Teoria delle mine vaganti

Teoria delle mine vaganti

Come maneggiare il lato oscuro della forza.

Armando Editore, Roma, pagg. 288,  (2009) 

Recensione di Mario Pigazzini 

Il libro di Andrea Seganti ha suscitato in me una reale curiosità perché entra nel merito di alcuni miei specifici interessi: coniugare la psicoanalisi con le scienze antropologiche, le neuroscienze e le dinamiche dei sistemi complessi non-lineari. Lascio gli interventi più strettamente clinici, come quello fatto da Borgogno nella sua prefazione, al dibattito on-line che sta per iniziare sul sito web della SPI ed entro nel merito del commento.
Vorrei mettere in evidenza subito due definizioni date da Andrea Seganti stesso. La prima, usando le sue parole, riguarda la teoria delle mine vaganti: una teoria che collega in modo stringente il macrocosmo sociale con il microcosmo psicologico della sensibilità soggettiva individuale (225).
La seconda descrive la psicoanalisi: tutti possono concordare con la sua ampia definizione o, descrizione, dei fenomeni relazionali che intercorrono tra il paziente e il suo analista. Mi permetto di riprodurla integralmente come è scritta: “La psicoanalisi può essere considerata come una pratica sociale, basata sull’indagine introspettiva, che cerca di mettere nel fuoco della coscienza quelle sensazioni negative che sono state mandate in sottofondo per causa di precedenti accordi inconsapevoli o solo parzialmente consapevoli che sono stati contratti tra sé e gli altri. Essa favorisce gli stati di concentrazione sui propri vissuti soggettivi e cerca di ricostruire la storia di una persona fornendo un valore aggiunto che sta nel diventare consapevoli di quei vissuti che sono stati rimossi nel corso del tempo e continuano ad essere rimossi nell’attualità e che, pur continuando a viaggiare in sottofondo, possono essere rintracciati qui e là con apposite metodologie di informazione” (145).
Con queste affermazioni si delinea quella che Seganti chiama teoria – che chiamerei più correttamente “modello” – delle mine vaganti. Teoria, modello, ipotesi, universale e altri termini che popolano le astrazioni e generalizzazioni estrapolate dalle nostre descrizioni cliniche, sono spesso usati in modo del tutto aleatorio; se la chiarezza espositiva e concettuale è il primo elemento di un sapere che vuole configurarsi come sapere scientifico, forse è importante che anche noi impariamo a raggiungere un accordo consapevole ed esplicito su che cosa intendiamo con questa terminologia di base.
Sommariamente possiamo così ricapitolare la Teoria delle mine vaganti: nel corso della nostra evoluzione soggettiva – leggi infanzia – riceviamo informazioni sensoriali che sono in contraddizione con precedenti messaggi linguisticamente espliciti e viceversa; il soggetto vive così situazioni emozionali interne che lo portano a percepire la relazione come inganno e tradimento; queste sensazioni vanno a costituire quel sottofondo esperienziale, di diversa intensità, che condiziona poi tutta la sua vita di relazione, sia familiare che sociale.

1) Le altre scienze

Partendo dai lavori dell’Infant Research di Edwuard Tronick e degli altri autori che si dedicano a questa campo di ricerca empirica (si può trovare una sintesi nel testo di Manuela Lavelli, Intersoggettività: origini e primi sviluppi, Cortina, Milano, 2007) e del gruppo di Stern, Seganti costruisce la sua teoria delle mine vaganti anche attraverso simulazioni cliniche e questo è un altro aspetto positivo della sua apertura al nuovo; di fatto, egli imita gli esperimenti mentali, propri della fisica e delle neuroscienze, che permettono di affrontare tematiche nuove laddove la sperimentazione in vivo è difficile da realizzare.
Le idee sviluppate da Seganti nascono dalla comunicazione sensoriale madre/bambino come matrice degli stati mentali del bambino e di quella particolare organizzazione psichica che lui chiama “delle mine vaganti”. Nel corso di questa elaborazione fa spesso riferimento ai cicli naturali, che sono uno degli aspetti più studiati delle dinamiche non-lineari, porta molte indicazioni di tipo antropologico che prende dagli studi e dalla letteratura relativa ai popoli primitivi e arricchisce il testo con continue interazioni, con continui scambi con queste ed altre scienze, a tratti in maniera impercettibile; un modo davvero nuovo di intrecciare la trama dell’esistenziale e dello psichico, proprio della psicoanalisi.
Questa relazione/interazione con le scienze con cui noi psicoanalisti condividiamo maggiormente l’esperienza della conoscenza dell’uomo a costituire, per me, è la più importante caratteristica del libro; una via da imitare e da percorrere con coraggio, anche se le difficoltà si sentono.

