“Pro bono patris” di P.C. Devescovi Recensione di R. Corsa

"Pro bono patris" P.C. Devescovi. Recensione di R. Corsa

Pro bono patris – Carl Gustav Jung e i suoi padri

di Pier Claudio Devescovi

(Bollati Boringhieri, 2020)

Recensione a cura di Rita Corsa

Vado qui a recensire il saggio storico forse più interessante apparso sulla scena nazionale negli ultimi anni. Il libro di Pier Claudio Devescovi, membro ordinario con funzioni didattiche dell’A.I.P.A., affronta implicitamente in ogni pagina – pur dichiarandolo solo alla fine – uno dei nodi epistemologici della storiografia, quello cioè dei rapporti fra verità storica e verità narrativa e, in termini più junghiani, del rapporto fra Mito e Storia. Come scrivevo di recente, «uno dei tanti limiti della storiografia psicoanalitica è proprio quello dell’innocenza della fonte: non vi può mai essere una fiducia illimitata nella fonte, perché essa è sottoposta a mediazione tra tempo, memoria (biologica e storica) e soggettività. Se la traccia (testimoniale o documentale che sia) non è innocente, lo è ancor meno lo studioso che la ricostruisce e commenta» (2019, 577). Lo storico della psicoanalisi non può invero eludere la questione cruciale, che vuole la sua indagine non riducibile a un modello storiografico basato esclusivamente sui testi, i diari, gli epistolari, i resoconti biografici. I soli documenti non dicono nulla sull’argomento principale della psicoanalisi, cioè i processi inconsci. Di converso, l’affidarsi esclusivamente all’archivio interno, al registro della memoria, trasforma la storiografia in una trasmissione orale di un mito, o in uno storytelling, del tutto svincolati dal fatto provato. Una prospettiva esclusivamente narratologica – cioè basata sulla costruzione senza avvalersi di alcun lavoro di ricostruzione – mina le fondamenta della storicità del vivente (Musi, 2009/2018). La “verità storica” (Haynal, 2005) non può quindi prescindere dalle fonti, che sono in rapporto strettissimo con “i fatti”: il ricercatore deve operare nel rispetto delle procedure che vanno dall’indagine delle fonti, alla loro ricostruzione, comparazione e confronto, sino ad approdare alla critica e all’interpretazione (Musi, 2009/2018). Io credo che neppure la storia della psicoanalisi possa sottrarsi a tale articolato processo, che prende l’avvio dalla disamina di impronte probanti, altrimenti si corre il rischio di perpetuare in maniera inesorabile «il piglio antistorico della psicoanalisi», secondo la folgorante definizione di Borgogno (2019, 268).

Fatte queste premesse, il lavoro cui si è sottoposto Devescovi è specialmente estremo e fatigante. Egli ha voluto rileggere in particolare i primi capitoli dell’autobiografia di Jung, le tante interpretazioni di tale autobiografia e alcuni carteggi junghiani per compararli al materiale archivistico del tutto inedito da lui scovato negli archivi delle Università di Gottinga e di Basilea. Ben si sa che, per stessa ammissione di Jung, il volume Ricordi, sogni, riflessioni racconta la “sua verità”, il suo Mito, in quanto la sua vita «è la storia dell’autorealizzazione dell’inconscio» (Jung, 1961, 27). Il fine ultimo della sfida di Devescovi è quello di «mettere in luce la realtà storica» del padre di Carl Gustav Jung, il pastore Johann Paul Achilles Jung, «al di là del ritratto che ne ha fatto il figlio […] più o meno fedelmente ripreso dai suoi biografi» (Devescovi, 2020, 96). Insomma, quella di Devescovi è una coraggiosa operazione di riposizionamento del padre nella collocazione storica che gli spetta, in uno strenuo corpo a corpo tra la realtà fattuale e la realtà forgiata dal mito. Pro bono patris.

