Qualche libro per le feste 2011

Ecco le proposte di lettura SPIWEB per le feste 2011:

 

Michela Marzano (2011)

Volevo essere una farfalla. Come l’anoressia mi ha insegnato a vivere

Arnoldo Mondadori Editore, pp. 210

Volevo essere una farfalla è un romanzo autobiografico, anche se definirlo romanzo può risultare alquanto riduttivo.  Michela Marzano, infatti, è professore ordinario all’Università di Parigi dove insegna Filosofia Morale e Politica ed è autrice di numerosi saggi e articoli tradotti in diverse lingue.

In questo libro racconta la sua storia di anoressia, la lunga “battaglia” per combatterla e gli ostacoli che ha dovuto affrontare: l’attraversamento della sofferenza, della solitudine, del vuoto, fino ad arrivare a una riconciliazione e ad una maggiore indulgenza verso se stessa.  Tutto questo viene descritto senza cedimenti autocelebrativi, né tantomeno con l’intenzione di fornire al lettore una guida per far un buon uso delle sue vicende personali. Il libro ha piuttosto il valore di una testimonianza che nasce, come afferma la stessa Autrice, dalla sua esigenza di “raccontare”, sostenuta dalla necessità di uscire da un silenzio durato molti anni. E non è certo un caso se Michela Marzano ha fatto dell’etica del corpo (e della cura) l’oggetto privilegiato della sua ricerca e del suo insegnamento filosofico.

L’anoressia, sostiene l’Autrice, è solo un sintomo, una delle possibili forme in cui può esprimersi il malessere della condizione umana, e resta un dramma del tutto intimo e individuale. Il cammino, difficile, verso la conquista della libertà da questa particolare dipendenza è peraltro imprescindibile dalla capacità del soggetto di assumersi la propria responsabilità, in contrasto con l’attuale tendenza a delegare “le colpe” al discorso sociale.

Le riflessioni critiche contenute in questo libro si propongono di de-costruire i luoghi comuni intorno all’anoressia, a iniziare da quelle interpretazioni psico-sociologiche (per non parlare delle « nuove rivoluzionarie teorie»sull’anoressia) che rischiano di generalizzare e quindi di banalizzare il problema.

Della sua lunga analisi, durata oltre dieci anni, Michela Marzano parla senza prodigarsi in elogi, ma i ricordi, anche dolorosi legati a questa esperienza sono presenti e ricorrenti e diventano, in alcuni momenti, vere e proprie considerazioni “teoriche”.

Vi proponiamo alcuni brani di Volevo essere una farfalla, scelti ovviamente in modo arbitrario, ma che auspichiamo riescano a incuriosire i lettori interessati al tema.

 «Talvolta il sintomo è anche questo. Proteggere da qualcosa di talmente profondo e pericoloso che non si può rischiare di portarlo allo scoperto troppo presto. Può sembrare assurdo, ma il rituale del “mangiare vomitare” dà l’illusione di controllare la situazione: è meglio restare prigionieri della dipendenza dal cibo, che lasciarsi andare all’angoscia terribile dell’assenza irreparabile …» (46).

«Bisogna imparare a interessarsi agli altri e a prendersene cura. Solo così saremo un giorno capaci di ricevere la cura che gli altri possono offrirci. Slittando definitivamente dal piano del dover essere a quello dell’essere …» (95).

«La complessità del desiderio umano è proprio questa … appetito, aspirazione, attrazione, voglia, fame, gusto, inclinazione, intenzione, passione, propensione, sete, tentazione … nel desiderio c’è proprio tutto. Ma a differenza di un semplice bisogno, il desiderio emerge proprio quando quello che domandiamo all’altro resta senza risposta.

Perché nel desiderio c’è un’eccedenza. Perché l’oggetto del desiderio è sempre un oggetto”perduto”. Perché possiamo passare tutta la vita a cercarlo, ma in fondo non lo ritroveremo mai … perché non sarà mai esattamente quello che vogliamo … perché crescere significa accettare la delusione … perché la vita spesso non è altro che una serie infinita di tradimenti …» (105).

«E’ difficile uscire dalla ripetizione. E’ difficile non essere più schiavi dello specchio deformante dello sguardo altrui. E’ difficile accettare di non essere capita, amata, accettata …

E’ difficile: Anche quando si impara a confrontarsi con il caos e con l’imprevisto. Perché ogni volta è la stessa storia. Accettare la tristezza che apre il baratro dell’esilio interiore. E sostare a lungo in questa landa desolata, anche quando si avrebbe voglia di fuggire via» (183).