A) – La prima difficoltà la trovo nel campo dell’antropologia; i testi che Andrea Seganti segnala nella bibliografia mi lasciano un po’ perplesso e forse sono un po’ riduttivi rispetto agli argomenti che tratta; questo penso sia una delle nostre difficoltà quando ci interfacciamo con le altre scienze. Tendiamo infatti a sposare una visione o una teoria perché si adatta – parafrasando Seganti si “iperadatta” o la facciamo iper-adattare noi – alla nostra visione o al nostro modo di capire e spiegare la realtà che intendiamo analizzare. L’esempio più classico fu l’adattamento coatto che Freud fece della psicoanalisi alla visione antropologica degli aborigeni australiani, utilizzando le indicazioni di Geza Roheim che, oltre a contenere molti errori di valutazione, le osservazioni condotte e riportate sono discusse con una certa superficialità.
Sulla civiltà degli aborigeni australiani, che conosco abbastanza, mancano testi fondamentali e non sottoscriverei alcune affermazioni di Seganti; penso che il mondo degli aborigeni australiani abbia da dirci molto di più. Ad esempio, nell’Appendice 2, a proposito di Prima, seconda e terza persona spiega alcuni concetti relativi a quella che lui chiama ‘micro-pragmatica del linguaggio’ sarebbe stato interessante un collegamento con gli studi sui linguaggi aborigeni che si sono sviluppati proprio a partire dalle dinamiche relazionali implicite nell’uso delle tre persone nelle tre declinazioni singolare, duale e plurale (vedi The Pitjantjatjara Grammar).
L’organizzazione linguistica degli aborigeni, oltre che essere estremamente “relazionale”, implicava anche concetti astratti piuttosto sofisticati che la nostra conoscenza non è stata ancora capace di capire fino in fondo. La stessa visione dell’universo aborigeno era molto più complessa, e andava al di là del concetto di ‘tracce’, di quanto Seganti sembra voler indicare, anche se lo spazio disponibile non gli ha permesso un approfondimento in tal senso; ne approfitto, però, per sottolineare l’importanza di continuare sulla strada da lui intrapresa specie nella direzione di un maggior scambio con gli antropologi. Anche le indicazioni che trae dal “Saggio sul dono” di M. Mauss richiederebbero un’analisi più completa ed accurata. Comunque, una strada è stata presa e non sarà possibile abbandonarla.
Ciò che mi piacerebbe si sviluppasse, oltre allo studio delle interazioni tra psicoanalisi e le singole culture, è la comprensione dello sviluppo dei processi mentali avvenuto nel corso dell’evoluzione. Gli studi antropologici e le scienze evolutive ci offrono, infatti, una serie di prospettive nuove da cui abbiamo molto da apprendere, ma a cui possiamo molto offrire e non solo grazie al parallelismo sottolineato da Freud tra linguaggio primitivo e linguaggio dell’inconscio. Se da una parte è apprezzabile lo sforzo di Seganti a estrapolare dall’antropologia elementi culturali che possono confermare il modello interpretativo che lui ha costruito, è anche vero che dobbiamo guardare ad una nuova interazione e reciprocità tra le due scienze, antropologia e psicoanalisi

