Presentazione del libro “Oltre”di A. Cusin, L. Fattori, M. Stanzione e G. Vandi. Bergamo, 5 ottobre 2019. Report di S. Anfilocchi

Presentazione a Bergamo (Libreria Palomar) del libro curato da Cusin A., Fattori L., Stanzione Modàfferi M. e Vandi G.

Oltre. Il senso di infinito a partire dal «Sentimento oceanico» (Roma, Alpes, 2018)

Report di Silvia Anfilocchi

Il 5 ottobre, numerosi colleghi e appassionati della materia si sono incontrati alla libreria Palomar di Bergamo per l’appuntamento autunnale con Pagine di psicoanalisi, gli incontri che Rita Corsa organizza da molti anni nella nostra città.

In questa occasione Rita ha invitato a dialogare col pubblico alcune autrici di Oltre. Il senso di infinito a partire dal «sentimento oceanico», testo collettaneo cui ha contribuito con due articoli anche la ‘padrona di casa’, naturale prosecuzione di Psicoanalisi e fede. Un discorso aperto  presentato lo scorso anno all’interno della stessa rassegna. Quel primo libro, hanno commentato le scrittrici, «aveva rotto un tabù» riuscendo ad affrontare un tema difficile da trattare in ambiente psicoanalitico, mentre il secondo è stato sentito da tutte come «un testo più libero», che «si fa leggere volentieri» – dice Giuseppe di Chiara nella ricca e ben articolata recensione pubblicata su Spiweb (2019), ma – ha osservato Corsa – «non facile da presentare trasmettendone la complessità e riferendone i contenuti con parole agili e leggere». Difficoltà che sto sperimentando anch’io mentre cerco di riportare l’atmosfera della serata, gli interventi delle autrici che hanno saputo arricchire l’incontro non limitandosi a ‘riassumere’ il contributo pubblicato nel libro, ma aprendosi all’ampiezza del senso del volume, nel dialogo con il pubblico.

Il compito di introdurre la discussione è stato affidato anche questa volta a Claudio Nicoli, che ha descritto Oltre come un’opera densa, affascinante, tumultuosa, evocativa, in cui ciascuno può trovare messaggi consonanti con la propria posizione, sia essa religiosa, agnostica o atea. Nicoli ha proposto alcune «spigolature associative» al testo che, riferisco le sue parole, «invita a coltivare l’umana passione per l’oltre propria della psicoanalisi. Essere psicoanalisti è essere e praticare l’oltre, non solo in analisi ma nella vita».

Nel suo intervento, non meno denso degli scritti che compongono il libro, di cui ha ripreso alcuni punti salienti, si è soffermato su tre aspetti del concetto di sentimento oceanico al centro dello scambio tra Freud e Romain Rolland.

Freud, ha ricordato Nicoli citando l’articolo di Mario Aletti dedicato a Lou Salomé, pur dichiarando apertamente di non avere alcuna fede religiosa, riprende solo l’aggettivo ‘oceanico’ – usato da Rolland un’unica volta nella sua lettera del 5 ottobre 1926 – tra i tanti aggettivi con cui il drammaturgo francese qualifica il sentimento che riteneva non fosse stato sufficientemente approfondito in L’avvenire di un’illusione (1927), e ne fa quasi un concetto coincidente con il sentimento religioso, attorno al quale costruisce il primo capitolo de Il Disagio della civiltà (1929). Nicoli ha suggerito che questo potrebbe essere un primo indizio del fatto che «aver sorvolato sull’area del materno privilegiando il paterno sia stato l’effetto del tentativo di Freud di tenere lontane da sé due presenze materne ingombranti: la madre reale e la cultura ebraica».

Nello scambio epistolare con Rolland, Freud confessa inoltre come, al pari della mistica, gli fosse preclusa la musica, limite peraltro già rivelato nell’Interpretazione dei sogni (1899) dove aveva ammesso di non poterne godere. Nicoli ha trovato qui una conferma dell’estraneità di Freud alle esperienze ‘immersive’ che rimandano al fluttuare, al lasciarsi trasportare.

Infine, con citazioni puntuali, ci ha aiutato a vedere come Freud abbia descritto il sentimento oceanico in forte analogia con l’esperienza sessuale, usando gli stessi termini attribuiti alle sensazioni orgasmiche.

Nicoli ha accostato questi tre temi utilizzando un pensiero non trascendente e si è chiesto se le esperienze fuori dell’ordinario, coinvolgenti e catturanti, le esperienze ‘immersive’, che ha ‘winnicottianamente’ definito «stati di non-integrazione, le fasi che, se ne siamo capaci, attraversiamo alternandole con momenti integrati», costituiscano l’essenza del sentimento oceanico. Ci ha, quindi, proposto di pensare la capacità creativa come mossa dall’esperienza del limite, a partire dalla constatazione che la possibilità massima di godimento e generatività, che arriva a far nascere una nuova vita, risiede nelle parti del nostro corpo che sono più mancanti e bisognose di un altro.