Laura Contran

 

 

Elena Ferrante (2011)

L’amica geniale

edizioni E/O, pp. 328

Elena Ferrante è lo pseudonimo di un’autrice partenopea di cui non si conosce la vera identità. Uno dei suoi più noti romanzi, L’amore molesto, è stato il soggetto di un film di Mario Martone, girato diversi anni fa.

Fu allora che la scoprii e divenne una delle mie scrittrici preferite.

Forse mi affascina quel suo guardare alla città di Napoli senza edulcorazioni da cartolina, come chi conosce la città partenopea a fondo. Nel suo libro l’Armonia perduta (1986) Raffaele La Capria, altro napoletano in esilio volontario, dice che a Napoli c’è ancora la plebe a causa del fallimento della rivoluzione borghese del 1799 dovuto alla resistenza della plebe borbonica Sanfedista.

 Il libro della Ferrante è un viaggio nella vita di due donne che s’intreccia con la vita violenta di un rione degli anni ’50 situato nel ventre della città. E’ un rione misero e oscuro ( popolato da madri mediterranee arcaiche e padri-padrone), dove regna la miseria, l’analfabetismo e vince la sopraffazione violenta. Ma è anche un quartiere che esprime un’umanità dolente che lotta per sopravvivere. E’ qui che si svolge la storia di Lenù e di Lila, le due inseparabili amiche.  Lila è la versione femminile di uno scugnizzo ma dimostra un’intelligenza sconcertante e geniale.

Lenù l’ammira e la emula, conseguendo anche lei ottimi risultati scolastici. Le amiche condividono avventure incredibili e paurose dove la fantasticheria infantile si mescola alla cruda realtà. Le famiglie del rione non considerano la cultura un fatto importante della vita. Lenù cerca invece di riscattarsi ed emanciparsi proprio attraverso di essa, e ci riuscirà. Curiosamente il libro si apre con una precisa genealogia delle famiglie del rione. Odio ed amore, competizione e violenza, onore e dignità si declinano in un tessuto sociale di famiglie unite o divise da antichi rancori o legami. Un libro appassionante. Ecco tre brevi citazioni:

«La notte non riuscii a dormire. Cosa c’era oltre il rione, oltre il suo perimetro stranoto?… Lila diceva che, proprio nella direzione del Vesuvio, c’era il mare. Rino che c’era andato le aveva raccontato che era acqua azzurra, sbrilluccicante, uno spettacolo bellissimo…».

«Maestra: lo sai cos’è la plebe?

Lenù: sì la plebe, i tribuni della plebe, i Gracchi

Maestra: La plebe è una cosa assai brutta

E se uno vuole restare plebe lui, i suoi figli, i figli dei suoi figli, non si merita niente».

«Cos’era la plebe lo seppi in quel momento…la plebe eravamo noi. La plebe era quel contendersi il cibo insieme al vino, quel litigare per chi veniva servito prima e meglio, quel pavimento lurido…la plebe era mia madre, che aveva bevuto e ora si lasciava andare …».

Gabriella Giustino

 

 

Charles Hanly (2011)

Studi psicoanalitici sul narcisismo

Roma, Giovanni Fioriti Editore, pp. 162

Sebbene a tratti penalizzato da alcune inaccuratezze editoriali, questo agile volumetto di Charles Hanly, Presidente dell’IPA, raccoglie una serie di articoli di notevole interesse, il primo dei quali, particolarmente ricco e dettagliato, scritto in collaborazione con Jeffrey L. Masson. L’argomento è il narcisismo, che nel testo diviene terreno di confronto fra la “teoria classica”, esplicitamente difesa dall’Autore, e le vedute introdotte da Kohut. Gli scritti, che includono un inedito del 2010, coprono un arco di più di trent’anni e realizzano una discussione serrata dei principali assunti kohutiani, seguendo una modalità argomentativa particolarmente chiara e completa, che procede dal piano logico-teorico a quello clinico, con approfondimenti molto stimolanti nel campo della storia della cultura. E così, là dove si tratta di quella rivisitazione del “sentimento oceanico” freudiano che è il “narcisismo cosmico” kohutiano, alla discussione più strettamente teorico-clinica si affiancano pagine illuminanti sul misticismo orientale e occidentale. Ma anche sulla metafisica occidentale, suggerendone una lettura originale che, evitando i pericoli del riduzionismo, inteso come la tentazione di esaurirne in tale lettura il significato, ne propone un vertice di comprensione inedito e illuminante. Come nel caso di Aristotele, la cui visione dell’assoluto, dell’ens realissimus concepito come “l’attività del pensiero che pensa se stesso o un eterno stato di autocontemplazione” (23), viene inquadrata, appunto, in una dimensione narcisistica. Tornando al piano più strettamente teorico-clinico, le analisi vertono su nodi teorici fondamentali, come la proposta kohutiana della divaricazione fra una linea di sviluppo “oggettuale” e una “narcisistica”, apertamente e argomentatamente contestata dall’Autore, insieme alla possibilità di un narcisismo non regressivo, non difensivo e non, in ultima analisi, anche nelle forme più evolute e adattative, caratterizzato da un inemendabile stigma infantile.