B) – Interessanti sono anche i continui richiami alle teorie dei sistemi dinamici non-lineari. Queste teorie sono il background culturale scientifico di tutto il lavoro di D. Stern e della sua scuola, oltre che della stessa Infant Research (Joseph Lichtenberg, Psicoanalisi e sistemi motivazionali, Cortina, Milano, 1995); neanche la psicoanalisi ne è priva, anzi, è piena di concetti clinici ed elaborazioni di aspetti interpretativi che anticipano i modelli propri delle teorie dinamiche non-lineari e della complessità.
Pensiamo al concetto di sommazione presente nei primi scritti di Freud, in particolare quello sulla nevrosi d’angoscia: è identico al principio del modello non lineare del “mucchio di sabbia”; oppure al concetto di “impasto e disimpasto delle pulsioni”, che troviamo nel “L’Io e l’Es”, corrispondente al modello non-lineare dello “stretch and fold”. Molti autori utilizzano abbondantemente, anche se in maniera implicita, i modelli non-lineari nei loro saggi psicoanalitici e Seganti non fa di meno. Mi sarebbe piaciuto che l’Autore avesse dedicato più spazio ad alcuni di questi aspetti, magari in sostituzione di qualche pagina che risulta un po’ ripetitiva.
A differenza della parte antropologica, che risulta più esplicita in alcuni riferimenti, i contenuti che richiamano ai sistemi non-lineari sono forse un po’ troppo sottintesi. Ad esempio, là dove Seganti parla dell’archeologia astronomica avrei gradito una maggiore connessione con la componente matematico-scientifica; ciò avrebbe permesso una percezione più decisa del rapporto esistente tra queste scienze e la loro interazione con l’inconscio. Tutto il lavoro concettuale relativo alla fillotassi, già nota agli egizi e anche ad altri popoli, non viene presa in considerazione, eppure è alla base di molti concetti astronomici cui Seganti fa riferimento. Il rapporto tra astronomia, archeologia e antropologia è ricco di suggestioni ma a mio parere, qui, non adeguatamente trattato.
Un altro “sottofondo” che anima il libro è determinato dai due concetti peculiari delle teorie dei sistemi dinamici: oscillazione tra ordine e disordine e lontananza dall’equilibrio (più noto come far from equilibrium). Prendiamo ad esempio il sottocapitolo sulla strettoia della comunicazione (249). Stabilità e dissenso stanno al centro di questo paragrafo; così come ordine e disordine caratterizzano le dinamiche non-lineari, stabilità e dissenso caratterizzano ogni sequenza di informazioni capace di gestire l’ambiguità implicita in ogni comunicazione. Cito con piacere questa pagina perché esprime al meglio il “sottofondo” scientifico che dobbiamo imparare ad esplicitare.
La psicoanalisi ha tutte le caratteristiche proprie di una scienza e Freud, che nella sua più intima formazione era uno scienziato come si può vedere dal testo di Richard Panek, nel suo bisogno di radicare nella clinica e nella metodologia medica le specifiche strutture diagnostiche, terapeutiche e teoriche della psicoanalisi, non si era preoccupato di pensare come costruire un proprio apparato scientifico e, come dice Bion, ha lasciato a noi in eredità il compito di dare un’organizzazione scientifica alla psicoanalisi.
Brevemente, a proposito di clinica, fin dalle prime pagine mi è parso di intravedere una stretta connessione tra i concetti di Seganti e quelli di “organizzazione patologica” di Rosenfeld e J. Steiner; ho avuto la sensazione, che mi è rimasta, che le idee di Seganti collimino in vari punti con quelle degli autori inglesi. Sarebbe interessante comparare queste due teorie per evitare di cadere in una delle discrepanze della psicoanalisi per cui ogni autore si confeziona la propria teoria personale. E questo non è certamente un beneficio per la psicoanalisi.

