“Trans/vitae”. Recensione di M. Francesconi e D. Scotto di Fasano

“Trans/vitae” di G. Homayounpour e J. Wolff Bernstein. Recensione di M. Francesconi e D. Scotto di Fasano

Di Gohar Homayounpour e Jeanne Wolff Bernstein

Mimesis, 2017

Recensione di Marco Francesconi e Daniela Scotto di Fasano

Le politiche dell’ambiguità, recita il sottotitolo di TRANS/VITAE, e Verso un’etica dell’ambiguità, recita quello del capitolo di Gohar Homayounpour.

Crediamo che in tali sottotitoli si situi la chiave di lettura dell’intero libretto, che affronta un tema poco esplorato in psicoanalisi, quello del transgenderismo nel contributo di Homayounpour, e quello del rapporto con l’alterità e l’estraneità, anche nelle esperienze di trapianto d’organo e/o di maternità surrogate, nel contributo di Bernstein.

Perché però individuiamo la chiave di lettura proprio nei due sottotitoli citati?

Perché – e in un rapporto nient’affatto scontato sia con il contenitore editoriale del volume (la collana di Mimesis Geografie della Psicoanalisi) sia con la matrice dei due contributi (rappresentata dal Convegno Dislocated Subject organizzato a Vienna da Geografie della Psicoanalisi e dal Freud Museum nell’ottobre del 2016, dove i saggi di Homayounpour e Bernstein furono presentati) – dall’Iran parte la trattazione del tema del transgenderismo, un paese dove secondo statistiche ufficiali “attualmente vivono in Iran fra i 15.000 e i 20.000 transessuali, mentre stime non ufficiali indicano un numero attorno ai 150.000 (Trait, 2007)” (p.9).

L’Iran, veniamo a sapere, “è la nazione con il più alto numero di operazioni di «cambiamento di sesso» dopo la Thailandia.” (p.10). L’Iran peraltro è anche il paese in cui la legge punisce con la morte l’omosessualità. Ed è però anche il paese in cui una Fatwa (cioè un decreto sulla legge islamica fatto da un’autorità riconosciuta), promulgata dall’Ayatollah Khomeini nel 1987, recita: “La riattribuzione del genere, se prescritta da un medico affidabile, non va contro la Sharia [il corpus della legge islamica]. A partire da questa Fatwa, il governo islamico iraniano riconosce il disturbo da identità di genere (disforia di genere) e la RCS [riattribuzione chirurgica del sesso] è una scelta autorizzata dal governo. Ai transgender si offrono anche nuovi certificati di nascita. Ci sono anche casi in cui le stesse autorità religiose consigliano il trattamento, e il governo copre una parte dei costi dell’operazione.” (p.8).

Sembrerebbe una grande apertura liberale, tanto più encomiabile in un paese del quale sono noti l’intransigenza religiosa e il modo in cui essa si riflette nella gestione politica della quotidianità.

E qui nel lettore sorge il dubbio che l’etica dell’ambiguità alla quale tende lo scritto di Homayounpour sia in inevitabile e ineludibile rapporto con Le politiche dell’ambiguità di cui recita il sottotitolo di TRANS/VITAE, quale unico mezzo di contrasto alla drastica opzione “disambiguante” imposta dalla radicale “normalizzazione” delle sfumature di genere.

Meglio transgender “rimediabile” che omosessuale, esposto, se scoperto, alla pena di morte?

Farhad, che sta valutando la possibilità di operarsi, “Interrogato da un giornalista sull’eventualità di indossare abiti da donna pur essendo ancora un uomo, risponde: «Perché mai dovrei essere costretto a operarmi? E se l’operazione danneggiasse il mio corpo?» Il giornalista risponde: «Se pensi di restare uomo e vestirti da donna, allora non sei un transessuale, ma un travestito… o forse un omosessuale. Dovresti deciderti. O sei donna o sei uomo.» Farhad: «Quindi se voglio vivere devo accettare le tue condizioni non ambigue.» […] Io sono obbligato a operarmi. La società mi obbliga a farlo. […] Io sono Iraniano e voglio vivere in Iran. E qui mi è stato detto che devo essere un uomo o una donna” (p.32).