Questo, in estrema sintesi, il filo conduttore del libro, che presenta, anche per il lettore di diverso orientamento, il vantaggio di affrontare il confronto fra modelli in maniera completa, appassionatamente “partigiana”, ma anche estremamente onesta e chiara, come facilmente si evince dal brano che segue: “[…] Kohut ci sta chiedendo di accompagnarlo in un regno dove il narcisismo è trasformato ‘in forme più elevate’. Lasciamo il mondo quotidiano delle normali relazioni oggettuali e ci viene offerto qualcosa di molto più allettante (…) è un ritorno, attraverso una nuova e non facilmente riconoscibile strada, al nostro precoce stadio infantile del narcisismo primario (…) al quale la psicoanalisi ci ha insegnato a rinunciare […]” ( 25-26).

Giorgio Mattana

 

A.Ferro, G.Civitarese, M.Collovà, G.Foresti, F.Mazzacane, E.Molinari, P.Politi

Psicoanalisi in giallo (2011)

Raffaello Cortina Editore, pp. 194

Leggete questi nomi di questi individui:

i personaggi dell’87° Distretto, il tenente Colombo, Jean-Baptiste Adamsberg, il commissario Montalbano, l’ispettore Tibbs, Sekiya, Keiko Kirishima, Wakamya, …

aggiungete i nomi di questi autori:

Ed McBain, Richard Levinson, William Link, Fred Vargas, Andrea Camilleri, John Ball,

Shinya Tsukamoto, …

confrontateli con la vostra conoscenza di questi psicoanalisti:

S. Freud, M. Klein, W.R.D. Fairbairn, W. R. Bion, T. H. Odgen, W. e M. Baranger, L. Aron,

J. Benjamin, G.O. Gabbard, J Grotstein, S. Mitchell, D.N. Stern, D.W. Winnicott, …

incrociate il tutto con le storie affascinanti di molte persone come:

A., B., C., D., F., G., H., L., Francesca, Katia, Bruna, Sandro, Roberta, Federico, Ilaria, Adriana, Carlo, Anna, Giovanni, Eliana, Antonio, Maurizio, A., Marco, Viridiana, Carla, Alberto, Teresa, paziente, Petula, bambina, Mara, Carla, Davide, …

iniziate quindi a miscelare energicamente (forse sarebbe più appropriato dire ad associare liberamente…)…

Cosa vi potrebbe venire in mente? Quale piatto riuscireste a cucinare? Cosa vi succederebbe?

Ai nostri colleghi, un affiatato gruppetto di valenti psicoanalisti pavesi, è venuto un libro!

Questo, Psicoanalisi in giallo, in realtà è qualcosa di diverso e di più complesso di un libro.

Come avrete capito dall’incipit, lo spunto di partenza degli autori è stata la loro pratica professionale come psicoanalisti clinici, confrontati quotidianamente nel lavoro analitico con i loro pazienti e le loro storie.

Poi, si dà il caso che gli autori siano anche persone curiose, lettori, spettatori, produttori di immagini e di sogni a occhi aperti. Così, mentre i racconti si dipanavano nei loro studi, le loro menti (e quelle dei loro interlocutori) iniziavano a produrre pensieri, ricordi, associazioni e così via.

A un primo livello, quindi, il libro è un racconto di storie o frammenti clinici.

