Storie di un figlio travolgente e di un padre travolto

Michele e Nicola Neri (2014)
Scazzi
Storie di un figlio travolgente e di un padre travolto[1]
Mondadori

Recensione- intervista a cura di Pietro Roberto Goisis con commenti e risposte di Nicola e Michele Neri

scazzi

 

“forse l’ho anche scritto perché,
come mi ha detto mio padre,
come gli aveva detto suo padre
eccetera eccetera,
bisogna buttare fuori quello che c’è dentro.
E se a questo punto non vi è venuto almeno un tremolo,
beh, è perché voi dovreste ancora viverla
la vostra adolescenza.”

Nicola

Sono convinto che la fortuna esista. E’ fondamentale saperla cogliere al volo.
Per una serie, appunto, di circostanze fortunate sono entrato in contatto con questo libro, anzi lo stesso si è addirittura materializzato sulla scrivania del mio studio, così com’è, nudo e essenziale, senza buste, carte o pacchetti. Allo stesso modo di come l’avrei trovato sugli scaffali di una libreria. Mi piace pensare che senza questa piccola opportunità non l’avrei mai incontrato. Sarebbe stato un peccato, mi sarebbe dispiaciuto. È un libro che, una volta iniziata la lettura (anzi basta forse il sottotitolo e le note di copertina), non può passare inosservato a chi fa il nostro mestiere e, in particolare, a chi si occupa di adolescenti. In realtà, già la sola copertina stimola il pensiero. O, meglio ancora, dato che la copertina è una elaborazione grafica della retro-copertina, il libro andrebbe letto proprio a partire dalla ultimissima pagina. Come un manga giapponese o uno scritto in lingua araba. Invece si tratta di una fotografia. Fortissima.

Inizio proprio da qui. Non so se è stata costruita ad arte, intendo dire scattata appositamente per il libro, o se è il risultato casuale e accidentale, ma assolutamente straordinario, di uno di quegli incontri magici tra un obiettivo fotografico e la vita.[2]
Michele: la foto, casuale, è di un anno e mezzo fa. Quando me ne hanno chiesto una ho pensato che potesse ben rappresentare un momento di interazione.

I nomi degli autori del libro e il sottotitolo dello stesso ci avevano già avvertito circa i contenuti. Le immagini di copertina e retro-copertina ne fanno da esemplare contenitore.

Un uomo e un ragazzo, il padre e il figlio, ripresi a mezza figura, sullo sfondo di un muro graffitato, si offrono al nostro sguardo. Il graffito sul muro, quel poco che si vede, ci mostra un fondale bianco (il biancone preparatorio) e delle spruzzate rosse e nere. La fantasia, l’immaginazione e le associazioni rimandano da un lato a delle gocce che scendono dall’alto, la pioggia forse delle lacrime, dall’altro a una sorta di mezza aureola intorno al figlio, forse un arcobaleno bicolore, una mezzaluna o un setto divisorio tra i due. Ambedue indossano un giaccone sportivo. Nicola, il figlio, ne porta uno di pelle, segnato graficamente da una specie di freccia sul davanti e dalla marca sull’avambraccio. È una giacca da motociclista. La sua vita, in effetti, è andata molto di fretta, anche con qualche rischio, e la strada, con tutti gli imprevisti connessi, ha molto a che fare con la loro storia e quella del libro. Michele, il padre, mi sembra ne indossi uno dalla foggia marina. Anche lui ne deve averne navigato di mari, più o meno tempestosi.
Sto parlando di una immagine e dei suoi dettagli, di qualcosa che vedo e sul quale costruisco un pensiero. Non è un caso. Lo sguardo è, infatti, l’elemento più significativo della foto, il primo dato che mi ha colpito e interessato. Le facce e gli sguardi dei due protagonisti sono molto differenti, ma ugualmente interessanti. Il figlio guarda noi e l’obiettivo. Guarda in avanti, forse verso il futuro, anche se l’espressione ha un che di melanconico, non so se come resti del passato o timori e incertezze per il dopo. Non sembra che il padre che gli sta accanto sia per lui di grande interesse (in realtà potrebbe rappresentare chiunque o qualunque cosa). Il padre, invece, guarda il figlio. Gli occhi, addirittura, si curvano verso il ragazzo ancor più di quanto faccia la testa. Gli occhiali e le piccole rughe intorno agli occhi sembrano indicare lo sforzo e la necessità di rendere la visione più chiara e dettagliata. La bocca si piega in un sorriso. L’insieme mimico compone quello che noi chiamiamo “lo sguardo sull’altro”. Cosa vedo in quell’unità? Un misto di compiacenza, soddisfazione, incredulità, timore, attesa, inerzia, affetto e rispetto. Forse anche un po’ di distacco. Forse è troppo a fianco del figlio?
Prendo una frase direttamente dal libro. “Da quando ti ho preso in braccio in ospedale (eri appena nato e già mi guardavi con aria di sfida; credimi, era così), tu ti sei sentito un essere speciale, nel senso che con i tuoi occhi sembravi chiedere subito che cosa ti nascondessi di fondamentale.” Ambedue mi sembrano, tornando alla foto intera, un po’ “al muro”.