E’ chiaro che, in un paese dove regnano ambigue politiche di porre rimedio all’ambiguità, la psicoanalista Homayounpour, fondatrice e dirigente del Freudian Group di Teheran, membro dell’IPA e dell’APA, non può che orientare la propria trattazione verso un’elogio, addirittura un’etica dell’ambiguità, riflettendo su, e dando voce a casi umani come quello di Farhad o quello di Aliasghar: “Ho sentito che in altri paesi gli uomini possono sposarsi tra di loro, ma a che serve? Il sesso anale è un grave peccato. Qui non ho il diritto di lavorare né di vivere. […] Ma dopo l’operazione sarà tutto a posto, sarà come dovrebbe essere. Avrò un’identità. Ma se non vivessi in Iran, non mi opererei. […] Non avrei interferito con il Creato” (p.33).

Homayounpour lo fa prendendo in esame la scarsissima letteratura psicoanalitica al momento disponibile su questo argomento. Dalla quale prende lo spunto (e la carica) per concludere “Da una politica di trasparenza verso un’etica dell’ambiguità. Elogio dell’ambiguità, della differenziazione e di ciò che sta in mezzo. Accogli te stesso nelle tue mille altre forme (Hafez)” (p.35).

Ma, sebbene noi condividiamo l’invito che l’Autrice fa agli Psicoanalisti di rinunciare ad atteggiamenti e a letture delle questioni riguardanti una sessualità ‘politicamente corretta’ decisa da un establishment caratterizzato dalla categorizzazione, mediante quello che lei definisce “un approccio eteronormativo, binario e uniformante” (p.37) – invitandoci, sulle orme del poeta Hafez, vissuto a Shiraz nel quattordicesimo secolo, “a un carnevale, a una festa in maschera. Una comunità di soggetti ospitali verso loro stessi, l’altro e l’altro dentro di loro, in nome di una politica di estraneità, di ambiguità, di divenire. Dobbiamo essere ospitali con questa folla di mostri e zombie” (p.37) – la questione ci appare comunque da meglio precisare. Perché, infatti, definire le nostre alterità intrapsichiche esclusivamente come mostri e zombie? Qui occorrerebbe approfondire l’indagine del tema affrontato in questo saggio. E lo faremmo evocando le difficoltà che da sempre la Psicoanalisi ha mostrato nelle proprie concettualizzazioni metapsicologiche (non a caso la ‘strega’) nei confronti di un pensiero che pone alla base dell’identità umana caratteristiche che ne impediscono e/o intralciano l’idealizzazione. Si pensi all’ostilità con la quale è stata accolta la teoria freudiana della Pulsione di morte, o al fastidio con il quale tutt’oggi il pensiero di Melanie Klein è trattato, quasi fosse impossibile tollerare che l’oggetto nasca nell’odio e che all’inizio sia necessario, per emergere dalla posizione autistico-contigua descritta da Ogden, sperimentare la tempestosità di quella schizoparanoide, nella quale il mondo appare al bambino popolato da figure o assolutamente buone – le fate, i maghi – oppure assolutamente cattive: le streghe, gli orchi. È discutibile che quella integrazione di alterità che ci si augura il soggetto riesca ad ospitare in modo sufficientemente stabile per tutta la vita, grazie al raggiungimento della posizione depressiva, corrisponda davvero a qualcosa di definibile come ambiguo. Meglio, kleinianamente, pensarvi come a qualcosa di definibile come ambivalente. Come Freud ha sottolineato a proposito della bisessualità originaria, ciascuno di noi è chiamato a ‘lavorare’ in sé tali parti per il resto della vita, in un perenne procedimento di integrazione, mai omogeneizzante, di maschile e femminile, concavo e convesso.

Salti mortali, insomma, quelli di Gohar Homayounpour, che inevitabilmente rischiano di poter essere letti come troppo ideologici e ‘politicamente corretti’ ma inevitabilmente condizionati dal complesso rapporto con l’establishment. Comunque, la questione posta dalla realtà contestuale iraniana, una realtà nella quale il liberalismo mostrato nei confronti del transgenderismo è senza alcun dubbio ambiguo, fa dell’Iran cartina al tornasole per evidenziare temi che la Psicoanalisi sta iniziando solo da poco tempo ad affrontare nella loro innegabile complessità. E d’altronde fare la psicoanalista a Teheran (titolo di un precedente volume di Homayounpour) è senz’altro un’impresa già di per sé piuttosto spericolata.

