Tra psicoanalisi e musica. Di M.De Mari, C. Carnevali, S.Saponi (2015). Recensione di Arianna Luperini

M. De Mari, C. Carnevali, S. Saponi (2015)

Tra psicoanalisi e musica

Alpes Italia

Non è facile impresa cercare di trasmettere con una breve riflessione e in un modo almeno parzialmente rispondente al vero, la complessità ma anche la molteplicità degli sguardi sui numerosi e embricati fili di pensiero relativi a quegli spazi di co-esistenza che legano la psicoanalisi alla musica, che compongono questo libro. Ciò che si offre al lettore è una ricognizione  ampia e al contempo penetrante di questo tema. Possiamo pensare questo libro come se fosse frutto di una lunga sessione a un tavolo immaginario a cui siedono psicoanalisti, psicoanalisti musicisti, psicodrammatisti, semiologi, musicologi, cantanti musicisti, una specie di convivio in forma di libro.

Il titolo che Massimo De Mari, Cinzia Carnevali e Sonia Saponi, hanno scelto per questo testo è senz’altro il giusto viatico per inoltrarsi in quella esperienza che ” tra psicoanalisi e musica “, da loro curato, offre al lettore. Infatti, come mette in evidenza Francesco Barale nella bella introduzione che apre alla lettura, quella particella, “tra”, ha un valore speciale nella sua capacità sinteticamente efficace di significare il peculiare approccio di questo testo al tema del rapporto tra pensiero e pratica  psicoanalitica e musica e musicalità.

Nei capitoli che strutturano il libro, i punti di vista tra loro differenti danno conto non solo e non tanto, della molteplicità di legami che intercorrono tra la psicoanalisi e la musica ma anche  e soprattutto della dimensione musicale di cui sono costituiti gli affetti, le relazioni,  tutto ciò che attiene all’ambito del pre-rappresentativo.

Con le parole di Cinzia Carnevali, la musica è “l’arte più idonea a metterci in contatto con aspetti emotivi profondi, sconosciuti anche a noi stessi.” Questo assunto apre un grande numero di questioni che attraversano gli apporti degli autori dei testi che vanno a comporre il volume, così come gli “s/confinamenti” che ci propongono le  Interviste a cantanti musicisti.

La specificità di questo libro mi pare si possa individuare nella ricca tessitura di pensieri intorno a un argomento che sfugge continuamente ad una qualche stretta formulazione teorica proprio a causa di una complessità epistemologica, che risiede nell’individuare  nella esperienza  musicale e nella clinica psicoanalitica qualcosa che le approssima continuamente, e, nel contempo, nel dover fare contemporaneamente i conti con il costante riemergere della potenza identitaria delle due discipline: una, la psicoanalisi, che, per  suo nucleo essenziale  non può prescindere dalla parola, nonostante tutte le valenze sonore e ancor più musicali, intrapsichiche e interpsichiche; l’altra, la musica, che è suono, linguaggio senza intermediazioni di parola. A questo proposito leggiamo  Alexander Stein scrivere “sebbene astratta dal punto di vista semantico, la musica è un linguaggio di maggior ampiezza e flessibilità armonica di quello delle parole…” per arrivare ad affermare che “la sfida per la psicoanalisi è capire la relazione tra la formazione dei suoni classificati come musica con il significato e il valore emotivo che hanno per l’individuo.” e,  sempre con questo autore, ” la madre che sente il pianto del figlio e il bambino che sente la voce della madre, condividono il bisogno comune di unirsi nella simbiosi, utilizzando la voce come un ponte attraverso la separazione originaria (Spitz ).gli aspetti costitutivi riconosciuti di quel ponte vocale sono le qualità musicali e metriche del linguaggio, ritmo, intonazione,altezza e timbro.”

Si tratta del rapporto tra suono e sentimento laddove per suono dobbiamo intendere tutte le componenti che lo determinano e,direi, di come il sentimento diventi suono, sia che lo si intenda quale elemento udibile, sia che lo si ascolti risuonare in noi analisti come suono che compone la musica di una specifica relazione analitica in un dato momento.

“La psicoanalisi ha con la voce un rapporto antico e originario: serve la voce per far nascere un legame con l’altro, perché si crei e si mantenga una relazione, perché passi almeno un po’ di verità…Non si può pensare alla voce senza associarla all’ascolto, perché anche quando viene emessa è allo stesso tempo prodotta e ascoltata da se stessi, ” scrive Sonia Saponi nel capitolo che dedica a “voce e dintorni “,

Ed è proprio la dimensione dell’ascolto, quale primo principio fondante sia in musica che in psicoanalisi, che costituisce il luogo fertile da cui trae origine una grande messe di pensieri che animano molti dei contributi contenuti nel libro: è un filo che si dipana secondo punti di osservazione tra loro differenti, che vanno così ad arricchire l’esperienza della lettura, e che costituisce per il lettore una traccia ben disegnata che gli si offre generosamente per un possibile sviluppo di ulteriori riflessioni.

” Sono convinto che musica e psicoanalisi abbiano molte cose in comune e che questo qualcosa in comune abbia radici molto profonde nello sviluppo psicologico dell’individuo “.Così,Massimo De Mari, dopo aver siglato con questa netta affermazione le riflessioni che vanno a comporre un suo intervento, cita Miles Davis ” La vera musica è il silenzio. Tutte le note non fanno che incorniciare il silenzio “. E ancora ” Alla nascita, la voce della madre apparirà al bambino come il primo meraviglioso strumento esterno a se’ capace di produrre suono e dare continuità all’esperienza musicale ritmica precedente. È la voce materna che parteciperà a formare un involucro di sensazioni da cui deriverà la progressiva costruzione di un mondo interno differenziato da un mondo esterno… la musica riflette la forma dei nostri sentimenti con un significato che può essere colto solo intuitivamente”.

De Mari scrive che ” la musica fonda il suo potere, produttivo, creativo, sulla -interpretazione- che è anche lo strumento principale della psicoanalisi”; ma,  come ci ricorda Emiliano Battistini, “nella concezione di Peirce la semiosi, cioè la produzione di senso, consiste nella traduzione di un segno in un altro con un relativo incremento di conoscenza. Operatore di questo passaggio è un terzo segno,in posizione mediana tra gli altri due, detto interpretante”.

È così, che l’analista è come un interprete, che traduce “i segni muti di un pentagramma inconscio” in un discorso ascoltabile, come scrive De Mari citando Antonio Di Benedetto. Si tratta, di mettere in campo una forza creativa per ascoltare le emozioni veicolate dalla musica, “la musica è il ritmo  delle emozioni ” ci dice Cinzia Carnevali, e nella nostra funzione di analisti “la musica al pari dei sogni fornisce la via che può comunicare l’intangibile e che può neutralizzare le sovrastrutture che si frappongono al linguaggio originario inconscio.”

Buona lettura.

Arianna Luperini

 

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