Caro Nicola, caro Michele (per “licenza poetica” inverto volutamente l’ordine dei vostri nomi), come avete visto da queste poche e prime righe, ancor prima di aver letto il vostro libro, solo da un titolo/sottotitolo e da una copertina, già mi sono sentito preso dalla vostra vicenda e dal vostro racconto. Vi ho letto tutto di fila, sfruttando ogni attimo del mio tempo libero, come mi accade quando il racconto è avvincente e coinvolgente. Si mischiavano, infatti, la curiosità per la storia, il desiderio di sapere come sarebbe andata a finire (anche se, ovviamente, non è finita….ma parecchia strada è stata fatta…), l’abile costruzione narrativa, ma anche un inevitabile senso di sgomento per quello che andavo a leggere. Vi confesso che in certi momenti ho avuto la voglia irrefrenabile di smettere la lettura, di mollare tutto. A tratti gli eventi e le emozioni connesse erano troppo forti e penetranti. Ho provato anche molta tristezza e a volte, anche se non mancano spunti divertenti e una sana ironia (fondamentali per la lettura e per la vita), un’atmosfera depressiva si è palesata tra le pagine e le storie.
Il vostro è contemporaneamente un libro leggero e un libro pesante. Spesso si vive un senso di tragedia, di tragedia imminente. Ogni tanto si entra in un mood cupo e triste. Si fa fatica.
Sapete perché ho continuato a leggervi? Perché, avendo voi scritto il libro, ero certo che foste ancora vivi e sufficientemente sani…non lo nascondo!
Vi confesso e vi anticipo subito che il libro mi è piaciuto tantissimo. Posso tranquillamente dire che, come ogni tanto mi accade con qualcosa nella mia vita, ho provato quasi un senso di “innamoramento” e di profondo coinvolgimento per tutta la vicenda. Mi è sembrato uno di quei libri necessari e contemporaneamente utili. Mi è venuto naturale parlarne durante alcuni incontri con colleghi, sia in ambito di supervisione, sia in ambito di formazione. Ma ancor di più mi è successo, in numerosi casi, di consigliarne la lettura a dei genitori con i quali mi trovavo a parlare dei loro figli e del faticoso attraversamento adolescenziale. Il campione non è ancora sufficientemente rappresentativo e immagino che molti genitori non abbiano ancora finito la lettura del libro; probabilmente non tutti mi diranno qualcosa, ma ecco il primo commento che mi è arrivato da un padre: “La ringrazio davvero molto per “Scazzi”. Mi sono sentito in compagnia. A presto.”
Raccontate, infatti, qualcosa che si può considerare come universale. È molto frequente nella nostra esperienza clinica incontrare coppie separate o figli che hanno vissuto, per non dire subito, la separazione dei loro genitori. Inoltre, anche se non sempre con le modalità così esasperate di Nicola, tutti noi abbiamo attraversato l’adolescenza e tutti i nostri figli e i bambini che sono nati e nasceranno la dovranno attraversare. Infine, è di grande attualità la riflessione sulla problematica relazione fra padri e figli, specialmente ai nostri tempi. La psicoanalisi si è sempre occupata ampiamente e profondamente della relazione tra le madri e i bambini. Ho l’impressione, peraltro condivisa da molti psicoanalisti, che abbia un po’ trascurato, invece, la problematica della relazione tra padri e figli. Il vostro racconto, non troppo fra le righe, ci dice molte cose su questa tematica e ci aiuta a pensare e riflettere.
“I genitori separati di un’adolescente sono costretti a cambiare ruolo, quasi sesso, più volte, anche al giorno, secondo momenti di difficoltà. Il figlio conta quindi su due padri o due madri, su mezze porzioni o su niente, ed è difficile che non ne soffra e non ne approfitti.”
Proverò ora a condividere con voi alcuni pensieri che progressivamente il libro mi ha suscitato. Continuerò a rivolgermi ad ambedue, anche se in qualche passaggio potrà succedere che mi rivolga prevalentemente a uno solo. Ogni tanto farò delle domande, quelle che si sono sviluppate in me a partire dai pensieri. Un po’ a voi, un po’ a me, un po’ a tutti. Mi farebbe piacere avere le “vostre” risposte, quelle che, per ora, avete trovato.
Come si attraversa quindi l’adolescenza? Come si fa a sopravvivere?