2) La teoria delle mine vaganti

Come prima cosa viene da notare che il titolo del libro ha tutta l’aria di un ossimoro; teoria, che si riferisce ad un aspetto scientifico, è uno degli assiomi cardine della scienza mentre i termini mine vaganti sono una bellissima metafora. Dal punto di vista epistemologico l’incompatibilità è evidente, ma dal punto di vista psicoanalitico è certamente uno degli aspetti più attuali nel dibattito epistemologia/psicoanalisi. Alcuni colleghi, infatti, sostengono che ogni analista è una teoria psicologica o addirittura, all’estremo, che ogni analisi è una teoria epistemologica. Seganti non si addentra in questo discorso che sarebbe stato, a mio parere, doveroso approfondire pena il rischio che la teoria delle mine vaganti diventi l’ennesima teoria psicologica/psicoanalitica che lascia il tempo che trova.
Una teoria richiede infatti un insieme di modelli, verifiche, validazioni, confronti che sarebbe molto difficile attuare con gli scarsi strumenti che Seganti, come tutti i teorici psicoanalisti, ci propone. In questo caso penso che teoria valga come un insieme di concetti clinici legati tra di loro e capaci di dare spiegazione di alcuni fenomeni che si possono incontrare nella relazione terapeutica; in pratica un sottosistema o un sottoinsieme della psicoanalisi.
Probabilmente viene più facile attribuire a se stessi una visione scientifica là dove sarebbe più corretta una accezione fenomenologia, cosa peraltro estremamente utile nella pratica clinica, come ci ha insegnato Husserl (vedi Enzo Paci, Funzione delle scienze e significato dell’uomo, Il Saggiatore, Milano, 1970). Non dobbiamo dimenticare che Seganti utilizza in “sottofondo” – parola a lui cara – concetti scientifici in un modo che fa pensare alla fenomenologia husserliana più che alle suggestioni bioniane che rimandano a Cantor o Poincaré. Sarebbe interessante, per il dibattito, capire bene fino a che punto una visione fenomenologica della psiche, inconscia e non, possa interfacciarsi con una vera e propria teoria scientifica della psicoanalisi; rilancio a Seganti l’onore della disputa.
Forse il problema non sta tanto nel raggiungere un agreement, un consenso sulle affermazioni clinico-metodologiche contenute nel testo, quanto nello snodo che una descrizione così ricca può implicare. Ho già accennato prima al fatto che, dal mio punto di vista, le mine vaganti potrebbero essere inserite in un confronto facilmente accettabile con le organizzazioni patologiche di Rosenfeld. Non è tanto il consenso con il già teorizzato che anima la mia riflessione, quanto il rimando alla soggettività propria dell’analista durante il suo lavoro.
Indubbiamente, dopo aver letto il libro di Seganti, mi è stato più facile trovare corrispondenze, nelle osservazioni cliniche che andavo facendo con i miei pazienti, con le sue affermazioni, che mi portavano a saltellare qua e là nel campo di altre teorie similari. Questo rafforzava la mia convinzione di una corretta percezione degli stati d’animo e/o dei giochi relazionali del paziente; pertanto benvenuto questo nuovo apparato concettuale che aiuta a cogliere e a confermare in noi la qualità di certi nostri insight.
In sintesi, i contenuti concettuali che animano questa visione d’insieme che va sotto il nome di Teoria delle mine vaganti riguardano i concetti di inganno e tradimento, che sono declinati come elementi fondanti il gioco relazionale. Inganno e tradimento costituiscono le basi che vanno a formare la facciata dei comportamenti relazionali. Il concetto di “sottofondo” è ampiamente utilizzato e a tratti intercambiato con “sottotraccia” e richiama al gioco gestaltico di figura/sfondo. Il sottofondo emozionale si costruisce attraverso le convenzioni, le collusioni o gli accordi più o meno inconsapevoli tra genitori e figli da cui nascono poi le spinte relazionali che, in maniera più o meno costruttiva o distruttiva, determinano la vita psichica e relazionale degli individui. Altri concetti che circolano abbondantemente sono l’idea di adattamento e/o iperadattamento, di micro- o macrocosmo, di evitamento e così via.
Tutti questi concetti, per come sono stati intrecciati da Seganti, hanno un loro fascino e formano un costrutto abbastanza consistente e coerente tale da poter offrire un buon quadro d’insieme di esperienze psichiche primarie in evoluzione e poi consolidate in formazioni psichiche anche patologiche.

