Serotonina, di Michel Houellebecq. Recensione di Rossella Valdrè

Serotonina, di Michel Houellebecq (La nave di Teseo, 2019) 

Recensione di Rossella Valdrè

 

Michel Houllebecq è uno di quegli scrittori che, benché notissimo e tradotto in tutto il mondo (Premio Goncourt nel 2010 per La carta e il territorio), ha i “suoi” lettori.

Dall’esordio con Le particelle elementari, nel 1999, all’ ultimo romanzo Serotonina, fin dalle prime pagine ritroviamo il filo tematico dell’Autore e i suoi tratti stilistici, l’astuzia e la crudezza della prosa, l’esiguità della trama e, soprattutto, il dipinto disperato della condizione umana. “E’ una piccola compressa bianca, ovale, divisibile. Verso le cinque o a volte le sei di mattino mi sveglio ed il bisogno è al culmine, è il momento più doloroso della mia giornata. Mi accendo una sigaretta (…) il sollievo che mi dà la prima boccata è immenso, stupefacente. La nicotina è una droga perfetta, una droga semplice e dura, che non dà nessuna gioia, che si definisce interamente con l’astinenza e con la cessazione dell’astinenza (…) Mi chiamo Florent-Claude e detesto il mio nome” (pag. 7, 8).

Florent-Claude, disilluso dall’inutile matrimonio con la giapponese Yozu che sta per finire (e non ha senso che sia iniziato), consulente agrario con una buona posizione economica che gli garantisce l’affrancamento dai bisogni essenziali e dal non poter essere autonomo, quarantaseienne, non può vivere senza il Captorix, Serotonina. A prescrivergliela non è uno psichiatra, categoria tecnicistica che Florent-Claude detesta, ma il generoso medico generico Dr. Azote (riferimento, forse, alla depressione come malattia del nostro tempo diventata generale, di tutti, per cui a cosa serve uno psichiatra?). Uomo di genuina comprensione umana, Azote lo segue fino alla fine, consapevole della desolazione della vita, non potendo prescrivergli la morte, insieme al Captorix, sul finire della storia gli forniscee anche un inutile elenco di escort.  Ma la serotonina, molecola che ci butta negli abissi se ne produciamo troppo poca, permette a Florent-Claude di restare in vita, “rende passeggero ciò che era definitivo, fornisce una nuova interpretazione della vita, forse meno ricca, più artificiale e improntata a una certa rigidità. Non dà alcuna forma di felicità, e neppure di vero sollievo, trasformando la vita in una serie di formalità che permette di raggirare. Pertanto aiuta gli uomini a vivere, o almeno a non morire per qualche tempo” (pag. 331), ma presenta l’amaro prezzo di sopprimere la libido.

Per Florent-Claude il cui unico scopo, sollievo alla miseria umana è il sesso, il vivere è dunque paradossalmente reso possibile, ma senza alcun senso e piacere.

Quello che Florent-Claude inizia, e costituisce l’anima di questo romanzo “anti-romanzo”, tipicamente houllebecquiano, privo com’è d’una narrazione epica e lineare, è una sorta di recherche du temps perdu, un viaggio a ritroso, concreto e psichico, nei pochi luoghi e persone che sono stati per lui significativi. Una sorta di triste, ma ostinato e preciso bilancio esistenziale. Chiuso il matrimonio e l’ufficio, si trasferisce in un quartiere anonimo di Parigi dove nessuno lo conosce, alla ricerca di un’anomia che si fa condizione, altro paradosso, di un percorso identitario a ritroso, nell’altrettanto anonimo Hotel Mercure da cui, privo degli impegni del presente e dell’ingombro del futuro, inizia il suo viaggio.

Il percorso prevede essenzialmente tre personaggi, tre tappe esistenziali: Claire, un antico amore giovanile, l’amico Yameric e soprattutto Camille, il perduto amore di una vita, il cui ricordo, l’immagine, lo insegue ogni giorno in una sorta, direi, di persecuzione piatta (poiché tutto appiattisce il Captorix) da quando si sono, o meglio, si “è fatto lasciare”.

L’amore, come in tutti romanzi di Houellebecq, nonostante o forse proprio come unico balsamo, unica salvezza all’insensatezza della vita, ha grande posto anche in Serotonina; amore “che può svilupparsi solo sulla base di una certa differenza, (dove) il simile non si innamora mai del simile” (pag. 88) amore che viene diviso “dalla vocazione alla parola che non può che creare divisione e odio” ( pag. 88) dove le “qualità intellettuali non hanno alcuna importanza in rapporto alla bontà d’animo” ( pag. 89) e che solo nel sesso trova la sua espressione, la sua pienezza, e il suo inevitabile limite.