Michele: Dal punto di vista del padre, l’adolescenza del figlio si attraversa necessariamente in balìa degli eventi, perché c’è qualcosa che risuona nel padre e, soprattutto se il figlio è maschio, rischia di farlo rompere in mille pezzi come un vetro che vibra troppo forte. Se succede, è perché l’eco personale del tempo lontano ri-sentito nel figlio è troppo forte, sia perché c’è ancora qualcosa dentro che preme e si agita in sintonia con il figlio, sia perché c’è così tanto nel mondo di oggi predisposto a farti desiderare di essere ancora per un attimo adolescente.
Quindi una volta capito, da padre, che occorreva ammazzare fino in fondo l’adolescente che era ancora dentro di sé e voleva “cantare”, “ballare” e “ridere” a spese del figlio, interrotta ogni complicità con le sue conquiste, i suoi “svaghi”, con le irrequietezze, si può cominciare ad attraversare dalla giusta distanza l’adolescenza necessaria del figlio.
Come? Nel mio caso accettando sempre che si trattasse di un periodo di crisi, di impossibilità a essere normali, senza giudicare, rispettando il dolore, accettando i colpi che arrivano da un figlio che si è sentito abbandonato da piccolo, per via della separazione. Accettando di avere torto anche se si sapeva che non era vero, pur di conquistare quel peso necessario perché il figlio lo sentisse, e se ne sentisse protetto e al tempo stesso “sotto” questo qualcosa di più ampio e stabile, di pesante per necessità e di lavoro compiuto nella e dalla vita.
Il come è stato non porre limiti alla sua critica nei miei confronti e in cambio far passare chiaro il messaggio che alla sua salute, vita, futuro, sicurezza, intelligenza tenevo, ma come qualcosa di cui non fossi minimamente proprietario o destinatario.
E poi accettare i tempi lunghi, mostrare la speranza e la convinzione di un suo ritorno a quelle parti del carattere e delle scelte che lo avrebbero salvato e arricchito davvero. In un certo senso, amarlo al posto suo.