3) Apertura di prospettive

In questa terza parte vorrei fosse chiara l’idea che se il lavoro di Seganti si apre a varie critiche è proprio per via delle novità che importa nel campo psicoanalitico; allo stesso tempo, però, queste critiche devono diventare una sorgente di vivaci discussioni.
Uno degli aspetti che mi sembra irrisolto, o addirittura non affrontato, è il concetto di esplosione. Seganti afferma che, in certe situazioni, la mina vagante esplode, concetto per altro già suggerito da Freud quando parla delle nevrosi d’angoscia. Ovviamente non è un inconveniente esclusivo del modello di Seganti, è un problema che ho trovato più volte nelle varie teorie derivate dalla psicoanalisi ed è duplice, metodologico e clinico.
Dal punto di vista metodologico, se utilizzassimo il modello matematico de “il mucchio di sabbia”, già ampiamente descritto da Freud in vari testi (Studi sull’isteria e La nevrosi d’angoscia) là dove parla di sommazione, potremmo – come fanno i matematici con i fenomeni naturali – prevedere con buona approssimazione, per prevenirlo, l’evento che vorremmo evitare che accada. E’ chiaro che questo comporta la costruzione di un modello con variabili deterministiche proprie della psicoanalisi, certamente difficile da elaborare ma che, data l’importanza, varrebbe la pena sperimentare.
Dal punto di vista clinico, invece, ho spesso l’impressione che sia sottovalutata quella che io chiamo la violenza del dolore dell’odio e della vendetta, che può portare all’esplosione di distruttività sia auto- che eterodiretta, come descritto in certe cronache che leggiamo sui giornali. Pensiamo anche al dolore delle vittime innocenti di delitti o dei superstiti di tali delitti, che di fronte alla mancanza di giustizia, di una prospettiva di riparazione, di un’elaborazione con il persecutore stesso, ripiegano su una grande aggressività, per lo più autodiretta.
Incontriamo spesso, nella pratica quotidiana, questa dimensione ma mi chiedo se non siamo portati a sottovalutarne l’intensità forse perché abituati a saperla contenere, attenuare e, adagio adagio, portare a sciogliersi, come descritto in alcune pagine di Seganti. Voglio sottolineare, a questo punto, l’esperienza sudafricana della Commissione Riconciliazione e Verità che è stata in grado di gestire le violente dinamiche di vendetta, che si erano accumulate nel corso degli anni dell’apartheid.
Sarebbe stato interessante che Seganti avesse dedicato alcune pagine alla intensità della violenza che nasce dal dolore dell’odio e della vendetta; ci è arrivato vicino, ma si è fermato ad alcune descrizioni clinico-fenomenologiche senza entrare più decisamente nel merito dell’eventuale esplosione di una mina vagante, cosa che per altro avrebbe attratto maggiormente l’attenzione di chi ha responsabilità dirette nel campo sociale e sanitario.
E’ importante fare in modo che le nostre teorie siano accessibili anche a operatori sociali, politici, giornalisti, esperti di settori limitrofi e anche semplici cittadini interessati alla comprensione di fenomeni sociali così carichi di ansia. La chiarezza espositiva, la semplicità concettuale, l’esemplificazione clinica e storica sono di grande aiuto per chiunque guardi alla psicoanalisi, nonché al nostro lavoro clinico quotidiano, quale fonte di conoscenza e di comprensione di una realtà difficile da cogliere nelle sue dinamiche. E’ vero che Seganti ha posto molta attenzione a queste necessità sociali ma forse è rimasto un po’ troppo nel nostro ambito. Probabilmente questo era il suo intento; tocca a noi, ora, dare spazio e richiamare l’attenzione sul suo lavoro.
Un’altra critica che muovo a Seganti è una certa semplificazione dell’analisi delle teorie post-freudiane che lui definisce descritte con un linguaggio ottocentesco. Concordo con lui su molte delle cose che dice ma avrei preferito, data l’apertura mentale che porta nella psicoanalisi – inserendo scienze fisiche e matematiche, antropologia, neuroscienze e infant research – che avesse portato dentro la critica questi elementi in modo da mettere in maggior evidenza il rapporto/contrasto tra l’ottocentesco ed il moderno. E’ ora di portare all’interno del discorso psicoanalitico, seguendo l’esempio dell’Autore, tutta la ricchezza concettuale e scientifica di cui non possiamo più fare a meno, pena l’isolamento.
Se un libro è la fine di un percorso e l’inizio di uno nuovo, invito Seganti a continuare su questa strada, portando a fondo la critica al linguaggio ottocentesco, utilizzando in maniera più determinata tutto l’apparato concettuale che dimostra di possedere. So che la struttura mentale di molti colleghi è basata sulla ricchezza letteraria e narrativa più che non sul metodo osservativo e scientifico. Forse conviene seguire Bas C. van Fraassen, professore di filosofia a Princeton, quando descrive nel suo ultimo libro “Scientific representation” (Clarendon Press Oxford, 2008) l’importanza, il valore e l’inalienabilità della rappresentazione in campo scientifico.
Abbiamo a disposizione molti strumenti concettuali e penso sia davvero importante cominciare ad utilizzarli in collaborazione con i moderni teorici e filosofi della scienza lasciandoci un po’ alle spalle le vecchie elucubrazioni della Scuola positivista di Vienna; lasciamo Popper ai suoi studi e proseguiamo sulle strade che Bion ci ha indicato. Spero che la strada aperta da Andrea Seganti di una integrazione della psicoanalisi con le scienze affini si arricchisca del contributo di tutti noi, anche se, come è facile prevedere, le difficoltà delle fasi iniziali e le incomprensioni non mancheranno.

Marzo 2011

Bibliografia

Richard Panek , Fourth Estate, London, 2005
The Invisible Century – Einstein, Freud and the Search for Hidden Universes
V.S. Ramachandran – W. Heinemann, London, 2011
The Tell-Tale Brain – Unlocking the mystery of human nature
Wilfred R. Bion – Karnac books, London, 1993
Cogitations e Taming wild thoughts
Brian Goodwin, Perseus Books, NY, 2000
How the leopard changed its spots: The evolution of complexity, Phoenix, 1994
Signs of Life: How complexity pervades biology
Bas C. van Fraassen – Clarendon, Oxford, 2008,
Scientific Representation
David Frankel – Longman, Melbourne, 1991,
Remains to be seen – Archaeological insights into Australian prehistory
Antonio Mercurio (et a.) – SSABSA, Mayville, 1996,
Australia’s indigenous languages
Ronald M. and Catherine H. Berndt – Aborigenal Study Press, Camberra, 1996, The world of the first Australians.