Volevo essere una farfalla. Come l’anoressia mi ha insegnato a vivere di M. Marzano. Recensione di Laura Contran

Michela Marzano (2011)

Volevo essere una farfalla. Come l’anoressia mi ha insegnato a vivere

Arnoldo Mondadori Editore, pp. 210

Volevo essere una farfalla è un romanzo autobiografico, anche se definirlo romanzo può risultare alquanto riduttivo.  Michela Marzano, infatti, è professore ordinario all’Università di Parigi dove insegna Filosofia Morale e Politica ed è autrice di numerosi saggi e articoli tradotti in diverse lingue.

In questo libro racconta la sua storia di anoressia, la lunga “battaglia” per combatterla e gli ostacoli che ha dovuto affrontare: l’attraversamento della sofferenza, della solitudine, del vuoto, fino ad arrivare a una riconciliazione e ad una maggiore indulgenza verso se stessa.  Tutto questo viene descritto senza cedimenti autocelebrativi, né tantomeno con l’intenzione di fornire al lettore una guida per far un buon uso delle sue vicende personali. Il libro ha piuttosto il valore di una testimonianza che nasce, come afferma la stessa Autrice, dalla sua esigenza di “raccontare”, sostenuta dalla necessità di uscire da un silenzio durato molti anni. E non è certo un caso se Michela Marzano ha fatto dell’etica del corpo (e della cura) l’oggetto privilegiato della sua ricerca e del suo insegnamento filosofico.

L’anoressia, sostiene l’Autrice, è solo un sintomo, una delle possibili forme in cui può esprimersi il malessere della condizione umana, e resta un dramma del tutto intimo e individuale. Il cammino, difficile, verso la conquista della libertà da questa particolare dipendenza è peraltro imprescindibile dalla capacità del soggetto di assumersi la propria responsabilità, in contrasto con l’attuale tendenza a delegare “le colpe” al discorso sociale.

Le riflessioni critiche contenute in questo libro si propongono di de-costruire i luoghi comuni intorno all’anoressia, a iniziare da quelle interpretazioni psico-sociologiche (per non parlare delle « nuove rivoluzionarie teorie»sull’anoressia) che rischiano di generalizzare e quindi di banalizzare il problema.

Della sua lunga analisi, durata oltre dieci anni, Michela Marzano parla senza prodigarsi in elogi, ma i ricordi, anche dolorosi legati a questa esperienza sono presenti e ricorrenti e diventano, in alcuni momenti, vere e proprie considerazioni “teoriche”.

Vi proponiamo alcuni brani di Volevo essere una farfalla, scelti ovviamente in modo arbitrario, ma che auspichiamo riescano a incuriosire i lettori interessati al tema.

 «Talvolta il sintomo è anche questo. Proteggere da qualcosa di talmente profondo e pericoloso che non si può rischiare di portarlo allo scoperto troppo presto. Può sembrare assurdo, ma il rituale del “mangiare vomitare” dà l’illusione di controllare la situazione: è meglio restare prigionieri della dipendenza dal cibo, che lasciarsi andare all’angoscia terribile dell’assenza irreparabile …» (46).

«Bisogna imparare a interessarsi agli altri e a prendersene cura. Solo così saremo un giorno capaci di ricevere la cura che gli altri possono offrirci. Slittando definitivamente dal piano del dover essere a quello dell’essere …» (95).

«La complessità del desiderio umano è proprio questa … appetito, aspirazione, attrazione, voglia, fame, gusto, inclinazione, intenzione, passione, propensione, sete, tentazione … nel desiderio c’è proprio tutto. Ma a differenza di un semplice bisogno, il desiderio emerge proprio quando quello che domandiamo all’altro resta senza risposta.

Perché nel desiderio c’è un’eccedenza. Perché l’oggetto del desiderio è sempre un oggetto”perduto”. Perché possiamo passare tutta la vita a cercarlo, ma in fondo non lo ritroveremo mai … perché non sarà mai esattamente quello che vogliamo … perché crescere significa accettare la delusione … perché la vita spesso non è altro che una serie infinita di tradimenti …» (105).

«E’ difficile uscire dalla ripetizione. E’ difficile non essere più schiavi dello specchio deformante dello sguardo altrui. E’ difficile accettare di non essere capita, amata, accettata …

E’ difficile: Anche quando si impara a confrontarsi con il caos e con l’imprevisto. Perché ogni volta è la stessa storia. Accettare la tristezza che apre il baratro dell’esilio interiore. E sostare a lungo in questa landa desolata, anche quando si avrebbe voglia di fuggire via» (183).

Laura Contran