Nicola: Per me, come figlio, la domanda giusta non sarebbe come sono sopravvissuto, ma come riuscire a risvegliarsi. Il viaggio di questi anni non ha avuto un inizio, dei confini visibili e una fine promessa. Quello che è successo assomiglia a una morte con cui si comincia e con una rinascita con cui ci si saluta da quel tempo. Se sai di essere rinato da solo, tengo a sottolinearlo, allora sei sopravvissuto all’adolescenza. In questo senso finirla con l’adolescenza è diventare una sola delle tante persone che per un attimo potevi scegliere o meno di diventare. Non ho consigli, se non che per sopravvivere senza aver finto di attraversarla, oltre a rinascere da soli, devi anche sapere che una parte di quello che hai vissuto te lo devi portare dentro per sempre.
Chi, come me, incontra gli adolescenti e i loro genitori nell’attività professionale (nel mio caso ormai da più di trent’anni…) si pone queste domande quotidianamente. Nella vostra storia, nelle pagine finali, voi cercate di darvi una risposta e inserite delle riflessioni su questo tema e su quello dell’uscita dall’adolescenza. Come ho detto e scritto in molte occasioni, non penso che l’adolescenza sia una malattia. La considero piuttosto come una condizione fisiologica, certamente con delle manifestazioni particolari da considerare attentamente. L’ho sempre associata alla gravidanza, anche se non tutte le donne avranno un figlio nella loro vita, mentre tutti i bambini attraverseranno l’adolescenza. Se devo considerarla come una malattia, allora mi vengono in mente le malattie esantematiche, quelle malattie che quasi tutti i bambini possono sviluppare e che evolvono quasi sempre positivamente, ma che necessitano di cure, attenzioni e precauzioni. O, nel caso specifico, di “trattative” (alcuni psicoanalisti le chiamano negoziazioni o co-costruzioni). Meglio se condotte, come dice Michele, con occhi strabici.
Nicola, cosa avresti voluto davvero da papà? A me sembra che tutto il tuo racconto sia permeato da una disperata ricerca e richiesta dei suoi confronti. È possibile che in quello sguardo di papà nei tuoi confronti ci sia troppa attesa, distanza e quasi rassegnazione? Sarebbe cambiato qualcosa, anche se nessuno potrà mai dirlo o provarlo, se tuo padre fosse stato fin dall’inizio più presente, ma soprattutto più forte, fermo, contenitivo e anche un po’ autoritario? Come ti immagini da padre, a tua volta, se mai lo diventerai? E Michele da nonno?

Nicola: fatico a rispondere adesso a questa domanda, anche perché ho avuto l’occasione di dirgli quello che non mi andava e ciò di cui avevo bisogno man mano. Non sempre è successo quello che desideravo, ma il fatto di poter esprimere anche in modo violento i miei dolori e le mie idee di cosa potesse salvarmi o fare stare meglio, ha nel tempo impedito che si creasse una riserva invisibile di cose non dette, di rancore e di distanza. E dall’altra parte sempre per questo rapporto basato sul confronto diretto, quelli che io vivevo come suoi errori e aggressioni nei miei confronti, le ho dovute affrontare come fossi grande da sempre. In qualche modo questo ha reso tutto più reale, duro ma anche privo di uno spazio ulteriore di cambiamento.
Un padre più autoritario e fermo nel mio caso non avrebbe potuto ottenere molto di più se non di meno, perché, essendo separati, il mio carattere e la mia spinta verso gli estremi della vita erano troppo forti e sordi ai comandi. Nel caso non ci fosse stata la separazione, questo è tutto un mondo immaginario nel quale non trovo una risposta.
Da padre tenterei la cosa impossibile. Essere la controparte buona dell’animo di mio figlio. Proprio perché temo sarà simile a me. Faccio un esempio: gli parlerei di tutto ma non della parte cupa della vita, è meglio che se la scopra da solo. Così c’è una speranza che la canalizzi nella sua arte.
Mio padre nonno. La prima cosa che mi viene in mente è che non conosco anziani con gli occhi azzurri (inciso del padre: mi sembra interessante notare che mio nonno paterno avesse gli occhi azzurri come me e che io l’abbia sentito come il maschio della famiglia più vicino a me). Poi lo immagino leggero, sfumato, attento ma freddo.

