Psicoanalisi in giallo

Psicoanalisi in giallo
 
Raffaello Cortina Editore, pp. 194,  (2011)
 
Recensione di Pietro Roberto Goisis

Questi nostri colleghi, un affiatato gruppetto di valenti psicoanalisti pavesi, miscelando e associando liberamente tenenti e commissari con scrittori e psicoanalisti, spruzzando il tutto con un po’ di storie cliniche, invece che farci un risotto, hanno scritto un libro, che va letto a più livelli.
A un primo livello, è un racconto di storie o frammenti clinici.
A un secondo livello, però, prende uno slancio ulteriore e diventa un piccolo saggio sul genere “giallo”, nella letteratura, nel cinema e nella TV.
A un terzo livello, infine, è un libro che evidenzia molto bene come le menti o gli inconsci di paziente e analista si incontrino nel terreno delle fantasie (sogni e immagini) che le parole dell’uno creano e determinano nell’altro.
Ci sono a questo proposito degli esempi folgoranti per sagacia, creatività e narrazione che potrebbero essere utilizzati come sceneggiature per film o trame per romanzi e racconti.
Nel complesso è quindi un libro fruibile a più livelli, piacevole da leggere anche in virtù della diversità di scrittura e di pensiero che si evidenzia nei diversi autori. È noto che spesso questa caratteristica rappresenta un limite per i libri collettanei. In questo caso mi sembra che diventi invece un pregio e un valore aggiunto.
Mi fa piacere però evidenziare quella che considero la specificità psicoanalitica del libro, che rappresenta anche la specificità di “questi” psicoanalisti che l’hanno scritto.
Userò quindi le loro parole, tratte direttamente dal libro e dalle parole di alcuni autori.
Fulvio Mazzacane, ad esempio, segnala che elementi gialli compaiono in testi classici, ma si ritiene che il genere letterario giallo nasca con E.A.Poe in un periodo storico di poco precedente i primi lavori di Freud e quindi la nascita del pensiero psicoanalitico. Il presupposto, come nel pensiero freudiano, è che sotto le apparenze ci sia sempre qualcosa da nascondere. Come un investigatore classico l’analista ai suoi albori pensa che i meccanismi di rimozione nascondano nell’inconscio gli eventi traumatici della vita, pensieri e affetti che il lavoro psicoanalitico può riportare alla luce ricostruendo una verità storica
Nell’evoluzione del romanzo giallo, da romanzo di investigazione al romanzo hard boiled, e poi a forme variamente contaminate dei due generi, c’è una forte analogia con lo sviluppo del pensiero psicoanalitico e dell’immagine dell’analista. Allo stesso modo, oggi, un modo diverso di intendere l’analista è quello di immaginarlo coinvolto in una relazione intensa in cui sa che, pur forte della sua attrezzatura di base (le conoscenze tecniche, l’analisi che lui stesso ha fatto), deve immaginare ogni analisi come unica e cercare insieme al paziente delle soluzioni ad hoc.
L’obiettivo non è tanto o non solo la ricostruzione del passato, ma aiutare il paziente ad acquisire gli strumenti per poter vivere i propri pensieri e i propri affetti in maniera più soddisfacente, aiutato dall’analista in un’esperienza che cambierà alla fine entrambi.
Le vicende dell’87° distretto di Ed Mc Bain sono un’ottima sintesi di aspetti investigativi classici e di aspetti d’azione. I casi sono affrontati da agenti normali che rifiutano di appiattirsi al loro ruolo professionale, ma rivendicano il loro aspetto umano. Questo ha a che fare con la trasformazione dell’analista, da puro specchio delle vicende emozionali del paziente a professionista, che mette in gioco nella relazione analitica se stesso.
Maurizio Collovà, in questo senso, sottolinea come il genere “giallo”, nella sua rigorosa e indispensabile trama narrativa che, pur rispettando e privilegiando i colpi di scena, deve mantenere una “cura” alla coerenza, abbia delle analogie con la storia di ogni psicoanalisi. Alla stessa stregua dello scrittore giallo, e dell’alter-ego che lo impersona nella storia, anche lo psicoanalista deve mostrare la continua attenzione alla costruzione e cura delle condizioni perché l’analisi possa andare avanti e non incorrere in rischi di interruzione del processo.
Giovanni Foresti, appassionato studioso (o fan...) del tenente Colombo, così si esprime sul tema del “giallo”: “Il giallo mette in scena la punizione. I gialli mostrano una colpa specifica che consiste in condotte criminose specifiche. La colpa si deve a delitti concreti. Quello che più mi affascina in Colombo è che manca il momento della punizione. In Colombo l’umanità del colpevole non è mai negata. Nel lavoro analitico dovrebbe essere sempre così. E io credo che sia così il più delle volte. La ricomposizione dovrebbe fare a meno del momento del dolore e dell’umiliazione. Tutta l’arte consiste nel fare emergere la colpa senza mortificare il colpevole. Per questo quelle di Colombo sono inchieste cliniche”.