A un secondo livello, però, prende uno slancio ulteriore e diventa un piccolo saggio sul genere “giallo”, nella letteratura, nel cinema e nella TV. Genere, come ben evidenziato nell’intervista a uno degli autori uscita su D di Repubblica del 19/11/2011 e pubblicato su Spiweb spesso considerato a torto come di “serie B” o di “evasione”.

A un terzo livello, infine, è un libro che evidenzia molto bene come le menti o gli inconsci, di paziente e analista, si incontrino nel terreno delle fantasie (sogni e immagini) che le parole dell’uno creano e determinano nell’altro.

Ci sono a questo proposito degli esempi folgoranti per sagacia, creatività e narrazione che potrebbero essere utilizzati come sceneggiature per film o trame per romanzi e racconti.

Nel complesso è quindi un libro, come spero di aver mostrato, fruibile a più livelli, piacevole da leggere anche in virtù della diversità di scrittura e di pensiero che si evidenzia nei diversi autori. È noto che spesso questa caratteristica rappresenta un limite per i libri collettanei. In questo caso mi sembra che diventi invece un pregio e un valore aggiunto.

Mi fa piacere però evidenziare quella che considero la specificità psicoanalitica del libro, che rappresenta anche la specificità di “questi” psicoanalisti che l’hanno scritto.

A me piace pensare che questa stretta connessione tra la psicoanalisi e le diverse forme di espressione artistica sia uno degli sviluppi che la nostra disciplina potrà avere, riprendendo in modo stabile un posto significativo nel panorama culturale. In questo senso l’operazione che sta alla base del progetto del libro va ben oltre gli elementi segnalati finora. Una delle funzioni della letteratura, è quella di far emergere in ogni epoca storica gli aspetti più inquietanti che l’uomo si trova ad affrontare. Non c’è dubbio che il genere giallo, e la sua evoluzione, e il pensiero psicoanalitico abbiano fatto tanta strada insieme nell’affrontare i problemi dell’identità, della sessualità, della potenza delle passioni, dell’illusione che l’uomo ha di poter governare sempre se stesso.

Detto questo, consiglio davvero e spassionatamente a tutti la lettura di Psicoanalisi in giallo.

Sono sicuro che anche voi, come me, rimarrete poi in attesa delle successive e multicolori versioni…in rosso, in verde, in nero, in bianco…per ogni genere letterario e cinematografico possibile!

Pietro Roberto Goisis

 

Parthenope Bion Talamo (2011)

Mappe per l’esplorazione psicoanalitica

Edizioni Borla, pp. 296

Il libro, curato da Anna Baruzzi e con la prefazione di Claudio Neri, raccoglie in ordine cronologico tutti gli scritti di Parthenope Bion Talamo. Sono venti lavori in un arco di tempo di undici anni, dal 1987 al 1998.

Sono scritti che spaziano da temi di tecnica e di teoria dell’analisi individuale ai gruppi, al rapporto tra uomo e ambiente, all’impensabilità della guerra nucleare, questi ultimi temi particolarmente cari all’autrice, attiva pacifista. Ne emerge il ritratto di una psicoanalista e di una donna autentica, aperta, interessata al sociale e alle istituzioni, curiosa e dal pensiero acuto ed indipendente.

Addentrandosi nella lettura degli scritti, complessi, ma di piacevole lettura, si intrecciano ai ricordi ed alle brevi notizie sulla famiglia Bion, le approfondite riflessioni psicoanalitiche sui testi bioniani, con l’intento di chiarirli per divulgarne il pensiero e spiegare/rsi il perché dello stile “ostico” di scrittura paterno, chi fosse il pensatore e l’origine del suo innovativo pensiero. Generosamente, l’autrice mette a disposizione del lettore il suo ricercare ed i mezzi da lei usati, anche le sue memorie private, per comprendere il pensatore. si domanda, ad es., (1988, 29):” ma cosa aveva in mente Bion quando parla di “intuire l’ignoto”? …che tipo d’idea, che tipo di tecnica sta dietro questa frase? Questo il punto in cui mettere in pratica le idee di Bion diventa arduo! “.

Si apprezza il rigore, la curiosità e l’onestà intellettuali di Parthenope, molti concetti bioniani (PS-D, caesura, etc) sono rivisitati e approfonditi, viene messo in rilievo il legame tra il pensiero di Bion e quello di Freud.: “può sembrare una strada molto lunga quella che ci porta dall’attenzione ugualmente sospesa agli elementi alfa del pensiero dell’analista, passando per la posizione schizoparanoide, l’oscillazione PS-D, il lavoro del sogno, ma in realtà, alla fine del percorso, quando si torna al testo freudiano, ci si trova ad aver fatto pochissimi passi: non siamo nemmeno usciti fuori casa, abbiamo solo adoperato una lente d’ingrandimento che ci ha regalato, in un guscio di noce, una galassia” (159).