Il papà ti ha attribuito queste parole: “Vorrei che quel giorno arrivasse qualcuno a tirarmi uno schiaffo e, stringendomi la testa in una morsa amorevole, mi chiedesse dove cazzo penso di finire comportandomi così. Ma non vorrei mai, mai che fosse mio figlio.”
Tu hai scritto: “Mi chiedi, ogni tanto, se preferisco un padre duro, no, ne voglio uno solido.”
La tua storia ci obbliga a delle attente riflessioni, anche spietatamente autocritiche. Immagino che un buon professore, leggendo la storia della tua relazione con la scuola e con gli insegnanti, non potrebbe fare a meno di ricordare le straordinarie parole di Don Milani, quando sosteneva che la bocciatura di uno studente, di un proprio allievo, è soprattutto la bocciatura di quell’insegnante e di quella scuola. Tu avrai avuto anche le tue buone difficoltà, ma è certo che in molti casi, in troppi casi, gli insegnanti e le scuole che hai incontrato non sono stati capaci di comprendere fino in fondo le tue caratteristiche e i tuoi bisogni.
Anche noi psicoterapeuti, la grande categoria degli operatori della salute mentale, dobbiamo utilizzare la vostra storia per fare delle profonde riflessioni sulla nostra professione, su come si può sentire una persona che arriva a contatto con noi, magari senza averne voglia, spesso senza rendersi conto di averne bisogno, quante volte difficilmente compresa da noi stessi.
Vi ho trovato ambedue abbastanza indulgenti nei confronti dei vari psicologi e affini che avete incontrato negli anni. Scrive Michele: “Analizzato come un fenomeno scientifico, mio figlio non dava segni utili alla comprensione. Avevano provato più volte gli psicologi, e Nicola se n’era andato. In questo modo. Da quello giovane: <Non mi piace; solo perché ha trent’anni, pensa di essere autorizzato, da Darth Vader in persona, a capirmi>. E dall’anziano, apriscatole di mille teste complicate: <E’ troppo brutto, ha una faccia da fungo. Non deve essere cattivo, però chi gli ha permesso di giudicarmi?”. E tu, Nicola, come ci hai vissuto? Come ti immagini da collega?

Nicola: Vi ho vissuto male per un insieme di cause. Perché chi ho incontrato usava troppo facilmente l’etichetta “adolescenziale” senza ficcarsi dentro la vita reale che mi riguardava. Amore, disagi, paure, rapporto con il futuro. E perché quando li ho incontrati andavo troppo veloce, la loro lentezza a entrare in sintonia con la mia storia me li rendeva non efficaci. Per esempio a nessuno era venuto in mente di coinvolgermi nell’atmosfera vicina e suggestiva di una canzone come 1979 degli Smashing Pumpkins. Di colpo invece di mille parole, un vero ponte si crea con quello che sento.

Penso che anch’io avrei fatto molta fatica con te, forse avrei fallito. Sai, è difficile trovare e riconoscere la fragilità in una persona che si presenta con così tanta forza e determinazione, come facevi tu. Non è una giustificazione, è solo un punto di vista, ovviamente.
Ci vuole molto coraggio, soprattutto per curarsi. Forse ce ne vuole ancora di più, magari anche con un margine di presunzione, per autocurarsi, come mi sembra abbia fatto tu.
In questo senso, ho avuto l’impressione che questo libro sia stato l’equivalente di un profondo percorso terapeutico. La cura non passa soltanto dentro gli studi e attraverso le relazioni terapeutiche. Molto spesso passa attraverso una passione, uno sport, una relazione umana, o anche attraverso un film o un libro. Cosa ne pensate voi due? Cosa è stato per voi questo libro?