«Il limite alluderebbe, pertanto, a una possibilità feconda e creativa che non possiamo realizzare da soli»; con queste parole Claudio Nicoli ha invitato le autrici a condividere con il pubblico il vertice da cui hanno affrontato il tema nei loro scritti.

 

Gabriella Vandi si è assunta il difficile impegno di presentare le linee generali del libro, cui hanno collaborato 10 autori, ed è stato ideato dal gruppo di lavoro che ha scambiato riflessioni su questo tema durante un seminario a Bologna con Sophie de Mijolla-Mellor, che di Oltre ha scritto l’introduzione. L’ipotesi da cui hanno preso spunto i diversi contributi è che il sentimento oceanico, inteso come la mancanza di confini dell’Io che sperimentiamo all’inizio della vita, sia un’esperienza complessa, composta da aspetti gioiosi e di paura, considerati sorgivi dallo stesso vissuto originario cui, forse, aspiriamo a tornare; dalla nostalgia, ovvero il dolore e il rimpianto per ciò che è stato perso, emozione rivolta al passato; dalla speranza che si rivolge al futuro e dal timore reverenziale di fronte al troppo grande e al troppo bello.

«Nel trattare il tema dell’illimitato, è inevitabile incontrarne l’altra faccia e occuparsi del limite», ha spiegato Vandi per motivare la scelta dei titoli dati alle tre parti in cui è stato diviso il libro:

  1. Sentimento oceanico, verso l’infinito: ovvero la presenza dell’oltre nella vita quotidiana, che comprende gli articoli in cui sono ripresi e sviluppati i temi freudiani; il padre della psicoanalisi, infatti, da vero pioniere qual è sempre stato, ha saputo spingersi ‘oltre’ in tutta la sua ricerca, tanto da aver coniato il neologismo ‘meta-psicologia’ per indicare che intendeva occuparsi, di ciò che va al di là della psicologia.
  2. Il superamento del limite, nei suoi due versanti, creativo e patologico, che contiene un articolo della stessa Vandi sulla perversione, uno di Corsa sulle biotecnologie e l’illusione di immortalità e lo scritto di Masullo Tra soglie e limiti, che le colleghe hanno ripetutamente citato durante la serata.
  3. Psicoanalisi e infinito. Alcuni punti di vista oltre Freud: in cui vengono approfondite le posizioni della già ricordata Lou Salomé, di Matte Blanco e di Bion.

 

Ambra Cusin ha condiviso con noi i focus che ha individuato come punti nodali nell’intero testo, a partire dall’idea dell’oltre che ci avvolge (Leonelli Langer) a cui si collega Masullo quando richiama il mito omerico del fiume Oceano, immenso e circolare che scorre intorno alla terra e genera tutte le cose, per arrivare, passando attraverso un excursus nell’antropologia filosofica, al tema della tecnologia che sta prendendo il posto dell’uomo. Non più una tecnologia di cui l’uomo si serve per vivere meglio, ma una tecnologia che si sostituisce all’uomo e procede a una velocità tale da impedirci di trovare risposte o ipotesi che ci consentano di cogliere e capire la realtà del post-umano, dell’iperumano, del transumano, di ciò che può darsi oltre l’umano. Cosa accade nel passaggio dall’homo faber all’homo creator?, si chiedono Masullo e Cusin, constatando che sta nascendo un nuovo tipo di umanità che non è dis-umanizzazione, né de-umanizzazione ma una forma di trans-umano che va oltre e potrebbe, forse, essere un uomo capace di andare oltre se stesso senza perdersi e senza tradirsi. Alle domande di Masullo, commenta Cusin, pare rispondere l’articolo di Rita Corsa Biotecnologie e illusione di immoralità. Uno sguardo psicoanalitico che prima di condurci con lei nella stanza d’analisi, dove ha lavorato con pazienti che potremmo definire cyborg (Corsa li chiama pazienti biotech), perché hanno subito interventi di inserimento nel loro corpo di pezzi metallici o di macchinari, ci invita a pensare come gli innesti materici in campo medico alimentino la fantasia inconscia di immortalità, di libertà infinita, di autodeterminazione grandiosa. Questo desiderio non è creato dalle invenzioni tecniche, che possono solo illuderci di realizzare l’umana tentazione di forzare e dominare la nostra pochezza ma non ci possono garantire il benessere anzi, come Corsa ricorda citando le parole del Qohélet, «dove c’è molta sapienza c’è molta tristezza; se si aumenta la scienza, si aumenta il dolore».