È ben nota l’incessante opera di svilimento della figura paterna compiuta dallo psicoanalista Jung per tutto l’arco della sua esistenza. L’autobiografia, scritta a 83 anni, non lascia dubbi in tal senso: un conflitto solo in apparenza lontano e superato, quello con la figura paterna. Nelle prime pagine Jung, invero, afferma a proposito del padre: «Padre significava per me qualcosa di cui ci si può fidare e: impotenza. Questo è l’handicap con cui ho cominciato» (Jung, 1961, 33). Il padre Paul, laureato in Teologia a Basilea e con un brillante dottorato in Lingue Orientali conseguito a Gottinga, abbandona una promettente carriera universitaria per farsi pastore in piccole comunità. Sono con ogni probabilità questioni di ordine economico a dirigere questa scelta, che gli consente di sostenere la famiglia, ma che non gli verrà mai perdonata dal primo maschio, Carl Gustav, venuto al mondo, e sopravvissuto, dopo il lutto di ben tre figli morti appena nati. La rinuncia del padre a un luminoso futuro da intellettuale suscita nel figlio maschio sentimenti di pietà, di compassione e di profondo risentimento. A quanto dichiarato nei suoi Ricordi (1961), uno dei contrasti più aspri tra lui e il genitore riguardava proprio il problema della religione e della fede. Emblematico è il commento che Carl dà al suo celeberrimo sogno ad occhi aperti, fatto verso i 12 anni e riportato nell’autobiografia, dove Dio seduto su un trono grandioso defecava sulla Cattedrale di Basilea, facendone crollare le mura: «Ecco cosa mio padre non aveva capito […] gli era mancata l’esperienza diretta della volontà di Dio […] non aveva mai ricevuto il miracolo della grazia che tutto risana e tutto rende comprensibile» (ibid., 68). Per Carl al padre era stata interdetta quell’«avventura dello spirito» di cui lui, invece, aveva sperimentato la grazia forse già negli anni giovanili, come si può intuire dalle conferenze da allievo tenute alla società studentesca della Zofingia presso l’Università di Basilea – di cui anche il padre aveva fatto parte -, quando sosteneva l’elemento del “mistero” a fondamento della religione cristiana.

Il processo di mortificazione del paterno spinge Jung a trovare un modello sostitutivo maschile su cui costruire il mito personale per poter narrare la sua mitobiografia, riedificando le proprie origini. La leggendaria figura del nonno paterno, Carl Gustav Jung I, che si favoleggia fosse addirittura il figlio naturale di Goethe, si presta perfettamente: di carattere allegro, creativo ed estremamente vitale, fu uno stimatissimo professore universitario, rifondò la facoltà di Medicina a Basilea e fu uno dei medici più ricercati e apprezzati della città, tanto da essere nominato Rettore del locale ateneo. Come illustra Devescovi: «agli occhi del nipote vi [era] un nonno molto più affascinante di quanto non fosse in realtà suo padre» (2020, 34). Paul, invero, era «un uomo tranquillo, senza pretese, con animo gentile, che sapeva mirabilmente predicare ai contadini ed era universalmente amato e rispettato dai propri parrocchiani. Secondo un’altra fonte […] il reverendo Paul Jung era considerato dai suoi colleghi un uomo piuttosto noioso» (Ellenberger, 1970, II, 764).