Michele: Per il padre, scrivere il libro insieme al figlio ha significato molto.
E’ stato rivedere una buona parte della storia di quegli anni da una distanza fondamentale e che gli ha permesso anche di ridere e prendersi in giro, apprezzarsi o il contrario, rispetto al proprio operato, rivedendo quei momenti in cui pensava di essere un eroe e invece era un incapace o un egocentrico.
Ha voluto dire suggellare la pace con il figlio nel modo migliore, tessendola insieme.
Dimostrare a entrambi, capaci di molti inizi ma difficili a terminare, la bellezza di un progetto che si conclude.
Un modo per mostrare a mio figlio che la sua creatività può uscire allo scoperto con un po’ di fatica e costanza, e a me stesso che se s’impara a dosare il pensare con il sentire escono cose buone.
E che c’è una cosa che ci accomuna e che abbiamo scoperto soltanto scrivendo: pensiamo entrambi che essere il più possibile trasparenti e onesti, per scelta, per passione, sulla propria vita e sentimenti, sia il miglior modo per partecipare al mondo, agli altri, a chi ci conosce e chi è soltanto incuriosito.
E per ultimo, senza pretendere che sia un atto di generosità, forse di opportunismo “buono”, quando ero in battaglia con mio figlio, un libro così caldamente, ruvidamente vicino alla battaglia mancava, e mi sarebbe stato di conforto, o almeno di suggestione.

Nicola: Per il figlio, il primo risultato è stato trovare finalmente un modo per far scorrere fuori di me quel flusso di sensazioni, pensieri, spaventi, pezzi di vita appena assaggiati che mi strapazzano ogni giorno. Quasi a livello di tormento. Un modo neutro ma efficace, perché non diretto verso l’interno e quindi pesante e pericoloso per me, e nemmeno diretto a una singola persona all’esterno, che per quanto possa essere bello in certi momenti, rischia di abusare dell’altro.
In un certo senso corrisponde anche al mio piacere di essere “usato” dagli altri.
Ed è stato un modo speciale ed esclusivamente nostro per riabbracciarmi con mio padre, mantenendo sempre quella distanza interiore. Che sia stato un lavoro, un apprendistato professionale, il risultato di questo riavvicinamento, non è secondario o privo di significato.

A fianco della cura, o forse profondamente connaturata con la stessa, ci sta anche un concetto che è molto presente nel libro, quello della responsabilità che si sviluppa anche attraverso la considerazione del punto di vista dell’altro. Michele lo descrive con queste parole: “Provai a infilarmi, anche soltanto per un attimo, in quel mondo invisibile e senza protezioni, grezzo, infiammabile, dove Nicola si nascondeva sin dalle prime ore del mattino.” Il papà ti ha molto ascoltato da un certo punto in poi della tua vita. Anche scrivere è un modo per essere ascoltati, attraverso la lettura. I tuoi lettori, ora, continuano a permetterti questa cura.
È probabile che questa operazione sia stata in qualche modo più semplice per il papà, che aveva bisogno anche di confronto e di conforto attraverso gli stati d’animo e le esperienze degli altri padri. Forse per un figlio è più difficile, per numerose ragioni, mettersi nei panni dell’adulto; è una condizione che richiede lo sviluppo di capacità di integrazione e di maturazione che forse un adolescente non può possedere compiutamente. Per un ragazzo è molto più facile, e mi pare che sia stata un’altra delle tue capacità, mettersi in contatto con i bisogni e le necessità dei propri pari. È quello che ti ha permesso di rimanere vicino al tuo amico infortunato alla fine della grande Royal Rumble. Non credi?

Nicola: E’ vero. Però per rispetto della mia storia, questo sentire il bisogno di capire e essere vicino ai coetanei ha anche voluto dire spesso condividere scelte autodistruttive e non etiche. Le emozioni di legame non rispettano leggi. Nel caso della Royal Rumble restare vicino all’amico infortunato era per rassicurarmi sulla sua salute, ma dentro di me ero solidale anche con chi se n’era andato.

Ho impressione però che questa capacità ti sia mancata nel rapporto con le ragazze. Mi ha molto colpito come parli della relazione con le figure femminili. Posso anche dire di come le hai trattate. Mi vien da dire: male. È vero che molto spesso durante l’adolescenza un maschio (come te così profondamente dentro dinamiche gruppali e di genere) può vivere la figura femminile come misteriosa, forse anche un po’ pericolosa e minacciosa. Ma ti confesso che fa abbastanza impressione leggere i tuoi pensieri e i resoconti dei tuoi incontri con le ragazze. Sarebbe interessante, a questo proposito leggere la narrazione degli stessi avvenimenti fatta da una delle ragazze che hai incontrato. Ti immagini che cosa potrebbe dire? E’ possibile che ciò abbia a che fare con la storia dei tuoi genitori? Dove si impara a “stare” con una donna?