Rievocazione che sarà disperata,  non facendo che confermare l’irriducibile disfacimento del tutto, dei sentimenti come della stessa materia umana: Florent-Claude non trova che dei resti, dei relitti. Claire è diventata un’alcolista all’ombra di se stessa; l’amico da cui trascorre alcuni giorni è stato lasciato dalla moglie, sostenuto nel suo isolamento anche lui dal bere (sempre molti, in Houllebecq, i riferimenti autobiografici come la propensione al bere), un uomo che osserva il nulla davanti a sé, coltiva la sua terra in lotta con le nuove leggi europee che, con le quote latte, riducono sul lastrico i contadini, il lavoro primigenio della terra. Non manca mai, nell’anarchismo provocatorio dell’Autore, la feroce critica sociale qui collocata sullo sfondo (laddove era dominante nel precedente Sottomissione), al sistema, il capitalismo che ha ucciso nell’uomo ogni spinta al desiderio, e quindi alla vita, nell’illusione e nell’inganno di saturarli tutti.

E infine Camille, conosciuta nove anni prima come giovane stagista e “fu subito colpo di fulmine” appena andò a riceverla sui binari del treno, uno di quegli amori che, se si ha fortuna, capitano una volta nella vita, che riconosci subito, che conferiscono – unica occasione in questo mondo – restituzione di senso alla vita. Camille è davvero l’oggetto perduto, l’irrimediabile, l’occasione evaporata di una felicità possibile. Dopo alcuni anni di convivenza, un trasferimento per lavoro li separa, ma Camille sarebbe rimasta con lui….Abbiamo qui uno dei più bei passaggi del libro, “…un solo essere ti manca e tutto è spopolato (…) un solo essere ti manca e tutto è morto” (pag.146). Ma Florent-Claude non l’ha fermata, l’ha lasciata stolidamente andare, “avrei potuto proporle di interrompere gli studi, di diventare la mia donna. (…). Ma ancora una volta non feci niente, non dissi niente, lasciai che gli eventi seguissero il loro corso” (pag.161), lasciando andare Camille a Parigi, in una città che “produce solitudine”, gettata in quel “mondo sociale che è fatto per distruggere l’amore”. Poteva fermarla, lei sarebbe rimasta, la vita insieme avrebbe preso un altro corso, un altro senso: ma la lascia andare.

Benché Houellebecq si sia sempre detto ostile alla psicoanalisi (forse perché la sua cura è la sua arte, lo scrivere poesie da quando era bambino), trovo che pochi autori contemporanei siano, loro malgrado, così “psicoanalitici” ed incarnino così bene la psicoanalisi di oggi. Profondo conoscitore e appassionato lettore e traduttore di Schopenhauer (cui dedica il breve saggio In presenza di Schopenhauer nel 2017), non si può non cogliere la continuità tra la tendenza inutile della volontà di ogni organismo  al nulla che tanto influenzò Freud nel concettualizzare la pulsione di morte e nel suo generico, radicale pessimismo; l’intelletto come unica salvezza nella vita dell’uomo di spirito (la sublimazione); la caducità di ogni passione, la sua mancata presa sul soggetto: laddove ci si potrebbe salvare la vita, l’amore è lasciato andare, senza un perché, come ogni altra cosa, in un progressivo disinvestimento.

Splendido l’ultimo capitolo. A Florent- Claude, finito il percorso tra le sue macerie,  non resta che tentare di aumentare il Captorix – “(…) mio Dio quant’è difficile da sconfiggere la speranza, quant’è tenace e scaltra….” ( pag. 315) – lasciare l’hotel per un ancora più anonimo e periferico grattacielo dove, si lascia intendere al lettore, lo attende una lenta e precisa preparazione del morire.

Florent-Claude, e in questo l’Autore è squisitamente contemporaneo, potrebbe essere un paziente del nostro tempo. Intelligente, non gli manca nulla di materiale, ma tutto è disinvestito, il mondo è disinvestito e l’unico oggetto che gli avrebbe dato senso è stato, per coazione a ripetere, lasciato andare come tutto il resto, per lasciarlo nella disperazione di un rimpianto senza fine. Anche gli altri personaggi vivono lo stesso decadimento: Claire è appassita, l’amico abbandonato beve, la stessa Camille (che riesce a rivedere ma non osa avvicinare, capendone l’inutilità), vive sola e cura animali, con un bambino avuto in qualche notte di vuoto, e lo crescerà sola, e quando sarà grande sarà sola, la sua Camille che, al pari di lui, non può più credere alle promesse dell’amore.

Che cosa ci chiede il nuovo paziente? Serotonina, metafora della mancanza e di un rimedio che non basta mai, figura di una depressione nuova, moderna, passione triste (Houellebecq è un grande conoscitore anche di Spinoza) che non si incarna nel sintomo, ma nella sua assenza, che non chiede felicità, ma assenza di dispiacere e quindi anche di vita, poiché il dispiacere, come il piacere, fanno parte della vita. È l’uomo contemporaneo, sembra dire Houllebecq, grazie alla chimica “che lo fa non morire” votato non alla melanconia, ma a questa infinita tristezza?

“Ho la sensazione che lei stia semplicemente morendo di tristezza” (Dr . Azote, pag. 299)

“Morire di tristezza è una cosa che esiste, ha un senso?” (pag. 299) fu l’unica risposta che mi venne.

(Rossella Valdrè)

 

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