In questa oscillazione esplorativa, la “mappatura” dell’analisi e della mente del paziente, concetti originali presenti in alcuni dei suoi ultimi lavori, fanno suggestivamente pensare all’importanza che dovette avere per lei quella carta geografica regalatale dal padre, quando aveva 18 anni.

Loris Zanin

 

 

Grazia Maria Mottola (2011)

Confessioni di uno stalker pentito. Una storia vera.

B.C. Dalai Editore, pp. 208

“L’innamoramento è sempre un’esperienza estrema: quando ci si innamora, l’altro diventa un’ossessione”. Ian McEwan

Il libro scritto dalla giornalista Grazia Maria Mottola è un libro insolito che racconta di quella particolare forma di ossessione amorosa a cui oggi diamo il nome di stalking. Quello che lo rende insolito non è il fatto che racconti di una storia realmente accaduta in cui la rottura non condivisa di un amore innesca una lunga e drammatica persecuzione, ma il fatto che la storia sia narrata, potremmo dire, dall’interno. L’Io narrante della storia, infatti, è Angelo che, prima di diventare uno stalker, era stato un uomo comune, con una vita apparentemente ordinaria: “nella testa le cose importanti della vita. Disegnate concrete, senza sbavature”. Una vita che da un momento all’altro viene travolta dall’incontro, inatteso e spiazzante, con Maria: “un incidente stradale sulle strisce pedonali. Stai camminando, passi col verde, gli amici ti aspettano in pizzeria, ma l’imprevisto ti travolge. Puoi restare invalido, addirittura morire, da quel momento nulla è più come prima”.

L’incontro con Maria è fatale perché attiva subito qualcosa dentro, qualcosa che sovvertirà dall’interno il rapporto di Angelo con la realtà stessa. “La sua sfera emotiva si è impadronita della mia: vivo tutti i giorni una simbiosi psicofisica e nel distacco con lei ogni volta muoio”.

La relazione, che sembra nascere dal “niente” e diventare subito “tutto”, si consuma presto. “Sei mesi di gioia, cinque anni di incubo”. Quando Maria chiude improvvisamente il rapporto sottraendosi a qualunque richiesta di spiegazione,Angelo viene risucchiato da un vortice di disperazione e di rabbia. Dal momento dell’abbandono la narrazione, come il pensiero di Angelo, si avvita sul pensiero ossessivo di Maria, sull’inspiegabile abbandono, sulla rabbia incandescente che il sottrarsi di lei gli scatena. Passo dopo passo la narrazione diventa una discesa agli inferi: la realtà esterna sfuma e sempre più drammaticamente Angelo oscilla fra un furore cieco e distruttivo e un’ossessione amorosa, fino al punto che l’odio e l’amore si toccano e si fondono in una macabra danza: “Per te ci sarò sempre amore, ma non mi vedrai. Quando mi vedrai sarà l’ultima cosa che quegli occhi che ho amato vedranno su questa maledetta terra. Sei già morta, amore“.

La storia di Angelo e Maria non finirà sul giornale: Angelo troverà un sostegno psicologico e un percorso che lo aiuterà a capire come l’abbandono di Maria abbia drammaticamente riaperto una porta su altri abbandoni senza spiegazione, su altri “tradimenti” ben più precoci e disorganizzanti.

Fra i molti meriti di questo libro, oltre a quello indubbio di affrontare un problema sociale tutt’altro che marginale, senza enfatizzarlo e senza banalizzarlo, c’è senz’altro quello di problematizzare l’impatto e le dinamiche che possono scatenarsi, spesso inconsciamente, a volte loro malgrado, fra due persone che s’incontrano.

“Ho sperato, lottato, mi sono compromesso, sfidando la sorte e la morte, mi sono spinto fino all’imprevedibile, trasformandomi in un mostro pur di raggiungerla. Ma chi volevo essere per mettermi l’animo in pace? Un furioso assassino, un triste suicida oppure una persona normale?”.