Nicola: Non riesco a immaginare la loro voce e non mi sembra di aver preso su di me il modo di mio padre di vivere le donne.
Posso dire invece che a “stare” con una donna non lo si può imparare se non dentro di sé. E’ un fatto immediato, naturale, involontario e inevitabile. Quello che puoi aggiungerci sono soltanto dettagli presi dove capita.

Credo che tu sappia perfettamente, ma forse lo sa un po’ anche il papà, di quanto male abbiate fatto ad alcune persone nella vostra esistenza. Mi vengono in mente tua madre e tua sorella. Della mamma, ad esempio, non parlate quasi mai. Ma sono convinto che la sua presenza, magari silenziosa, magari a casa la sera o la notte ad aspettare, magari a coinvolgere e cercare il papà quando non c’era, sia stata fondamentale per te. Ho l’impressione che con lei tu ti sia trovato a ribaltare i ruoli tradizionali: avevi bisogno di lei, ma decidevi che era lei quella estremamente bisognosa e quindi probabilmente non ti permettevi di chiedere aiuto.
Nicola ha scritto: “Continuavo a ripetermi che avrei dovuto essere indipendente e non fidarmi mai di nessuno. Non volevo più stare male. Ma non ero in grado, ed è questo il punto. Mi sono allontanato da tutti, senza averne la forza: ho confuso la voglia con la necessità.” “Avevo scoperto che mio padre poteva aiutarmi. Il fatto che forse riuscisse davvero a capirmi mi faceva rabbrividire e mi metteva in una agitazione tremenda. Non avrei potuto sopportare che qualcuno mi rivelasse cosa c’era dentro di me.”
Su tua sorella hai scritto delle pagine commoventi, nelle quali ti scusi con lei per quello che le hai tolto e quello che non le hai dato. Non dev’essere stato facile essere tua sorella negli anni difficili della tua adolescenza. Anche lei è “l’altro” che hai imparato a riconoscere e incontrare.
Ho l’impressione che anche i film ti abbiano salvato la vita e ho pensato che il vostro libro, in buone mani, potrebbe diventare un ottimo soggetto per un film sull’adolescenza…
hai mai visto il video clip di 1979, la canzone degli Smashing Pumpkins? Che ne pensi?

Nicola: Mi ha colpito il fatto che lei abbia associato questa canzone alla mia storia. Richiama un periodo scandito non da giorni, ma da emozioni. La luce della clip coincide con quella dell’adolescenza, in cui ogni cielo è bellissimo ma sul punto di diventare malinconico e cupo. Il video comunica un altro aspetto fondamentale di quest’età: il fatto che i ragazzi passino ogni momento con la loro seconda famiglia, gli amici. E nonostante siano sempre in gruppo, c’è sempre come una solitudine, la mancanza di qualcuno.

Altre due “cose” ti hanno salvato.
Il corpo che ha iniziato a dirti che quello che stava succedendo era troppo, che non ti stava dietro. Spesso ce ne dimentichiamo che siamo fatti anche di carne e biologia. E poi l’Amore, quello con la A maiuscola, quello che ti ha insegnato a “considerare i bisogni di chi mi era accanto”. Forse fin troppo, come nel tuo stile, fino ad arrivare a una relazione praticamente fusionale. “Non una fidanzatina, una vita a sé stante, ma una parte di me, sconosciuta e da proteggere.”. Però, dimmi che quello della cerimonia nuziale è un sogno o una metafora, vero?

Nicola: E’ a metà tra un sogno e un’utopia. Burocraticamente e intimamente eravamo pronti, ma poi appunto era un’utopia…forse la più bella.