L’idea che l’homo biotecnologicus potrebbe, forse, superare la paura della morte apre a una dimensione perturbante: se diventasse davvero possibile, cosa significherebbe per la natura umana? Cusin cerca di trovare una risposta nella mistica ebraica rifacendosi a Isaac Luria di cui riassume un pensiero: «prima che le creature fossero create esisteva solo una luce superiore, infinita, che riempiva tutta l’esistenza» per spiegarci che in questa teoria non c’è l’idea di un mondo creato da Dio, ma una visione del mondo che nasce per interiorizzazione dell’essere nel suo essere: senza ritiro non ci sarebbe creazione perché se Dio non si ritirasse ci sarebbe solo Dio e non ci sarebbe il mondo. È con un atto di povertà, ne deduce Cusin, che il creatore dà agli uomini la possibilità della loro ricchezza; pertanto, se davvero l’homo tecnologicus aspira a diventare simile a Dio, non può far altro che ritirarsi per fare spazio ad altro. Il tentativo di saturare tutto finirebbe per impedire ogni altro atto creativo.

 

Il tema del corpo come limite dell’umano è stato ripreso da Lidia Leonelli Langer, che ha cercato di spiegarci cosa sia l’oltre e cosa significhi che tutti noi siamo nell’oltre, attraverso un’immagine semplice ed evocativa: quando un bambino disegna un prato, una casa, una montagna, il sole, oppure la luna e le stelle, indica il cielo come qualcosa che sta su, in alto, nell’area del foglio in cui colloca le stelle e gli altri pianeti. Il bambino sembra non rendersi conto che il cielo inizia dove finisce l’erba del prato, confina con la superficie su cui poggiamo i piedi; questa è la risposta: tutti noi viviamo nell’oltre, siamo nell’altro, inspiriamo il respiro degli altri, immersi nel mondo degli altri dall’inizio della vita. Entrare nel respiro del mondo implica cambiare qualcosa da cui siamo cambiati, che trasformiamo mentre ne siamo trasformati. Del resto, ha esplicitato Leonelli, citando Franco Fornari, incominciamo a vivere nel contenitore uterino e la nostra prima esperienza è di essere uno dentro un tutto che ci ospita e ci modifica mentre viene modificato da noi. Il respiro del mondo è tanto complesso da non poter essere regolabile, governabile, conoscibile; ci può far sentire sopraffatti spingendoci verso il ritiro, oppure presi da un desiderio bulimico di possedere tutto. È pensando al respiro del mondo e alla nostra possibilità di cambiare le cose che possiamo abitare l’oltre nella vita quotidiana e non abbiamo bisogno di cercare lontano perché la nostra storia è un deposito di mondo.

 

Oltre si chiude con le Conclusioni di Cusin, Fattori, Stanzione Modàfferi, Vandi che Rita Corsa ci ha illustrato come «un fuoco d’artificio di immagini pirotecniche» perché, seguendo l’indicazione freudiana «Quel che non chiedete a me o su cui non so rispondere chiedetelo ai poeti», si sono richiamate a opere letterarie, poetiche e alle arti figurative per esemplificare ciò che evocano nella citazione di chiusura «Le stelle sono buchi nel cielo da cui filtra la luce dell’infinito» (Confucio).

 

Al termine degli interventi, il confronto col pubblico si è avviato con una certa timidezza perché non era facile intervenire su temi così ampi ma, pian piano, muovendosi da associazioni su momenti vissuti nella stanza d’analisi con alcuni pazienti alla ricerca di un senso, la discussione si è orientata verso il tema dell’accettazione dei limiti, soprattutto nei cambiamenti imposti dalla vecchiaia (argomento che Corsa ha voluto sviluppare, insieme a Fattori e Vandi, nell’ultimo dei cinque volumi previsti nella collana Psicoanalisi & Fede dell’editore Guaraldi di Rimini), della necessità di riflettere sul proprio destino e sul nostro rapporto soggettivo con la tecnica e sugli aiuti che essa può darci. Tali considerazioni non vanno estremizzate, bensì messe continuamente a confronto, altrimenti si corre il rischio di irrigidirsi in posizioni simil-fideistiche, da “ottimista-integrato”, entusiasta ad oltranza dei benefici della tecnica, o, di converso, da “apocalittico”, con una visione catastrofica del futuro dominato da τέχνη (Eco). La speranza, ci ha ricordato Rita Corsa, sta nel sapere usare la tecnologia, che non è infinita, eterna come, forse, vorremmo pensare, ma ha una scadenza.

 

Bibliografia

CUSIN A., FATTORI L., STANZIONE MODÀFFERI M., VANDI G. (a cura di) (2018). Oltre. Il senso di infinito a partire dal «sentimento oceanico». Roma, Alpes.

DI CHIARA G. (2019). Recensione a Oltre. Il senso di infinito a partire dal «sentimento oceanico». SPIweb Libri, “Oltre” di A. Cusin, L. Fattori, M. Stanzione e G. Vandi. Recensione di G. Di Chiara

FATTORI L., VANDI G. (a cura di) (2017). Psicoanalisi e fede. Un discorso aperto. Milano, FrancoAngeli.

FREUD S. (1899). L’interpretazione dei sogni.  O.S.F., 3.

FREUD S. (1927).  L’avvenire di un’illusione. O.S.F., 10.

FREUD S. (1929). Il disagio della civiltà.  O.S.F., 10.

 

Vedi anche:

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