Benedetta Guerrini Degl’Innocenti

 

 

André Green (2011)

Illusioni e disillusioni del lavoro psicoanalitico

Raffaello Cortina Editore, pp. 206

L’ultimo saggio di André Green tocca un tema scottante (o meglio, “incandescente”come scrive Fernando Urribarri nella postfazione). Prova ne sia che, in modo inaspettato, l’Autore dedica il primo capitolo a uno dei casi clinici più famosi della storia: quello di Marilyn Monroe. La morte della famosa attrice non è stata solo “la morte di un’icona” ma il fallimento di un’analisi. E’ noto, infatti, che la Monroe fu in analisi con l’allora celebre psicoanalista Ralph Greenson: una relazione analitica complessa, travagliata, a tratti imbarazzante, condotta con un metodo che oggi non esiteremmo a definire poco ortodosso (per le innumerevoli trasgressioni del setting), ma nel quale Greenson credeva, perseguendo una sua ipotesi teorica sull’origine della sofferenza psichica della sua difficile paziente.

 

Ma la citazione di Green, senza dubbio suggestiva, vuole essere soprattutto emblematica e dà l’avvio ad una riflessione articolata e approfondita sull’efficacia e sulle disillusioni del metodo psicoanalitico nel trattamento delle patologie degli stati limite che costituiscono, dopo le nevrosi e le psicosi, il paradigma del modello contemporaneo.  Il concetto di lavoro del negativo, intrinsecamente legato alla pulsione di morte, al masochismo primario e al narcisismo negativo, fa da filo conduttore e si sviluppa in più direzioni: in senso clinico, metapsicologico, storico. Il particolare tipo di organizzazione psichica dei pazienti che presentano resistenze, a volte insormontabili, rispetto alla cura analitica (inclusa la sua interminabilità), mette in luce quello che Green ha definito “l’interiorizzazione del negativo”. Il setting interno dell’analista, svuotato dai suoi aspetti formali, diventa quindi un elemento centrale e richiede di essere costantemente ridefinito e modificato in senso “processuale e dinamico”. Sull’altro versante l’Autore, attraverso una rivisitazione storica di alcuni nodi cruciali dell’epistemologia psicoanalitica (con riferimento ai contributi innovativi apportati da Lacan, Winnicott, Bion) ritiene che la psicoanalisi del futuro debba lavorare a partire dalle macchie cieche delle teorie, in quanto come afferma Kafka, ripreso da Green «[…] il positivo ci è già stato dato».

Interessante, inoltre, l’accostamento proposto, “al di fuori dei dati clinici”, tra il lavoro del negativo in psicoanalisi e le diverse forme del negativo socio-culturale rappresentate dalle ideologie che hanno condizionato la nostra epoca.

Proponiamo al lettore tre brevi passaggi.

«Questo libro è il risultato di oltre cinquant’anni di pratica psicoanalitica. Mette insieme le idee raccolte attraverso la mia esperienza. […] Ci vogliono, sicuramente, molte doti per riuscire a eliminare gli ostacoli che hanno impedito lo sviluppo personale di un paziente ma, purtroppo, ho conosciuto, più spesso di quanto avrei immaginato, evoluzioni negative. […] Mi auguro che la lettura che propongo, supportata da alti, possa arrivare a chiarire un setting clinico che, a torto o a ragione, ritengo sia stato un po’ trascurato dai miei contemporanei».

«Non ritratteremo niente delle osservazioni che ci hanno spinto a riconoscere i meriti, ma anche i limiti, del setting classico e del suo contributo alla simbolizzazione. […] Contano di più le contraddizioni, a volte portatrici di oscurità, che la semplificazione riduttiva che getta la luce di una chiarezza illusori». (109)

«Dopo aver insistito a sufficienza sulle mancanze e delusioni del metodo psicoanalitico, è giusto ricordarne il carattere insostituibile. Se resta ancora molto da fare per spingerci sempre più avanti grazie a ciò che la psicoanalisi ci ha permesso di comprendere bisogna ricordare che nessun’altra via, più della psicoanalisi, può pretendere di approfondire la conoscenza dei meccanismi della causalità psichica […] E’ meglio conoscere l’avversario che l’analista dovrà affrontare piuttosto che disconoscerlo cullandosi in delusioni destinate alla sconfitta». (110)

Laura Contran

 

 

Sigmund Freud, Racconti analitici, Einaudi 2011

(introduzione di Mario Lavagetto e illustrazioni di Lorenzo Mattotti)

