza per formulare un’ipotesi “aperta” sull’autismo e i suoi enigmi; non solo un destino di esclusione, ma anche umana avventura.
A sua volta, la storia del “Ragazzo Selvaggio”, ritrovato nei primi anni del’700 nei boschi di Hannover dove viveva sugli alberi, ispiratore di Defoe, Swift, studiato da Linneo, citato da Rousseau, viene messa in intreccio, con indubbio talento letterario, con quella di Morgan, il piccolo figlio dell’autore, che a tre anni legge tutto quello che gli capita a tiro, ma se qualcuno gli chiede come si chiama, non risponde.
L’Autore si sofferma a lungo su una coincidenza assolutamente singolare: aveva incominciato ad interessarsi al Ragazzo Selvaggio, decidendo di scrivere un libro su di lui molto prima che, durante una visita di controllo pediatrico routinario, un medico non avesse avanzato l’ipotesi di autismo per il suo bambino.
Tra tutte le tesi sull’autismo, rigorosamente rintracciate e riportate nella “realtà romanzesca” da Paul Collins, una soprattutto sembra avere colpito e il nostro autore per la sua capacità di entrare empaticamente nello ‘stile’ dei savant: quella di Asperger, tirocinante nella clinica pediatrica di Vienna nel ’39. Asperger infatti fa notare, come il silenzio, soprattutto per quanto riguarda le più banali frasi del parlare quotidiano, sia una delle caratteristiche dei savants, i bambini prodigio, la più misteriosa delle anomalie cognitive, bambini che possiedono capacità di lettura inusitate per la loro età e tuttavia non parlano, eseguono con disinvoltura le operazioni più difficili, ma non sanno né lavarsi né vestirsi da soli. Persi nelle loro astrazioni, scriveva Asperger, dimostrano “quell’incapacità di affrontare la vita pratica propria del professore distratto.”
Potremmo, alla fine della lettura concludere, che Il Ragazzo Selvaggio e la sua storia siano stati per l’Autore anche e soprattutto un artificio stilistico per arrivare al cuore della questione della cura?
Forse. Ma come che, sia la questione non può non toccarci profondamente come psicoanalisti, proprio nel modo come viene presentata da Collins, che a sua volta ne è stato profondamente toccato, non solo come padre, ma come ricercatore dell’umano. Da questo fronte, interrogandosi sulla persona, su cosa essa sia, su i suoi diritti inviolabili, egli ci offre la ‘consulenza” degli studi più recenti sull’autismo (Andron, Baron-Cohen, Grandin, Karasik, Frith) partendo da sé e da quello che intuiva essere il percorso di ricerca più idoneo a favorire l’avvicinamento a una comprensione, aperta alla speranza, del mondo particolare del suo piccolo Morgan.
Questi studi vengono citati e percorsi nel romanzo, con grande abilità narrativa, sembrerebbe, come in contrappunto se non in contrapposizione, con quelli di Bruno Bettelheim e il suo metodo che, osserva Collins, lasciava intendere che era necessario allontanare i bambini, “quei bambini” dalle loro famiglie.
Dopo avere ricostruito l’inquietante formazione professionale di Bettelheim, Collins così la conclude:

“Bettelheim divenne uno degli psicologi più letti […] la sua opera diventò la Bibbia degli assistenti sociali, convinti che fosse necessario togliere i bambini alle “madri frigorifero”, responsabili del loro stato. Diverse famiglie vennero smembrate e bambini ricoverati, per il loro bene, ovviamente. Eppure c’era qualche cosa che non quadrava nella teoria di Bettelheim: ad esempio, molte famiglie in questione non avevano granché in comune con Dachau. Inoltre i bambini autistici avevano fratelli apparentemente normali: Come mai le loro madri sadiche non avevano fatto diventare autistici anche loro?”.

Cosa trarre da questo romanzo definito “necessario e incantevole”?
Lo sguardo che Collins lancia su sé stesso e sul mondo della cura, e che, dopo essere risalito alla genealogia teorica dell’autismo, si sposta in avanti, va al futuro, del suo proprio bambino in particolare, e di tutti i bambini “diversi”, con amore e speranza tenace. Sguardo lucido, consapevole del rischio che questi bambini corrono in una società sempre più volta a rigettare la diversità, costi quello che costi.
Questo sguardo, che è quello affettuoso del padre, ma è anche quello del ricercatore rigoroso, attento alla formazione delle strutture simboliche, si oppone perciò, con forza, alla facile demonizzazione delle famiglie, scorciatoia a suo parere, spesso adottata dai “curanti”, per risolvere l’enigma dell’autismo.
In definitiva uno sguardo che offre alla psicoanalisi uno scenario inedito e pertanto provocatorio e inquietante in cui, con umiltà, mettersi a cercare e forse, a inventare. Altri modi di vivere e pensare quella modalità di vita psichica che chiamiamo autismo.
Il romanzo si chiude con questa notazione:
[…] E comunque non è come pensano loro. Non è una tragedia, non è una triste storia, e neppure il film della settimana: È la mia famiglia.

Bibliografia

Andron Linda, a cura di, Our Jorney Trough Hig Functioning Autism and Asperger Sindrome: A Roadmape (2001).
Baron-Cohen e Patrik Bolton. Autism.The Facts (1993) ( trad . it. Autismo: La conoscenza del problema (2003).
Baron –Cohen, Simon et al, a cura di, Understanding Other Minds: Perpective from Development Cognitive Neuroscience ( 2000).
Baron-Cohen, Simon, Mindblindness (1997).
Gradin Temple, Thinking in Pictures (1996).
Frth, Uta, a cura di, Autism and Asperger Syndrome (1991).
Frith Uta, Autism:Explaining the Enigma (2003).

Laura Montani

Maggio 2014