Ma Devescovi non si lascia sedurre dai tanti commentari più o meno ortodossi che hanno costellato la letteratura junghiana sul tema del paterno, e allarga la prospettiva interpretativa del mito personale junghiano. L’Autore rivisita non solo il sogno a occhi aperti della Cattedrale di Basilea, sopradescritto, ma anche un altro, famoso sogno, che Jung avrebbe fatto in età infantile, il Sogno del fallo sotterraneo, rievocato ancora una volta nei primi capitoli dell’autobiografia. In estrema sintesi, Carl bambino scendeva in una fossa, dove si apriva una stanza ben illuminata, al cui centro era posto un trono regale su cui si ergeva un fallo di 4-5 metri d’altezza: «Quello strano corpo non si muoveva, eppure io avevo la sensazione che da un momento all’altro potesse scendere dal trono e avanzare verso di me strisciando come un verme. Ero paralizzato dal terrore, quando sentii la voce di mia madre […] che diceva “Sì, guardalo! Quello è il divoratore di uomini!” […]» (Jung, 1961, 37). Devescovi, facendo inoltre leva su dei documenti inediti da lui rinvenuti, che attestano che i genitori di Carl si erano sposati proprio nella Cattedrale di Basilea, propone un’ipotesi interpretativa moderna, che attinge ai concetti di mito delle origini e di antedipo elaborati da Racamier (1992). Tuttavia, il metodo che egli adotta nell’affrontare questo straordinario materiale è rigorosamente junghiano, seguendo quindi quanto Jung stesso «ha insegnato a fare nei suoi saggi sul lavoro con i sogni», che sarebbero la riproduzione della costellazione dei complessi personali (Devescovi, 2020, 87). Per Devescovi è plausibile l’ipotesi che il mancato rispecchiamento della madre – donna molto sofferente per le tante gravidanze portate a termine in maniera infausta in pochi anni, depressa e intimamente furiosa con il consorte – abbia ostacolato nel primogenito Carl il processo di “lutto originario”, transito fondamentale dell’Io infantile, che rinuncia al possesso totale dell’oggetto. Il lutto dell’illusione di onnipotenza e di appartenenza totale alla madre permette la scoperta e il riconoscimento dell’oggetto. In Jung, il fallimento del lutto originario si sarebbe associato a un altro danno nello sviluppo psichico, la mancata “complementarietà”, per dirla con Racamier, tra l’edipo e l’antedipo. Per il giovane maschio, la posta in gioco dell’edipo è quella di accettare il terzo, il padre e il rapporto di quest’ultimo con la madre: da tale unione si crea il senso delle proprie origini. La posta in gioco dell’antedipo è, invece, la fantasia di autogenerazione. Un “antedipo ben temperato” permette al figlio di non sentirsi schiacciato dalla potenza dei genitori, ma di avvertirsi “co-creatore” insieme a loro della sua stessa identità. Di converso, “un antedipo non ben temperato” elicita fantasie di autogenerazione onnipotente, ed espone alla solitudine e all’assenza del riconoscimento dell’altro. Devescovi sostiene la tesi che «Jung abbia attraversato un antedipo non del tutto “ben temperato” e di aver portato con sé un senso, prevalente, di essere creatore di se stesso piuttosto che essere il frutto di una co-creazione fra se stesso e i propri genitori. Il sogno della cattedrale di Basilea sembra rappresentare, con tutta evidenza, un defecare sulle proprie origini, con tutto il disprezzo e la svalutazione che un gesto del genere veicola» (ibid., 46). Nel sogno del fallo sotterraneo, invece, pare essersi incarnato nella mente di Jung il logos materno, la personalità della madre (non accudente, depressa, violenta e irata con marito): l’aspetto distruttivo del fallo della Grande Madre, quasi la figurazione archetipica del logos rinchiuso nella madre-terra di cui Carl pare aver fatto esperienza (ibid., 91). Devescovi si chiede: «Se è vero, come il sogno del fallo sotterraneo sembra testimoniare, che nella parte più arcaica del complesso materno di Jung si ergesse una tremenda potenza distruttiva, […] come avrebbe potuto Jung bambino accedere a un edipo sufficientemente sano, accogliendo la potenza del padre e riconoscendola come amorevole?» (ibid., 93). L’incontro con gli altri Padri della sua vita, per tutti Eugen Bleuler e Sigmund Freud, sarebbe stato segnato dal difetto, dall’handicap originario: al riconoscimento di un padre doveva seguire la sua quasi immediata eliminazione. Egli non poteva ammettere, né tollerare, la potenza del padre al quale provava ad affidarsi.

Le riflessioni di Devescovi, supportate da tante carte antiche, trascinano a sorpresa il lettore nella contemporaneità, offrendo un’imprevista rappresentazione delle infinite magie di cui è capace lo studio della Storia, potente strumento di decodifica del presente e di previsione del futuro. Stefano Carta chiosa la sua acuta e dotta Presentazione del libro riformulando la domanda dell’Autore «Cosa ne ha fatto Jung del padre?» in questo modo: «Cosa ne abbiamo fatto noi del Padre?» (2020, 16). Una domanda che scuote l’oggi e che riempie di ombre il domani.

 

 

Riferimenti bibliografici

 

BORGOGNO F. (2019). Sándor Ferenczi, psicoanalista classico e contemporaneo. Rivista di Psicoanalisi, 2, 267-279.

CARTA S. (2020). Presentazione. In: P.C. Devescovi, Pro bono patris.  Carl Gustav Jung e i suoi padri. Torino, Bollati Boringhieri, 9-16.

CORSA R. (2019). Segreti corrosi dalla ruggine. Giovanni Dalma, una memoria da restaurare. Psiche, 2, 577-588.

ELLENBERGER H.F. (1970). The discovery of the unconscious. The history and evolution of dynamic psychiatry. New York, Basic Book [La scoperta dell’inconscio. Voll. 1-2, Torino, Bollati Boringhieri, 1996].

HAYNAL A. (2005). I segreti della psicoanalisi. In: A. Haynal, E. Falzeder, P. Roazen, Nei segreti della psicoanalisi e della sua storia. Roma, Borla, 2008.

JUNG C.G. (1961). Erinnerunge, Träume, Gedanken von C.G. Jung [Ricordi, sogni, riflessioni di C.G. Jung. Milano, BUR Rizzoli].

MUSI A. (2009). Memoria, cervello, storia. Napoli, Guida [New Digital Press, 2018].

RACAMIER P.C. (1992). Le génie des origines. Psychanalyse et psychoses [Il genio delle origini. Psicoanalisi e psicosi. Milano, Raffaello Cortina, 1993].

 

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