Scorrendo soltanto l’indice di questo libro appena uscito da Einaudi, magari vi chiederete se valga davvero la pena di sobbarcarsi la spesa di €75 per acquistare una raccolta degli ormai classici casi clinici di Freud, oltre a quattro casi dagli Studi sull’isteria, alla Gradiva, lo studio su Leonardo da Vinci, e una lettera alla moglie Martha: li abbiamo già letti, magari non raccolti in un unico tomo, ma facilmente reperibili nei singoli volumi dell’opera omnia Bollati Boringhieri, religiosamente allineati sugli scaffali dei nostri studi. Ma attenzione, sfogliate anche sommariamente le pagine: rimarrete sorpresi ed incantati dalle magnifiche illustrazioni che arricchiscono il testo, tavole inquietanti ironiche oniriche poetiche fiabesche (un po’ da fiaba dei Grimm, da  incubo infantile), ove scenari e personaggi surreali sono delineati in straordinari contrasti cromatici di intenso impatto emotivo/evocativo. E ancora, soffermatevi sul titolo: “racconti” analitici. Sta qui la novità, la differenza di sguardo con cui siamo invitati a rileggere quanto già conosciamo.

L’introduzione di Lavagetto ci guida in questa rivisitazione, presentandoci un giovane Freud appassionato e colto lettore, con una precoce vocazione alla scrittura, e ne segue i passi dalle lettere scambiate in adolescenza con l’amico Silberstein fino ai casi clinici della maturità.

Ci mostra Freud alle prese con il problema della scrittura clinica, ne individua slittamenti e oscillazioni di posizione, reticenze e ambiguità di fronte alla difficile scelta di quale possa essere il linguaggio e lo stile espositivo più appropriato per redigere un resoconto clinico. Ci sono i limiti posti dalle esigenze di riservatezza e discrezione, ma alla necessità di nascondere l’identità anagrafica del paziente si deve accompagnare la capacità di restituirne comunque la personalità.

Alla strenua rivendicazione di uno statuto scientifico per la nuova disciplina, si accompagnava comunque la consapevolezza che il verbale o il protocollo scientifico circostanziato – che si limita a rilevare e descrivere – non funziona, e occorre fare ricorso a strategie narrative che ordinino i fatti al di là del loro succedersi cronologico, inserendo una quota di elaborazione “artistica” da parte dell’autore che però non alteri la verità psichica degli eventi.

Lo scandaglio di Lavagetto nel corpus clinico di Freud lo porta ad affermare che, malgrado i tentativi del Freud “narratore” di privilegiare un modello narrativo classico e aristotelico, in realtà i casi clinici della maturità lo collocano di fatto all’interno della grande rivoluzione estetica nella scrittura letteraria di fine ottocento, in cui scompaiono le distinzioni tra soggetti ed eventi nobili o volgari, importanti o accessori, e l’unità del soggetto appare frantumarsi.

Proviamo ora, in via sperimentale, a mettere tra parentesi quello che vorrei chiamare la specificità terapeutica dei casi clinici, a considerarli a pieno titolo come racconti e ad attribuire a Freud il ruolo che compete all’autore […] L’autore vede e sa non soltanto quello che vedono e sanno i personaggi singolarmente presi e tutti i personaggi insieme, ma vede e sa anche più di loro, anzi egli vede e sa qualcosa che ad essi, per principio, è inaccessibile.  […]

Proviamo, con queste indicazioni, a trasferirci sulla scena della psicoanalisi […] [il paziente] con sé ha portato una storia che conosce ed è in grado di ricostruire, ma anche una storia che non sa di sapere e che le sue stesse parole gli tengono nascosta. Il medico deve mettersi in ascolto con la convinzione che dietro quello che gli viene detto, c’è “un più di senso, forse inesauribile” […]. Quando l’autore prenderà il posto del medico e si collocherà fuori dell’analisi, dovrà necessariamente affrontare e risolvere un duplice problema: non dovrà raccontare solo la storia di cui alla fine è riuscito ad impadronirsi, ma anche il modo in cui gli è stato possibile impadronirsene; dovrà non perdere di vista l’ordine cronologico degli avvenimenti e delle motivazioni  e nello stesso tempo non dovrà dimenticare il punto di vista pragmatico e dovrà raccontare come si è sviluppato il trattamento. (Dall’introduzione di Mario Lavagetto)

Maria Grazia Vassallo Torrigiani