“Perché lei mi aveva insegnato a tenerci davvero. Ma con lei era così difficile che, per avere la minima speranza di riuscirci, dovevo imparare a volerlo a me un bene dell’anima. E fino a quel giorno non sapevo nemmeno da dove si partisse.”
Infine, lasciatemelo dire senza timore di apparire anche un po’ sfrontato, quello che ti ha davvero salvato, quello che ha fatto un po’ come da contenitore di tutta la vicenda, probabilmente è un fattore abbastanza imperscrutabile e incontrollabile: il fattore C…! Che più elegantemente possiamo definire caso, ma forse sarebbe meglio chiamare con il suo nome, culo. Altri magari lo chiamano resilienza, fato, fede o destino. Preferisco essere meno prosaico. Perché ci vuole anche c*** per uscire indenni da una bufera come quella che hai attraversato, per non averne subito danni e anche per nascere dal lato giusto della strada o della città.
Poi l’adolescenza, bene o male finisce. Vi lascio con le vostre parole sul tema.
Michele: “Quando sono incazzato con te, Nick, poi mi consolo in questo modo: penso che tu sia andato in tutti luoghi dell’adolescenza dove potevi entrare; non hai avuto paura di ficcarci dentro le mani e anche di più. E così mi conforto sperando che forse, rispetto agli altri, anche a me, un giorno volterai pagina di colpo: dentro una maturità vera, e senza conti in sospeso.”
Nicola: “Non sono entrato in una fase, l’adolescenza come se avessi potuto scegliere fra alternative, segnalate da cartelli visibili, con scritto: si parte da qui per andare là. Non ci capiamo quasi niente neppure noi che ci siamo dentro, figuriamoci voi.” “Ho vissuto l’adolescenza come se fosse una vita intera. Adesso non so ancora dove sono capitato.” “L’ho scritto per me e per quelli come me, anche se, avrete capito, voglio bene a tutti, ma faccio davvero fatica a trovare un altro bastardo che traballa quanto me.” “E’ da pazzi pensare che uno si svegli una mattina per accorgersi che non sta scendendo più dal letto di quand’era bambino per pregare di poter guardare cartoni prima di andare a scuola; e non abbia nessuna idea e nessuna voglia di diventare uno che un giorno si sveglia, guarda l’ora, e dice: ho, mio Dio, sono in ritardo per il lavoro. Non vuole che sia così senza che quello in mezzo gli assomigli almeno un po’. Peccato che, proprio in quel momento, non ha la minima idea in cosa cazzo si sta trasformando.” “L’ho scritto anche per loro. Perché penso che il mio racconto possa far vedere che ci si può tuffare, anche se hai paura.”

Ecco, Nicola e Michele, ho finito di raccontarvi cosa ho provato leggendo il vostro libro. Cosa mi è rimasto dentro e qualcosa di quello che continuerà a significare per me.
Aggiungo che mi è venuta la voglia di rileggerlo, magari con più calma e attenzione. Lo farò.
Mi piacerebbe ora sapere cosa pensate voi di quello che ho pensato io. Se ve ne viene la voglia.
Liberamente…

Post scriptum

da Nicola Neri

Le dico sinceramente il suo scritto mi ha commosso. Sarei più che felice di rispondere. Proprio perché lei ha capito…
Con affetto
Nicola

da Michele Neri

Caro Roberto Goisis,
ho finalmente trovato il modo di leggere con calma il suo articolo-lettera-recensione. Domani le risponderò, ma voglio testimoniarle subito il piacere profondo con cui ho letto le sue parole, dove ho trovato chi ha davvero capito il senso del nostro tentativo. Speravo, senza però esserne sicuro, che il libro incontrasse un lettore come lei. Grazie

Michele

Febbraio 2014

[1] Il libro narra l’attraversamento di un’adolescenza a dir poco burrascosa. Gli episodi che la caratterizzano sono raccontati a due voci: il punto di vista del padre, Michele, e del figlio, Nicola.

[2] Se, come spero, queste righe avranno una risposta, lo scopriremo…