Pierluigi Politi, nel tratteggiare un parallelo tra la psicoanalisi e il giallo (quelli scritti da Fred Vargas), trae spunto dalla sua esperienza clinica nel campo degli abusi per affermare che serve a poco identificare il colpevole materiale, quello che è esistito, purtroppo, nella realtà, perché quasi sempre è già identificato, anzi spesso ben conosciuto. Il colpevole appartiene, nella maggioranza dei casi, all’entourage nella vittima, spesso si tratta di un familiare e proprio sulla base di questa relazione già esistente, si tesse l’abuso. Accanto a quello che sarebbe il vero colpevole, si pone frequentemente nella clinica un altro problema: il timore che esista un livello più alto, indistinto, di colpevolezza, che trascende l’esecutore materiale e riguarda la vittima, ovvero, la sua paura di avere colluso, almeno in parte, con l’abusante. Per questo è importante cercare, nel momento presente, di limitarsi al minor male possibile, affrontando poi insieme il lavoro comune. All’analista odierno è chiesto, dopo essersi familiarizzato con il contenimento, di riflettere anche sulla propria continenza, perché l’abuso sessuale è solo la punta più elevata e atroce di un continuum di situazioni analoghe, meno drammatiche forse, aventi in comune con l’abuso sessuale l’introduzione in volte cruenta di un significato precostituito in una mente non ancora attrezzata ad accoglierlo.
Il lavoro di Elena Molinari mi è sembrato molto affascinante per le impressionanti analogie con il pensiero e le azioni del commissario Montalbano, riportate in parallelo con il sofferto e doloroso ripensamento su di una analisi interrotta. Così l’autrice ci racconta il suo percorso: “Ho iniziato a interessarmi dei delitti del lavoro analitico attraverso il ritrovamento di una sensazione (rabbia, umiliazione, vergogna, disillusione, orgoglio ferito) nel finale di un romanzo giallo di Camilleri. Sentii di condividere più del dovuto la sua sensazione di fallimento e di rabbioso dolore. Quella stessa sensazione si associò subito a una storia analitica a cui avevo faticosamente evitato di pensare… a posteriori mi sembra evidente che avrei dovuto capire, già dal titolo (La paura di Montalbano), la pericolosità di quella lettura, come se qualcuno avesse infilato a tradimento il piede in una porta che io volevo ermeticamente chiusa, costringendomi a ospitare dolorosi pensieri…e ora mi propongo di tracciare un parallelo tra il modo di investigare del commissario Montalbano e quello analitico.”
Giuseppe Civitarese, in un raffinato saggio che spazia tra Bion e il regista Tsukamoto, passando per i fumetti e un paziente particolarmente complesso affrontato con sapienza e profondità, così conclude: “Ascoltare il paziente come se inconsciamente stesse facendo un commento sulla qualità del funzionamento mentale dell’altro in seduta rende più ricettivi e avvicina a livelli più intimi nella relazione. Vedere la réverie come qualcosa che non è estraneo a ciò che succede nel qui e ora può essere il modo più efficace per aiutare il paziente a passare dall’incubo al sogno…Ci invita più facilmente per così dire a non uccidere i nuovi pensieri. Se li si lascia nascere e crescere, ossia se cambia la visione che si ha di un problema, tante volte questo si risolve”. Un po’ come fanno molti detective che ci vengono raccontati.
E infine, Nino Ferro, che anche nel libro scrive l’ultimo contributo, ma è il primo tra gli autori, vero nume tutelare del gruppo di colleghi. Il suo è un viaggio immaginifico tra realtà (un allarme antincendio scattato di notte in un albergo congressuale), fantasie, film e narrazione, realizzato attraverso la consueta ricchissima aneddotica clinica che lo contraddistingue. A me piace pensare che questa stretta connessione tra la psicoanalisi e le diverse forme di espressione artistica sia uno degli sviluppi che la nostra disciplina potrà avere, riprendendo in modo stabile un posto significativo nel panorama culturale. In questo senso l’operazione che sta alla base del progetto del libro va ben oltre gli elementi segnalati finora.

Finisce qui la mia presentazione/recensione/commento al libro.

C’è posto anche, dopo tanti apprezzamenti, per una segnalazione critica. Tanto mi è piaciuta la veste grafica che ben definisce e confeziona il progetto, tanto ho avuto difficoltà a riconoscermi nella figura dell’analista detective che viene descritto in copertina. Forse sono ancora ancorato a una immagine antiquata del genere giallo, ma il concetto di indagine mi fa pensare a interrogatori, luci puntate negli occhi e ricerche spasmodiche del colpevole. So bene che nel libro questa modalità di intendere il processo analitico viene considerata antiquata e superata da un nuovo modo di praticare la psicoanalisi. Mi dispiace solo che quella parola in copertina presti il fianco a qualche fraintendimento.
Detto questo, consiglio davvero e spassionatamente a tutti la lettura di Psicoanalisi in giallo.
Sono sicuro che anche voi, come me, rimarrete poi in attesa delle successive e multicolori versioni…in rosso, in verde, in nero, in bianco…per ogni genere letterario e cinematografico possibile!

Gennaio 2011  

Leggi anche: Il senso di colpa e’ di sinistra? intervista a g. Foresti – Repubblica del 19 novembre 2011