Nel saggio di Jeanne Wolff Bernstein vengono invece prese in esame, come recita il titolo, le esperienze di intimità delle TRANS/VITAE, cioè esperienze di trapianti d’organo e pratiche di maternità surrogata. “Nell’ambito della psicoanalisi, la letteratura riguardante l’esperienza del trapianto d’organi scarseggia, e ciò che esiste si concentra per lo più sui disturbi derivanti dall’operazione.” (p.44). Il tema è trattato con riferimenti alla letteratura esistente e con riflessioni molto interessanti relativa ai vissuti di chi riceve, di chi dona, e sulle ricadute sul rapporto tra ricevente e donatore. Nel primo caso, chi riceve può sperimentare stati transitori di psicosi, o un senso di colpevolezza dato dall’impressione di aver ‘rubato’ l’organo. “Un altro mito diffuso vede i pazienti riceventi adottare, tramite il trapianto, caratteristiche del donatore” (p.45). Importante in ogni caso l’accento posto da Bernstein sul rapporto con l’alterità che tali pratiche forzano inevitabilmente ad affrontare: “Gli specialisti di trapianto hanno spesso sottolineato che il grado di ‘accondiscendenza’ del ricevente dipende in larga misura dalla sua capacità di arrendersi all’Altro” (p.46), e, di conseguenza, di tollerare la frustrazione narcisistica di non potersi ‘bastare da solo’ e l’evidenza della dipendenza dal donatore.

L’Autrice poi prende in esame anche il mercato d’organo, in alcuni casi una vera barbarie, in cui prigionieri vengono fatti a pezzi per prelevarne i reni, come ad esempio in Albania nel 2010. A proposito dell’organ harvesting Bernstein scrive: “Dunque il termine ‘harvesting’ [fare il raccolto] implica che qualcosa possa essere piantata e cresciuta in un corpo, per poi dare i suoi frutti in un altro, o che si possa rovistare in un cadavere e salvare il salvabile, come si fa in Israele, dove è una pratica diffusa rimuovere cornee, epidermide e valvole cardiache da un corpo per innestarle su un altro.” (p.49).  Molto interessanti le annotazioni sul fatto che non si rilevano “dispute burocratiche sulla possibilità che un cuore palestinese possa battere in un petto israeliano (Black, The Guardian, 20 dicembre 2009)” (p.51), organi prelevati da cadaveri di palestinesi senza l’autorizzazione delle famiglie, come le riflessioni sul fatto che si tratta in ogni caso di pratiche che non considerano il corpo nella sua interezza, fatto che colpisce in misura maggiore i ‘più poveri del mondo’. Ma Bernstein approfondisce l’indagine, sottolineando che “è in corso una crisi dell’Immaginario in cui vivono i più poveri del mondo, che sono costretti a vivere ai limiti del Reale” (p.51). Anche nelle pratiche della maternità surrogata, come in quelle della donazione d’organo, sono presenti due categorie: quella commerciale e quella per atto di generosità. E, anche in questo caso, l’Autrice sottolinea come sia il mercato a dettare legge allo Stato e non, come dovrebbe essere, il contrario. Infine, proprio a partire da tali considerazioni, l’appello è alla Psicoanalisi, che “non può permettersi di restare in disparte a osservare […] ma deve restare al passo dei progressi tecnologici e deve cercare di ri-localizzare i soggetti umani in nuove costellazioni, ricordando loro l’esistenza del tempo” (p.57). Tempo, che, nel mondo in cui viviamo, è sbiadito, dal momento che il lutto appartiene sempre di più al passato, dati i progressi della tecnologia. Ma in un mondo governato dal profitto, senza tempo e senza la capacità di tollerare perdite, mancanze, lutti, “l’aspetto anale, avido e spregiudicato […] si mostra col suo volto più orrendo, sadico e disonesto” (p.56).

Per concludere, entrambi i saggi aprono orizzonti ben poco esplorati dalla Psicoanalisi, e suggeriscono proficui percorsi di pensiero e di ricerca.

Un unico piccolo appunto riguarda la veste grafica, in particolare nel saggio di Homayounpour, dove molti refusi ne appesantiscono la lettura.

Marco Francesconi

Daniela Scotto di Fasano

 

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